“Sorellanza” fra i popoli

La partecipazione delle donne nella risoluzione dei conflitti

Agli inizi dell’ottobre 2016, migliaia di donne palestinesi e israeliane camminarono insieme in quella che è stata la March of Hope, promossa da Women Wage Peace[1]. La marcia fu organizzata a scopo pacifista al fine di perseguire i seguenti obiettivi: il raggiungimento di un accordo non violento tra le parti in conflitto e la richiesta di piena partecipazione delle donne nel processo decisionale per una pace definitiva e complessiva. In questa sede rivolgiamo quindi lo sguardo a come le donne contribuiscano (e abbiano contribuito) nel promuovere la pace. Ci riferiamo a studi che dimostrano come esse rappresentino una parte imprescindibile, desiderabile ed efficace nel ruolo di pacificatrici dei conflitti e nel processo decisionale degli accordi risolutivi, perché questi ultimi risultino più stabili e duraturi.

Suffragette marciano sulla Fifth Avenue nell'ottobre 1917
Suffragette marciano sulla Fifth Avenue nell’ottobre 1917.

Se il discorso può sembrare discostante da quelli che sono i temi della geografia, in realtà prende piede da un’evidenza importante per i geografi della popolazione: quest’ultima, infatti, è composta da due grandi modi di essere del genere umano, ovvero maschi e femmine, praticamente presenti sulla Terra in egual misura. Questa affermazione, che può risultare ovvia, ha invece rilevanza nel contesto politico.

Come la storia ci dimostra, per la maggior della successione degli eventi, le donne sono state escluse dalla sfera pubblica (politica soprattutto). Anche per questo motivo non viene forse data molta importanza nei manuali di storia o nelle aule scolastiche al Congresso Internazionale delle Donne, tenutosi a L’Aja nella primavera del 1915, a guerra inoltrata, come appuntamento biennale consueto della International Woman Suffrage Alliance (IWSA) – nata a Washington nel 1902 e formalmente a Berlino nel 1904 con la sottoscrizione della carta della Dichiarazione dei Principi dell’alleanza tradotta in francese e tedesco – dove quasi 1200 delegate provenienti da 12 paesi si radunarono per dedicarsi a formulare una proposta per una soluzione immediata del conflitto[2]. Fu un evento storico di grande rilevanza e pose le premesse per la nascita della tutt’ora vigente Women’s International League for Peace and Freedom (WILPF), organizzazione non-governativa internazionale cooperante con le Nazioni Unite[3]. Altri temi affrontati dalle delegate riguardarono: la guerra, l’impatto di essa sulle donne stesse e i più deboli, la volontà delle donne di avere piena partecipazione, insieme con gli uomini, nel trattare quelle gravi decisioni che avrebbero riguardato le sorti delle generazioni future al termine del conflitto[4].

Edith Garrud. The Arrest. Illustrazione di Arthur Wallis Mills 1910
“Edith Garrud. The Arrest.” Illustrazione di Arthur Wallis Mills, 1910.

Sormontando il vasto arco di tempo che è intercorso dal Congresso a oggi, carico di ingenti progressi compiuti dalle donne per affermarsi politicamente, possiamo ora comprendere quello che viene considerato un “passo da gigante” per tutte quelle istanze che sorprendentemente le “colleghe” del 1915 avevano vagliato: la Risoluzione 1325 su Donne, pace e sicurezza – approvata all’unanimità dal Consiglio di sicurezza dell’ONU il 31 ottobre del 2000. È il primo documento formale e legale in assoluto, dell’organismo appena citato, ad affrontare la sproporzione e l’unicità che l’impatto dei conflitti armati procura alle donne e a riconoscere il ruolo fondamentale delle donne nella partecipazione alle negoziazioni di pace e nella prevenzione dei conflitti.

