Cridricità

Dissoluzione come inondazione

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Pioggia incessante che cade in quantità, che in sole poche ore raggiunge i millimetri medi mensili. Acqua che con forza invade campi e città, acqua che si porta con sé fango e detriti e incessante erode e trascina via tutto ciò che incontra verso valle.

Forse non a caso il termine dell’I Ching che sta per “dissoluzione” o “dispersione”, e che dirige il tema di questo numero, significhi etimologicamente “inondazione”, come già l’introduzione e l’articolo di Antropologia sulla sommersione delle isole del Pacifico hanno messo in luce.

Scrive Eugenio De Signoribus in Veglie Genovesi, probabilmente riferendosi alle alluvioni che colpirono la Liguria nel 2011: «Livida l’aria di Genova, bagnato l’asfalto. Un po’ di pioggia è caduta ma | l’acqua, negli interstizi delle lastre dei marciapiedi, sembra sorga da sotto. | I rii invisibili segnano le strade aperte verso il mare […] Questa apocalissi parla solo la lingua incustodita della natura» (I rii). La storia della città di Genova, come anche altre città d’Italia, è intimamente legata ai corsi d’acqua che l’attraversano e, in particolare, ai disastri geo-idrologici a essi associati. Ad esempio, «fra il 7 e l’8 ottobre del 1970 in città si abbatté un autentico diluvio, che perdurò per ore e ore […]. In quei giorni, tra le ore 19:00 del 7 ottobre e le ore 17:00 dell’8 ottobre 1970, a Bolzaneto, quartiere periferico in Val Polcevera, caddero sino a 948 mm di pioggia (dato integro registrato in una stazione amatoriale). Praticamente tutti i quartieri genovesi furono interessati dagli allagamenti. Esondarono il Bisagno, il Ferregiano, il Leira, lo Sturla e la Polcevera»[1].

Tuttavia, Genova non è un caso isolato di reiterati disastri. La casistica italiana è piena di eventi alluvionali e franosi e il rischio idrogeologico è diffuso in modo capillare su tutto il territorio, sia nelle regioni montane che collinari e di pianura. Ne è testimone il Catalogo Nazionale delle località colpite da frane e inondazioni (Catalogo AVI)[2], che nell’arco di tempo che copre dal 1918 al 1994 ha registrato 17000 località colpite da frane e poco meno di 15.000 eventi di inondazione in circa 6500 diverse località. Soltanto per il periodo 2015-2019, l’Istituto di Ricerca per la Protezione Idrogeologica (IRPI) del CNR, insieme ad altri enti quali l’ISPRA e la Protezione Civile, ha contato 56 morti, 5 dispersi, 26 feriti e 20.779 evacuati e senza tetto[3] dovuti a inondazioni, che hanno colpito complessivamente 18 regioni di cui 152 comuni e 176 località. Il rapporto dell’ISPRA del 2018 ha dichiarato che il 91,1% dei comuni è soggetto a pericolo idrogeologico.

Il nostro territorio nazionale, per le sue caratteristiche morfologiche, litologiche e idrografiche, è naturalmente predisposto a questo fenomeno. Essendo prevalentemente classificato come montuoso-collinare (al 75%)[4], con rocce poco compatte e poco resistenti all’erosione[5], il dissesto idrogeologico, ossia ogni situazione di disordine e squilibrio del suolo e del sottosuolo dovuta all’azione dell’acqua (def. di V. Cotecchia), emerge per natura. I fattori di rischio connessi al dissesto idrogeologico includono tutti quegli eventi che alterano l’equilibrio geomorfologico dei territori, quali le erosioni diffuse e profonde (frane), le alluvioni, l’erosione marina con conseguente arretramento dei litorali, le valanghe… Tutti eventi i cui effetti sono contrastabili solo con interventi di difesa del suolo finalizzati alla previsione, prevenzione e mitigazione del rischio.

inondazione mappa rischio

La difesa del suolo assume un carattere prioritario: la sua geomorfologia e quella del bacino idrico afferente, la stabilità dei versanti e la copertura boschiva/vegetale. Tutti elementi da considerare con approccio integrale, ecosistemico e non frammentario. È la legge n.183 del 1989 che, in questo senso, segna una prima svolta a livello istituzionale, recante “Norme per il riassetto organizzativo e funzionale della difesa del suolo”. All’articolo1 si ritrova la definizione di “bacino idrografico” (poi semplificata nel D.Lgs. 152/2006), ossia «il territorio dal quale le acque pluviali o di fusione delle nevi e dei ghiacciai, defluendo in superficie, si raccolgono in un determinato corso d’acqua direttamente o a mezzo di affluenti, nonché il territorio che può essere allagato dalle acque del medesimo corso d’acqua, ivi compresi i suoi rami terminali con le foci in mare e il litorale marittimo prospiciente» e, nell’articolo 12, viene istituita la figura dell’Autorità di Bacino, affinché vengano controllati e redatti Piani di Bacino per la gestione dei rischi.

Vi sono dei fattori antropici rilevanti che hanno condotto a un considerevole aumento del rischio rispetto al passato, che ancora non sembrano demordere e continuano ad accentuarlo. Il forte incremento delle aree urbanizzate è il primo di questi, verificatosi soprattutto dal secondo dopoguerra a oggi e spesso accompagnato da una sua inadatta pianificazione territoriale e da abusivismo. Le superfici artificiali sono passate complessivamente dal 2,7% degli anni ’50 al 7,1% nel 2019[6], compromettendo la permeabilità del terreno che, al posto che permettere l’infiltrazione della pioggia al suo interno, aumenta i quantitativi e la velocità dell’acqua in superficie, defluendo verso i corsi d’acqua con pericolose conseguenze per le arginature.

