Schermi dissoluti

cinema

«Il cinema diventa qualcos’altro. Non è più quella
cattedrale dove sei in comunione con molte altre persone».
David Cronenberg
«Anni fa il cinema era l’intrattenimento principale
negli Stati Uniti, forse in tutto il mondo (…)
Poi la televisione ha cominciato a prendere il sopravvento».
Woody Allen al Corriere della Sera
«Lei non sa niente del mio Lavoro. Lei sostiene
che ogni mia topica è utopica. Come sia arrivato a
tenere un corso alla Columbia University è un mistero».
Marshall McLuhan in
Io e Annie di Woody Allen

Oggi nevica e sono a casa disoccupato. Lavoro in un cinema e, per via della pandemia, le sale son chiuse. Guardo la neve cadere. Presto uscirò coi miei figli. Faremo un pupazzo di neve. Guardo la neve cadere e penso che ogni schermo cinematografico è bianco; bianco come un pupazzo di neve. Guardo la neve cadere. Penso che il pupazzo di neve si dissolverà.

La neve si scioglie; però grazie al sole evapora e si fa nuvola; fino a che come una fenice di ghiaccio torna, un giorno, spontaneamente a ravvivare di candore la terra. I pupazzi di neve invece non si riformano da soli. Perché un pupazzo di neve è fatto di gesti che si tramandano tra generazioni; di padre in figlio, di fratello in fratello, di bambino in bambino. Guardo la neve cadere. Penso che anche gli schermi dei cinema son come pupazzi di neve: bianchi e destinati a svanire. Penso che anche andare al cinema, sedersi davanti a uno schermo bianco sia un gesto. Un gesto che si tramanda tra generazioni; di padre in figlio, di fratello in fratello…

Oggi uscirò come molti papà a fare un pupazzo di neve, ma non so quando e nemmeno se potrò di nuovo fare il gesto di sedermi con qualcuno davanti a uno schermo bianco. Perché è possibile che trovare uno schermo bianco diventi raro quanto incontrare una balena bianca.

Alcuni, a torto o a ragione, sostengono che l’attuale crisi sanitaria stia portando cambiamenti radicali nel mondo. Per il cinema la pandemia sembra stia funzionando come un catalizzatore in una reazione chimica: accelera drammaticamente processi già in atto. Uno dei processi diventato improvvisamente più veloce per via del Covid 19 è la dissoluzione della sala.

A onor del vero la crisi della sala inizia diversi decenni fa. Tra gli anni Trenta e gli anni Sessanta del secolo scorso s’andava al cinema in media sedici volte l’anno. Con gli anni Ottanta la media è scesa a due volte l’anno. La curva delle presenze in sala in Italia, Spagna, Francia e Germania è però stabile da anni. Si attesta, fra alti e bassi, intorno ai centomila biglietti staccati l’anno. Andare al cinema però è sempre più un passatempo da boomer. Secondo un rapporto ISTAT sull’intrattenimento del 2018 i giovani sono frequentatori abbastanza assidui del cinema, ma solo fino alla fine dell’adolescenza.

cinema pupazzo neve

Quali sono però le cause della crisi della sala cinematografica? Vi sono cause più superficiali, di natura commerciale e cause, più profonde, di natura epocale. Partiamo dalle ragioni contingenti, quelle che dipendono dalla produzione cinematografica. Film meno belli o interessanti significano meno biglietti; ma naturalmente non si può dire che i film di oggi siano, in generale, più brutti di quelli degli anni Quaranta o Sessanta. A meno di non essere impenitenti nostalgici.

Un altro aspetto riguarda il costo dei film. Tutti gli operatori e gli analisti economici del settore cinema però sono concordi nel dire che il prezzo medio del biglietto non ha influenza sull’emorragia di pubblico. È vero però che gli analisti si concentrano, di solito, solo sul costo medio del biglietto. A questo costo vivo non aggiungono i costi accessori. In particolare quelli legati all’acquisto di generi di conforto («aranciata… patatine… gelaatii!!»).