La UNSCR 1325 costituisce la pietra miliare della Women, Peace and Security Agenda, composta da sette aggiuntive risoluzioni e la commissione di uno studio globale per seguire i progressi e implementare le azioni per rendere attuativi gli obiettivi dell’Agenda. Il risultato più recente delle ricerche, gestite e coordinate dalle UN Women, è il report del 2015 A Global Study on the Implementation of United Nations Security Council Resolution 1325.

Secondo il resoconto del Global Study, i nuovi dati empirici rendono difficile dubitare, anche per i più scettici, dell’effetto positivo della leadership e della partecipazione delle donne nei trattati di pace[5].

Il Graduate Institute di Ginevra, tramite una approfondita analisi di 40 trattative di pace dalla fine della Guerra Fredda, ha osservato come nel caso in cui gruppi di donne riuscirono ad avere una forte influenza sul processo di negoziazione, un accordo venne quasi sempre raggiunto e, oltretutto, ha favorito una maggiore probabilità di realizzazione di esso. E ancora, una ricerca di recente analisi statistica basata su 181 accordi di pace adottati tra il 1989 e 2011, dimostra come l’inclusione delle donne come firmatarie, mediatrici e/o negoziatrici nei processi di pace aumenti del 20% la probabilità che un accordo di pace raggiunto non si infranga per almeno due anni[6].

Questi risultati ci confidano come l’inclusione e l’intervento delle donne rappresentino oggi la possibilità di un rinnovamento per la storia del genere umano: una sfida che sembra portare, di per sé, un significativo cambiamento per la costruzione della pace. Affinché infatti “pace” possa significare anche riunione, è necessario che entrambe le metà della popolazione si uniscano in quel punto nel mezzo, condividendo le proprie differenze di genere[7], dove essa è possibile.

Note

[1] Il più grande movimento dal basso dello stato di Israele, fondato nel 2014. Unisce decine di migliaia di membri per richiedere un mutuo accordo di pace non violento condiviso da entrambe le parti di Israele e della Palestina.

[2] Con gli assunti che il Congresso produsse, alcune delegate si recarono a Washington per incontrare il presidente Woodrow Wilson per presentare la proposta per una “League of Neutral Counties”, che avrebbe potuto contribuire a una mediazione e al tentativo di porre fine alla guerra (Cfr. John Whiteclay Chambers II, The Eagle and the Dove: The American Peace Movement and United States Foreign Policy, 1900-1922, Syracuse University Press, II ed., New York 1991, pp. 55-57); ma tali aspettative verranno raggiunte solo 3 anni e mezzo più tardi.

[3] Raccoglie donne di tutto il mondo che cooperano per la pace attraverso mezzi non-violenti. (vd. wilf.org ‘a short introduction’)

[4] Nel caso si volesse approfondire ulteriormente tali punti, istanze e contenuti del Congresso delle Donne, è proficuo riportarsi a Maria Grazia Suriano, Donne, pace, non-violenza fra le due guerre mondiali. La “Women’s International League for Peace and Freedom” e l’impegno per il disarmo e l’educazione, tesi di dottorato, tutor Maria Malatesta, Università di Bologna, Bologna 2007, pp. 48-51.

[5] UN Women, A Global Study on the Implementation of United Nations Security Council resolution 1325, AGS Custom Graphics, report, 2015, cap. 3, p. 40.

[6] Ivi, p. 41.

[7] Il codice genetico di donne e uomini differisce soltanto per l’1%, ma questa percentuale basta al nostro corpo come indicazione per variare la tipologia, la periodicità e la quantità di ormoni tra i due generi che influenzeranno la crescita e lo sviluppo del cervello fin dall’ottava settimana dal concepimento, che guiderà impulsi, valori e la visione stessa della realtà (per letture su questa tematica: Louann Brizendine, Il cervello delle donne. Capire la mente femminile attraverso la scienza, tr. it. L. Lanza e P.. Vicentini, BUR Saggi, IV ed., 2013; Id., Il cervello dei maschi, tr. it. L. Lanza e P. Vicentini, Rizzoli, 2010).

di Carolina Galli

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