Dizionario Semiologico Abissale

FASCICOLO PRIMO

Data: Anno dell’Abissale
Matricola: Esagramma 29
Rotta: Pianeta Terra
Keyword: “My Name is Bee”

Abissale, voce del verbo amare, quarta persona duale, congiuntivo futuro. Etimo incerto spesso accostato alla frase “meglio fidarsi degli alieni che non fidarsi di sé”.

È anche la prima ehgm!? del Quisquigliante, che naturalmente non ha boh. Non tutti sanno, cioè, che in realtà la luna è Luana. Se la chiami per nome cambia da così a così, ora mi guarda sempre lei per prima, fa capolino tra le inferriate che neanche un usignolo. Le infermiere invece vanno e vengono bionde. Hanno letteralmente delle facce, loro, un gran peccato. Ma non perdiamoci in ciance.

Quando ancora camminavo sulla terra e si verificava un tasso decimale di realtà superiore al tre il primo impulso era entrare nel primo bar dei cinesi e scolare la prima decina di birre ad alta gradazione. Ciononostante, attenendomi ai paternalismi di quella tigre di cartapesta della mia psichiatra, spesso stringevo il volante quasi con la stessa intensità con cui serravo i denti e proseguivo senza dare ascolto alla pluralità di soccorsi inviatemi dalle insegne dei bar. Non che di tanto in tanto non si dedicassero un paio di giornate all’attività in cui fin dalla puerizia ci si è rivelati più valenti tipo scommettere con un tabaccaio cantonese di riconoscere bendato qualsiasi amaro, tuttavia sarebbe ingiusto negare che il sottoscritto cominciasse a cavarsela con un certo stoicismo, soprattutto a non omettere l’eroica circostanza di cinque, ehm, sei settimane prima della mia Ascensione quando si vide un indomito guerriero da bancone (ormai prossimo all’upgrade divino) rifiutare un doppio giro offerto da un benzinaio carburato da vincita a due zeri al videopoker più Fernet Branca. Ciononostante il ciononostante e seppure trasfusi nella luce arcangelica che accompagna l’irrobustirsi di un individuo le cui rare doti si riflettono in interior tormento come è immemorabilmente accaduto a coloro attraverso cui gli abissi hanno comminato i propri lemmi, poiché lungo l’accidentato percorso che un’anima deve compiere non si possono evitare gli zigzag generati dal movimento di attrazione e repulsione con cui l’io e dio mercanteggiano da sempre il loro apostrofo rosa, mi capitava talvolta ancora di rinvenire a rate su furgoni guidati da sconosciute incresciosamente familiari o salutare l’alba dal finestrino di un treno di cui ignorare la destinazione era il penultimo dei problemi. Per questi e altri ben più cruciali motivi quel particolare pomeriggio respirai soltanto dopo aver parcheggiato lontano da ogni tentazione ed essere sceso a passeggio.

Dovete sapere che gironzolando per le nostre montagne ovvero le montagne che circondano la nostra cosiddetta cittadina di montagna solitamente tengo lo sguardo a mezzo metro dalle punte dei piedi e solo di tanto in tanto lo sollevo verso le cime incastrate fra i boschi dove ogni roccia è muffa di corallo. Perciò fino all’ultimo non mi avvidi di… be’, procediamo con ordine.

Salivo pregustando il momento in cui la pendenza si raddrizza e pensando a tutto quello che in montagna si può pensare di poter pensare, i pensieri pensati sulle montagne che a volte si pensano come se a pensarli fossero le montagne, come se fosse il ronzio del legno a pensare i pensieri o una radice che sbuca pensierosa dalla terra, un campanaccio al collo di una mucca, un mucchio di letame pensante già quasi ritornato erba, ho sempre amato accovacciarmi sopra una pila di merda e guardare i fili quasi nemmeno intaccati dai succhi gastrici ritornare se stessi senza sforzo. Ma era ancora presto, il paesaggio una bianca duna sfuggente, gli alberi spogli.

