Dal sottosuolo alla superficie

Possono emergere più opportunità o più rischi continuando a scavare lì sotto?

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iracoloso, quasi: l’acqua, dispensatrice di vita, scaturisce dalla terra secca. I pozzi insieme alle sorgenti, dove questo miracolo si compie, sono da sempre considerati luoghi sacri, dimore di spiriti, capaci di donare saggezza e addirittura di guarire; essi occupano una posizione privilegiata nella nostra immaginazione poiché scaturiscono dalla magia della natura combinata con l’ingegno umano. Per quanto ne sappiamo l’uomo, sin dal Neolitico, ha scavato, perforato, trivellato la Terra alla ricerca della preziosa fonte di vita custodita nelle falde acquifere: il pozzo più antico di cui si abbiano tracce certe risale infatti al 8000-7500 a.C. e si trova ad Atlit Yam, sito archeologico sommerso al largo della costa israeliana.

Le falde acquifere si suddividono in freatiche e artesiane. La falda freatica (dal greco phréar = “pozzo”) o falda libera è caratterizzata da uno strato superiore, la superficie freatica, costituito da rocce porose e permeabili che permettono alle acque meteoriche e provenienti da corsi d’acqua superficiali di percolare per effetto della forza di gravità, occupando tutte le cavità del terreno e riempiendo i microscopici spazi presenti tra granulo e granulo di roccia finché non raggiungono uno strato impermeabile, generalmente costituito da una formazione argillosa che ne arresta la discesa. L’acqua che proviene da questo tipo di falda ben di rado può essere utilizzata a scopo potabile poiché non sempre la filtrazione naturale che si compie nella formazione permeabile è sufficiente a eliminare tutte le sostanze nocive.

Nella falda artesiana (dal francese artésien della regione dell’Artois) l’acqua è compresa fra due strati impermeabili, confinata entro uno spazio limitato nel quale si trova in pressione; la sua alimentazione proviene da aree poste ai margini degli strati impermeabili sedimentari. In questo tipo di falda che dispone di maggiori barriere protettive, l’acqua generalmente raggiunge elevati gradi di purezza. Se si scava un pozzo che raggiunge una falda freatica, per sua peculiarità, l’acqua rimane a livello della superficie della falda stessa e non può naturalmente raggiungere il piano di campagna, pertanto l’emungimento dell’acqua può avvenire solo mediante sollevamento meccanico, con l’utilizzo di pompe. Se invece il pozzo raggiunge una falda artesiana, dato che l’acqua è compressa fra due strati impermeabili e si trova in pressione, essa raggiunge da sola la superficie senza ausilio di strumentazioni.

Acquedotto romano sul Pont du Gard, presso Nîmes

La quantità d’acqua contenuta nelle falde è soggetta a forti variazioni determinate da fattori come: l’aumento o la diminuzione dell’intensità delle piogge, la presenza di vegetazione superficiale, lo sfruttamento antropico per fini civili, agricoli e industriali. Proprio all’influenza antropica sono connessi i principali pericoli che possono comprometterne la salubrità di una falda acquifera. A oggi buona parte delle acque sotterranee risultano contaminate, seppur in diversa misura, da metalli pesanti, inquinanti organici persistenti e da un’ampissima varietà di sostanze chimiche provenienti dalla cattiva gestione degli scarichi civili e industriali, dalle discariche non perfettamente coibentate e dall’utilizzo massivo in agricoltura di fertilizzanti, pesticidi e altri agenti chimici che penetrano nel terreno veicolati dalle piogge.

Le falde acquifere rappresentano la fonte primaria di approvvigionamento di acqua potabile e destinata all’irrigazione e hanno dei tempi di rigenerazione piuttosto lunghi, di conseguenza in un momento storico in cui l’urbanesimo sta per raggiungere il proprio apice (si stima che entro il 2050 2,4 miliardi di persone si sposteranno nelle città portando la popolazione urbana al 67% rispetto al 55% attuale), la gestione responsabile delle risorse idriche, ricopre un ruolo di fondamentale importanza nel garantire il benessere dei cittadini e la sostenibilità ambientale.

