Ritorniamo ad abitare, noi siamo natura

Come costruire progetti di sostenibilità intorno all concetto di reinhabiting

«Il luogo in cui abiti, ovunque esso sia, è vivo e tu sei parte della sua vita.»
(P. Berg)

Pensando al tema del ritorno, sono molteplici le declinazioni geografiche possibili; non poteva essere altrimenti dal momento che la geografia è una disciplina bifronte capace di interagire con le scienze dure (statistica, fisica, chimica) e con quelle umanistiche (antropologia, sociologia, psicologia, storia) e che presenta una vocazione all’interdisciplinarità.

Viene naturale una prima riflessione sulle migrazioni che ci caratterizzano come specie sin dalla nostra comparsa sulla terra e sulle capacità di adattamento bio-culturale che hanno permesso il nostro successo evolutivo. Un pensiero va poi ai grandi ritorni, come quello dei rifugiati di guerra o delle vittime di catastrofi ambientali e climatiche nei territori a cui sentono di appartenere, o dei migranti economici nella propria terra d’origine, lasciata a causa della scarsa possibilità di mobilità sociale.

Un “ritorno alla terra” in accezione diversa è quello che raccontano le storie di cittadini intraprendenti, giovani e meno giovani, che sfidano alcune delle logiche economiche e sociali della nostra epoca e che tramite la riscoperta di tradizioni contadine, utilizzate in sinergia con nuove conoscenze e competenze (come la permacultura, l’agricoltura biologica, l’agricoltura biodinamica), si riappropriano di spazi-tempi-pratiche quasi dimenticati.

Un “ritorno” che costituisce un nuovo modo di abitare il territorio, che promuove un utilizzo sostenibile, efficiente e responsabile degli spazi e delle risorse a disposizione, contribuendo così alla preservazione del paesaggio culturale.

Cosa significa abitare un territorio?

È interessante la risposta che propone Peter Berg, ideatore del concetto di reinhabiting che troviamo descritto all’interno della selezione di saggi storici sul bioregionalismo (raccolti a cura di Giuseppe Moretti nel volume Alza la posta).

Peter Berg, attore e scrittore americano, impegnato nel movimento controculturale americano sin dai primi anni Sessanta, colpisce per la lucidità, l’umanità e la lungimiranza con cui affronta le complesse tematiche ambientali e sociali. Per il padre del bioregionalismo abitare-il-posto significa seguire le necessità e i piaceri della vita così come si presentano nel luogo in cui si vive e assicurarne un’occupazione a lungo termine, mantenendo un equilibrio con l’area di sostentamento attraverso collegamenti tra la vita umana, le altre forme di vita e i processi del pianeta (stagioni, tempo, ciclo dell’acqua) così come li presenta il posto stesso.

Ri-abitare significa dunque tornare ad abitare gli spazi in cui viviamo ritrasformandoli sia da un punto di vista geografico che da un punto di vista identitario come risposta culturale alla perdita del senso di interrelazione con il luogo in cui si vive.

Questa la sua definizione di “ri-abitare”:

Imparare a vivere in un luogo che è stato malgovernato e offeso da pratiche sbagliate […] diventare nativi del posto, ossia, consapevoli delle specifiche relazioni ecologiche che operano dentro e attorno ad esso. Significa intraprendere attività e sviluppare comportamenti sociali che arricchiscono la vita all’interno del posto, ripristinandone la capacità di auto-sostentamento e praticando uno stile di vita sociale ed ecologico sostenibile. Detto in parole semplici significa diventare un tutt’uno con il posto, dando la propria adesione alla comunità biotica e cessando di esserne lo sfruttatore.[1]