Se teniamo conto di queste piccole spese («noccioline… pop-corn…») possiamo tranquillamente dire che una famiglia (milanese) media (padre, madre e due figli) per un film può arrivare a spendere anche 50 €. Non precisamente un prezzo popolare. Qualcuno obietterà che i pop-corn poco abbiano a che fare col cinema («basta non comprarli!»). In verità in quasi tutte le sale commerciali gli introiti provengono proprio dalla vendita di questi prodotti e non dal biglietto del film. Di conseguenza l’acquisto di bibite e cibarie è fortemente incentivato.

cinema popcorn

Tutta colpa dei pop-corn quindi? I pop-corn sono una spia delle trasformazioni che hanno interessato la sala cinema. La verità è che molte strategie commerciali intorno alla Sala hanno portato a trascurare ciò che avrebbe dovuto essere il prodotto principale:l’esperienza cinema. Detto altrimenti: se lo scopo è vendere pop-corn, va da sé che il senso del cinema è il Gusto non la Vista.

Con la crisi negli Ottanta s’è pensato poi che il cinema dovesse differenziarsi dalla TV, concentrandosi sulla maggiore qualità tecnica dell’esperienza visiva. Le sale hanno pensato che la televisione fosse un piccolo schermo da sbaragliare con sfoggio di prestazioni superdotate; puntando solo sulla qualità tecnologica hanno, ahimé, scelto il cavallo sbagliato. Schermi HD e soundbar oggi hanno prezzi sempre più accessibili e offrono esperienze visive e sonore equivalenti.

Così tutti i nodi stanno venendo al pettine ora, quando, con la crisi sanitaria, i maggiori produttori cinematografici hanno deciso di puntare per la distribuzione dei film sulle piattaforme on-line (solo Disney è in contro tendenza). Ciò significa minor offerta di film in sala e di converso maggior scelta di contenuti sulle piattaforme VOD (Video On Demand). Insomma in televisione (o meglio sulla «web-visione») si trovano più cose, magari più interessanti (ce n’è per tutti i gusti) a minor prezzo che in sala e a quasi pari qualità.

Tutta colpa della televisione dunque? E come mai, se la TV esiste dai Cinquanta, s’arriva ora al redde rationem? È il web a fare la differenza o vi è una ragione più profonda ed epocale?

cinema horizon

Quando nel 1962 esce La Galassia Gutemberg di Marshall McLuhan il mondo comincia a capire che un mezzo tecnologico non è mai neutrale. I caratteri mobili di Gutemberg, secondo McLuhan, producono una mutazione antropologica in direzione d’un più marcato individualismo culturale, gettando così, implicitamente, i prodromi per la nascita prima della Scienza, della Rivoluzione Industriale e, last but not least, del Capitalismo. Mi pare che il cinema sia stato per la seconda rivoluzione industriale quel che è stata la stampa per la prima. Il cinema è, nei termini di McLuhan, un media tiepido: né caldo, né freddo, né prettamente visivo, né prettamente sonoro-orale. Proprio il medium che serviva, a partire dalla fine dell’Ottocento, per educare una grande massa di analfabeti a un individualismo moderato, a una «competizione collaborativa»: a predisporsi utilmente al lavoro in officine, uffici commerciali (o burocratici) di massa. Individui sì, ma che condividono spazi e gesti in comune. L’intrattenimento di massa, insomma, prospera nella misura in cui replica e educa anche allo stile produttivo dominante.

Con l’eccezione della «fabbrica del Mondo», la Cina (qui il cinema cresce) oggi la sala cinema, semplicemente, non risponde alle esigenze presenti dell’attuale sistema globale produttivo.

Capitalismo e Economia son cambiati due volte a partire dai Sessanta rendendosi sempre più immateriali. Direbbe Debord: «il Capitale s’è fatto immagine». È l’avanzare del Terziario, del lavoro di performance e d’un individualismo diverso. Non a caso il media che guida tale processo è la TV, specchio elettronico dei desideri commerciali. Oggi viviamo l’era del Capitalismo finanziario, l’economia è ancora più liquida, dissolta nell’informazione numerica digitalizzata: perciò anche i film si sono digitalizzati e a intrattenere le masse in questa epoca sono videogame e web. Così il destino della sala cinema è il museo, nave del tempo per pochi cacciatori di pensieri, riflessioni e epifanie cinematografiche che, come Achab, inseguiranno ossessivi uno schermo fuggevole, bianco e raro come Moby Dick.

Dissolvenza.

di Amedeo Liberti

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