Dal crudo al cotto

Come il nutrimento ha influenzato la nostra evoluzione



Numerose sono le teorie che storicamente hanno cercato di spiegare l’unicità della nostra specie attraverso una caratteristica che, improvvisamente, “ci ha reso umani”. La stazione eretta, l’avvento della tecnica, l’uso del fuoco, il linguaggio, questi sono solo alcuni dei grandi imputati nel processo “Diventare Umani”. Nonostante le grandi intuizioni e i meriti di questi studi, una fallacia logica li accomuna tutti: cercare di definire il genere umano attraverso un unico o un gruppo di fattori che si sono presentati in un preciso momento all’interno della nostra evoluzione. Ricercare il “Rubicone”, il gap, che a un certo punto ci ha portato dall’animale a Homo sapiens, è però un’illusione: siamo piuttosto frutto di un processo evolutivo complesso in cui molti tratti e feedback evolutivi con l’ambiente hanno interagito e garantito la nostra sopravvivenza.

Tra tutti questi fattori, sicuramente ciò che compone la sfera del nutrimento – dieta, tecniche di caccia, uso del fuoco per la cottura degli alimenti – ha avuto un’influenza importante sulla nostra evoluzione. Ad esempio, secondo l’antropologo Richard Wrangham, l’utilizzo intensivo del fuoco – con il cambiamento di dieta annesso – avrebbe provocato un aumento della massa corporea e una maggiore protezione dalle malattie, diminuendo la mortalità intrinseca, e allo stesso tempo avrebbe allontanato i predatori, contrastando la mortalità estrinseca1. Non solo, la dieta molto probabilmente ha influito sullo sviluppo cerebrale umano: secondo alcuni ricercatori infatti con una dieta vegetariana non saremmo mai riusciti a sopperire alla richiesta energetica richiesta dal nostro cervello. In questo contesto, l’invenzione della cottura, e di conseguenza una maggiore digeribilità e masticabilità della carne, avrebbe permesso all’essere umano di dedicare molta più energia all’attività cerebrale2. Siamo ciò che mangiamo, o meglio ciò che cuciniamo. Recenti scoperte3 smentiscono però l’immagine di una dieta umana come esclusivamente carnivora: molto probabilmente piante e tuberi ricchi di amido, con un alto contenuto di glucosio e assimilabili grazie all’enzima dell’amilasi, contribuirono enormemente al nostro sviluppo cerebrale.


La presenza di una retroazione di alcuni tratti culturali, come la dieta, sulla nostra evoluzione naturale non deve stupirci. Un altro caso molto famoso è infatti quello della lattasi: la nostra capacità di consumare prodotti caseari e assorbirne gli zuccheri deriverebbe infatti dall’emergenza della pratica culturale dell’allevamento del bestiame. Più o meno a partire da 8000 anni fa, a seguito dell’addomesticamento dei bovini, gli esseri umani incominciarono infatti a cibarsi di latte. In tutti i mammiferi la capacità di digerire il lattosio scema dopo lo svezzamento; al contrario in alcune popolazioni umane è presente una variante dell’allele della lattasi che permette di digerire e assimilare il lattosio anche in età adulta. Un’analisi comparativa ha rilevato che l’emergenza e il comportamento di allevamento si è diffuso prima dei geni legati all’assorbimento del lattosio e non viceversa4.

L’addomesticamento del bestiame sembrerebbe quindi aver alterato l’ambiente selettivo in cui vivevano gli esseri umani, trasformando, all’interno di alcune popolazioni, a loro vantaggio la capacità di scomporre la molecola di questo zucchero. Di conseguenza, grazie alla selezione naturale, è aumentata la frequenza dell’allele fautore di tale fenomeno5. È importante sottolineare che in questo caso non è presente, “lamarckianamente”, una modifica diretta del tratto culturale su quello naturale: la selezione naturale ha agito attraverso un ambiente culturalmente modificato. Dobbiamo infatti sempre ricordarci che nel caso particolare dell’essere umano la “nicchia” ambientale è composta da elementi non solo ecologici, ma anche sociali e culturali e anch’essi influenzano le pressioni selettive che agiscono su noi stessi. Alcuni autori parlano infatti di “auto-domesticazione” dell’essere umano: l’aumento delle pressioni selettive sociali potrebbe aver favorito dei tratti meno aggressivi, favorendo il nostro trend neotenico e lasciando quindi più spazio per l’apprendimento.

Il filosofo Peter Sloterdijk metaforicamente parla di questo ambiente sociale-culturale come una «incubatrice», un insieme di «modi di abitare umani» che simulano le condizioni intrauterine e permettono i processi di ominazione. In particolare egli rintraccia quattro diversi meccanismi «in cammino verso il linguaggio»: il meccanismo dell’insulazione, il meccanismo della liberazione dai limiti corporei, il meccanismo della pedomorfosi o neotenia e il meccanismo della trasposizione6. Tutte le pratiche culturali legate alla socialità, come il gioco, l’apprendimento o la caccia avrebbero contribuito in passato a creare un ambiente in cui le pressioni selettive esclusivamente ambientali divennero sempre meno influenti grazie alle pressioni selettive sociali interne al gruppo. Le nostre azioni singolari hanno avuto una risonanza incisiva sugli altri: abbiamo nutrito (o salvato) noi stessi nutrendo gli altri, e viceversa. Ereditando e condividendo un ambiente custode delle pratiche culturali siamo stati in grado di retroagire sulla nostra stessa evoluzione biologica.


Note

1 Cfr. R. Wrangham, R. Carmody, Human Adaption to the Control of Fire, in “Evolutionary Anthropology”, vol. 19., Oct. 2010, pp. 187-199.
2https://www.scientificamerican.com/article/food-for-thought-was-cooking-a-pivotal-step-in-human-evolution/
3 https://ilbolive.unipd.it/it/news/dieta-nostri-antenati-dal-tartaro-fossilizzato
4 Cfr. C. Holden, R. Mace, Phylogenetic analysis of the evolution of lactose digestion in adults, in “Human Biology”, vol. 69, n. 5, 1999, pp. 605-628.
5 Cfr. E. Jablonka, M.J. Lamb, L’evoluzionismo in quattro dimensioni. Variazione genetica, epigenetica, comportamentale e simbolica nella storia della vita, UTET Libreria, Milano 2007, pp. 365-367.
6 P. Sloterdijk, “La domesticazione dell’essere”, in P. Sloterdijk, Non siamo ancora stati salvati. Saggi dopo Heidegger, Bompiani, Milano 2004, p. 151.

di Chiara Pertile

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