Avrei dovuto restarmene sulle montagne, pensavo, in uno di quei paesini che d’estate arrivano a trecento anime, il professore tictoc mi avrebbe apostrofato anche in mia presenza picchiettandosi la fronte. E per tot anni avrei macinato phrasal verbs nelle zucche di futuri periti agrari e idraulici ed enologi e cameriere e cuoche stellate, collezionato conserve, spalato neve avvolto in un sarner, guardato la nebbia spulciare i versanti finché andando dal ferramenta un pomeriggio di preprimavera sbattere nello sguardo di una biondina e il giorno dopo tornare e di nuovo scoccare la biondina con l’annaffiatoio in una mano e la sigaretta nell’altra e andarsene con le viscere piene di gioie marce e l’indomani comprare dieci chiavi inglesi e rintoccare nella biondina appoggiata al parapetto mentre il figlio del farmacista, riconoscibile per la coltura facciale di pustole, la abbranca. Ero talmente preso dalle mie fantasticherie che non avevo ancora alzato lo sguardo.

Solo alcuni dei pensieri pensabili sulle nostre montagne che non sono le nostre montagne, basta sbriciolare uno sterpo per sentirlo frusciare i pin du bisch undsofort, sterminarli aumenterebbe soltanto il frastuono teutonico di queste montagne, prima l’orogenesi infine i tedeschi, degli italiani è buona educazione non parlare, i tedeschi che considerano queste montagne un demanio tanto inenarrabile da sfumare le amanite nel caos, pensavo, come un carbonaio senza l’allucinazione di una patria dovrei ritirarmi sulle montagne di una gente che la mia gente ha combattuto con il velleitarismo proprio delle genti che non esistono, senza smuovere di un millimetro l’altra gente che è rimasta aggrappata alle forre e ai passi di queste montagne e se una pioggia di comete cancellasse i mammiferi che imbastardiscono queste montagne certamente lo spettro della gente a cui io non appartengo, certamente l’eco di un macellaio tedesco rimbomberebbe tra queste montagne con l’infallibile livore del verbo fatto a pezzi e avvolto in una bandiera. Resta solo scomparire nelle montagne, pensavo, non per rinunciare alle merende della riproduzione bensì per penetrare più a fondo nelle bocche insanguinate delle nostre cosiddette montagne, dopo la linea dei piccoli mughi, oltre i ghiaioni disseminati di macchine fotografiche in cui i nomi propri muoiono di fame, sopra alle urne dei soldati che la luna candisce di ululi nell’azzurro idiota intonso di parola o tenda dove il cielo diventa un triangolo. Ciao Luana. Camminavo sempre a capo chino.

Incredibile come si sguinzaglino le menti sulle montagne quando dopo ore di serpentine la vista si apre ed è come se in testa calasse qualcosa, oh non i veli di Maya, niente di così perentorio, più tipo l’assottigliarsi del tramezzo tra me e ciò che vorrei non sapere, due giri di vite in meno al baracchino dei fenomeni, un licenziamento in blocco della corte dei miracoli dei miei io miagolanti, e allora all’improvviso i masi all’orizzonte sdoppiano e bisbigliano e nugoli di moscerini mi osservano con il candore dell’asceta che scopre un uovo nell’incavo che era stata la sua ascella. Il sentiero sfociò in un pendio a strapiombo. Alzai lo sguardo.

Cosa sei?

Mille volte mi è sembrato di scorgerti nel luccichio del mare, avrei voluto dire, nei cappucci delle montagne, nello sgonfiarsi del cielo d’estate.

Ebbene sì. Pencolava sulla valle un volume grande qualche migliaio di chilometri. I bordi delle pagine sfioravano dei massi innevati. Attorno al dorso invisibile dal mio punto di osservazione si squadernava in tutte e tredici le dimensioni a me percepibili una raggiera sterminata di fogli su si leggeva ininterrottamente, in tutti i corpi e i caratteri e i colori che conoscevo e non, Dizionario Semiologico Abissale.

Nel suo angolo Luana rideva sguaiata, mi faceva di quelle facce che non vi dico, vabè.

Come la butti sempre in abisso tu!

Poi l’infermiera si è messa il dito davanti alla bocca e mi ha detto…

L.B.

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I Ching 29 kaishu, calligrafia di Bruno Riva, Shodo.it
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