Per Berg, i confini geografici della bioregione sono quelli del bacino idrografico, ovvero l’area topografica (solitamente identificabile in una valle o una pianura) delimitata da uno spartiacque topografico (orografico o superficiale) di raccolta delle acque che scorrono sulla superficie del suolo, confluenti verso un determinato corpo idrico recettore (fiume, lago o mare interno) che dà il nome al bacino stesso (per esempio il bacino idrografico del Po). La finalità del pensiero bioregionale è quella di considerare l’umanità da un punto di vista storico-antropologico e di tracciare le linee guida per un post-ambientalismo con l’obiettivo di avanzare proposte per lo sviluppo di politiche localmente appropriate. Anche le grandi città dove vive gran parte della popolazione mondiale sono considerate parte della bioregione e in questa direzione sono stati sviluppati il Green City Program per San Francisco e studi come Reinhabiting Cities and Towns (1981), in cui s’immagina che possano diventare luoghi sempre più verdi e integrati con l’ambiente circostante, piene di orti urbani, fatte di case costruite con materiali ecologici e fonti di energia alternativa, risparmio d’acqua, riciclaggio, riuso e così via.

La nozione di “bioregione”, letteralmente regione governata dalla vita, si riferisce sia al luogo geografico che al campo della consapevolezza, alla vita che scaturisce dall’incontro delle capacità umane con l’ambiente circostante come parti un unico organismo in un dialogo bi-modulare in cui entrambi gli attori sono macchine non banali, ovvero capaci di fornire molteplici risposte a singoli input. Ciò sta alla base del paradigma sistemico che guida l’approccio geografico contemporaneo e che considera la realtà analizzata come complessa e pertanto come un elemento non scomponibile. Secondo la logica sistemica, la regione, oggetto geografico per eccellenza, viene quindi considerata come prodotto dell’interazione tra la comunità umana e l’ecosistema e come tale deve essere interpretato.

Berg è riuscito nell’intento interpretativo, riprendendo dagli studi naturalistici sulle interazioni degli ecosistemi di Allen Van Newkirk, il termine di “bioregione”, sviluppandolo in chiave culturale aggiungendovi la componente umana. L’idea è quella di salvaguardare le risorse e gli equilibri ecosistemici, rifondando nell’umanità un senso del luogo, nel rispetto di tutte le forme viventi e di una giustizia sociale tra i popoli.

Si tratta dunque anche di una questione identitaria che permetta all’uomo di creare le fondamenta della propria esistenza sviluppando un legame inscindibile con il proprio territorio, territorio che nasce dalla fecondazione della natura da parte dell’uomo stesso e che costituisce l’humus per la creazione di un paesaggio culturale. Paesaggio come espressione di valori collettivi e dei rapporti tra le persone, da cui deriva un senso di appartenenza a un luogo che viene riconosciuto come identitario. Si parla quindi di identità che delinea il soggetto nella sua unicità ma anche nella sua somiglianza con gli altri. Si parla infine di casa come luogo in cui si abita e del quale ci si prende cura. Ri-abitare significa ritornare ad appropriarsi di se stessi, della propria identità e della propria casa. A questo scopo servono azioni sviluppate a livello locale senza però dimenticare che ogni bioregione è parte integrante di un sistema territoriale più ampio e complesso.

Bisognerà dunque agire localmente pensando globalmente (think globally act locally), evitando che questo intento si specchi nella sua apparente lungimiranza e corra il rischio di rimanere tale se non compreso e applicato nella sua essenza. Essenza che per essere colta necessita di un’assimilazione e di un’interiorizzazione che tramutino il concetto in un tratto di appartenenza culturale. Per far sì che ciò accada è necessario compiere uno sforzo a livello cognitivo oltre che metodologico, capace di andare in profondità sino a raggiungere la coscienza dell’essere umano, trasformandolo da modus operandi in modus vivendi. Questo risultato può essere raggiunto solo tramite un percorso di consapevolezza, finalizzato alla definitiva comprensione della portata delle conseguenze di ogni singola azione che compiamo, sia sul piano sociale che ambientale. Ogni azione dunque che sia intrapresa in maniera responsabile e consapevole sarà un passo verso il ritorno a quel legame originario, capace di ricongiungere la spiritualità umana con la natura.

Note

[1] Peter Berg, Raymond Dasmann, “Reinhabiting California”, in The Ecologist, 1977.

di Luigi Giamminola

La rubrica di geografia è resa possibile dalla collaborazione con Egea Milano.