Alcune grandi città hanno già recepito questa necessità, e da tempo gestiscono il proprio fabbisogno idrico partendo dal sottosuolo. New York e Berlino sono tra gli esempi più virtuosi al mondo. Entrambe le città poggiano su un sofisticato sistema di acquedotti sotterranei, idrovore, tunnel d’acqua artificiali, tubi, raccordi e serbatoi costruiti per soddisfare i bisogni vitali di milioni di persone e garantire la potabilità dell’acqua ai propri cittadini, cosa per nulla scontata. Tra le eccellenze troviamo anche Milano; l’acqua dei rubinetti meneghini rispetta tutti i parametri europei di controllo qualità dal pH al cloro residuo. Milano inoltre è la miglior città d’Italia nell’ottimizzazione delle proprie risorse idriche poiché utilizza efficacemente l’83,3% dei volumi immessi a fronte di una media nazionale del 64,4% (dati ISTAT 2015).

Al contrario, città amministrate con politiche miopi e irresponsabili stanno mettendo a serio rischio il proprio futuro e questo impone una seria riflessione sul rapporto tra i bisogni idrici di una città e le sue risorse disponibili. Jakarta, per esempio, sta letteralmente sprofondando a causa delle scellerate politiche edilizie e della trascuratezza con cui è stata gestita la falda. Nell’ultimo anno l’abbassamento medio del suolo è stato di 10 cm, con punte di 25 cm (per fare un paragone nello stesso periodo Venezia è scesa di 2 mm). A Città del Capo, una delle metropoli più floride del continente africano, la situazione è persino più grave: l’acqua si sta esaurendo. Nel 2018, per la prima volta nella storia della città, è stato stabilito un “day Zero”, cioè il giorno in cui tutte le risorse idriche sarebbero scese sotto la soglia critica. Questo pericolo è stato scongiurato grazie alla presa di coscienza da parte dei capetoniani, che hanno ridotto drasticamente il loro consumo d’acqua giornaliero. Città del Capo con le sue acque era già stata suo malgrado teatro di una crisi ambientale quando il 6 agosto 1983 la superpetroliera spagnola Castillo de Bellver si incendiò e affondò a circa 65 miglia dalla costa riversando in mare oltre 200.000 tonnellate di greggio.

Il petrolio, come l’acqua, è una risorsa custodita nel sottosuolo, nelle cosiddette trappole petrolifere, ed è una fonte energetica primaria per l’umanità. Conosciuto sin dall’antica Grecia per le sue proprietà di combustione (Omero ne parla nell’Iliade) e anche per le sue doti terapeutiche, il petrolio per essere sfruttato ha bisogno di essere estratto; il primo pozzo petrolifero della storia venne scavato nel 1859 a Titusville in Pennsylvania da Edwin Drake.

L’estrazione del greggio può avvenire con l’utilizzo di pompe o con l’emersione spontanea, a seconda della pressione del fluido nel sottosuolo, può essere effettuata sulla terra ferma o in mare aperto su piattaforme off-shore. Questo tipo di estrazione, insieme al trasporto della materia prima via mare, risultano particolarmente pericolosi; la fuoriuscita di un solo litro di greggio può infatti rendere biologicamente inutilizzabile fino a un milione di litri d’acqua.

Esiste anche una terza modalità, fortunatamente impiegata solo in alcuni stati come Stati Uniti e Cina, denominata fracking. Questa tecnica consiste nell’inserimento nel sottosuolo di ingenti volumi di liquidi, a una pressione molto elevata, per fratturare la roccia contenente gli idrocarburi e incrementarne il tasso di recupero. È una tecnica particolarmente invasiva ed è ormai stata dimostrata la correlazione con eventi sismici di portata non trascurabile come i più recenti di magnitudo 5 e 5,3 avvenuti nel bacino meridionale del Sichuan in Cina. Il sottosuolo da sempre costituisce una fonte naturale da cui l’umanità attinge per le proprie necessità ma è basilare che questo avvenga nelle modalità corrette, con la consapevolezza che la natura ha tempi differenti a quelli legati ai consumi del mondo globalizzato e sottili equilibri che non dobbiamo permetterci di spezzare. Dimenticare come scavare la terra e prendersi cura del suolo, è dimenticare noi stessi (Mahatma Gandhi).

di Luigi Giamminola