In zone collinari e montuose l’esodo rurale verso le città porta a un abbandono di terreni agricoli (per esempio dei terrazzamenti) che, venuti a mancare dell’assiduo e capillare presidio dell’agricoltore, rimangono soggetti ai processi erosivi naturali in un ambiente ormai artificiale, cioè sottratto alla complessità che permette alla struttura degli ecosistemi di mantenersi stabile[7], e perciò maggiormente vulnerabile.

Un’altra conseguenza antropica è l’eccessivo “irrigidimento” del sistema idrografico. L’Italia è un paese geologicamente giovane, caratterizzato da corsi d’acqua che assumono un regime torrentizio cioè soggetto a lunghi periodi di magra alternati a improvvise e impetuose piene. Sottraendo ai fiumi aree di possibile espansione delle piene lungo la maggior parte del loro corso, con la cementificazione degli argini, l’uomo ha progressivamente irrigidito il sistema idrografico rendendolo meno elastico in caso di piene improvvise e cospicue.

Ultimo ma non per importanza, il disboscamento eccessivo e insostenibile è un fatto che stenta ad arrestarsi, con tutte le conseguenze che ciò implica per l’umanità. I servizi ecosistemici forniti dalle foreste trascendono la sola risorsa del legname: esse proteggono il suolo dall’erosione e dalla desertificazione, hanno un ruolo importante nella mitigazione degli eventi franosi e nella regolazione idrica del suolo[8], ossia, in caso di piogge torrenziali, la foresta rallenta il ruscellamento dell’acqua diminuendone la velocità e, inoltre, permette di limitare il quantitativo di materiale che viene eroso contribuendo a limitare il fenomeno dei fiumi pensili.

inondazione germania

Oggigiorno è molto più diffusa la consapevolezza di come questi fattori incidano sull’ambiente naturale. D’altra parte, il cambiamento climatico galoppante – innescato anch’esso da fenomeni antropici – ha ormai resa palese la necessità di un’attenta valutazione degli effetti del nostro operato sul pianeta, per creare gli strumenti adeguati a un corretto adattamento e migliore gestione dei rischi derivanti da una maggiore probabilità di eventi estremi.

È necessario un maggiore sforzo da parte delle amministrazioni e autorità competenti di applicare correttamente le leggi di salvaguardia esistenti (senza troppe speculazioni), di perseverare fino a raggiungere l’ottimale gestione per la previsione, prevenzione e mitigazione del rischio, e di dare tempi ragionevoli in base al monitoraggio, la condivisione e la valutazione dei dati. Ma, allo stesso modo, i cittadini possono rendersi attivi promotori di un progresso sociale che veda la graduale costruzione di una rete distribuita di aiuto, recezione dei rischi, trasmissione di valori e competenze atti ad arginarli e partecipazione informata ai processi istituzionali, in un contesto di conoscenza dei fenomeni idrogeologici e di consapevolezza della connessione tra uso imprudente delle risorse e le sue conseguenze ambientali. Identificare e segnalare situazioni di pericolo o contestare malfunzionamenti di pianificazione dalla consultazione delle mappe (ove aggiornate sui geoportali e sezioni cartografiche regionali e comunali) sono esempi di come l’informazione può essere applicata a livello locale da parte dei cittadini.

Lo strumento forse più valido è proprio quello di una coscienza collettiva allargata che sappia unire di fronte alle esigenze ambientali attuali. Solo così potremo realizzare un benessere emotivo, economico e sociale resiliente all’inondazione.

Note

[1] Rosso R., Bisagno. Il fiume nascosto, Marsilio Editori, 2014.

[2] Uno dei prodotti di maggiore interesse e valenza informativa in materia. È stato redatto dal Gruppo Nazionale per la Difesa dalle Catastrofi Idrogeologiche (GNDCI) nell’ambito del progetto AVI (Aree Vulnerate Italiane) ed è in continuo aggiornamento.

[3] Rapporto periodico della Popolazione a Rischio da Frana e da Inondazione in Italia (Polaris) al seguente link: http://polaris.irpi.cnr.it/report/last-report/.

[4] Rapporto ReNDiS 2020: la difesa del suolo in vent’anni di monitoraggio ISPRA sugli interventi per la mitigazione del rischio idrogeologico, https://www.isprambiente.gov.it/it/pubblicazioni/rapporti/rapporto-rendis-2020.

[5] Ugolini M., Dissesto idrogeologico in Italia: calamità o insipienza umana?, 2012, https://core.ac.uk/download/pdf/61887232.pdf.

[6] Ivi nota n.4.

[7] Ruggeri M., Il dissesto idrogeologico: l’impatto delle trasformazioni antropiche nel paesaggio naturale quale fattore principale di rischio per l’innesco di eventi alluvionali, Youcanprint, 2018.

[8] Qui il riferimento è estratto dalla Tesi di Laurea triennale della collega Carina Maria Farcas La gestione del rischio alluvionale nei bacini idrografici Siret e Prut-Barlad (Romania nordorientale), 2020, non pubblicata ma di cui gentilmente ha concesso la consultazione.

di Carolina Galli

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