I merli non cantano più

Negli ultimi anni, tra il 29 e il 31 gennaio, non nevica più. Le nostre aspettative vengono delusione, così riponiamo gli stivali imbottiti e i guanti felpati negli scatoloni in soffitta, concludendo con l’affermazione: «Non esistono più i giorni della merla di 50 anni fa».

Stiamo parlando del mutamento climatico, un argomento delicato, dibattuto e che spesso viene analizzato senza considerare la sua interezza, ponendo l’attenzione su e dando la colpa a un unico problema, cioè gli sprechi dell’epoca industrializzata creata dall’essere umano.

Infatti, se si considera solo questo punto di vista, è consuetudine parlare solo di “mutamento climatico”, definito dalla United Nations Framework Convention on Climate Change (UNFCCC) come cambiamento causato esclusivamente dall’uomo. Questo non va confuso con quella che è la variabilità climatica, cioè l’insieme di cambiamenti dovuti a fattori naturali, che possono accadere in ordini di grandezza differenti: decenni, secoli, millenni ed ultra millenni. In altre parole, la variabilità climatica è dovuta al susseguirsi di cicli naturali, fino ad oggi poco prevedibili per l’uomo, nei quali avvengono variazioni spontanee dettate dalla biologia terrestre e dalle leggi fisiche che governano l’universo.

Come esseri umani tecnologizzati rispetto ai nostri antenati, è nostro compito raccogliere le testimonianze archeologiche e storiche sui cambiamenti climatici, al fine di elaborare metodi all’avanguardia per trovare soluzioni future per salvaguardare il pianeta. Ieri come ora, viviamo queste variazioni pensando che siano repentine, ma in realtà ognuna è frutto di lunghi cicli naturali che modificano la temperatura, le precipitazioni e la nuvolosità.

Data la sensibilità del tema, molti ricercatori stanno cercando di definire delle basi scientifiche, capaci di prevedere alcune di queste variazioni. In particolare, l’interesse di alcuni nuovi studi è rivolto al sole, che spesso non si considera come un componente che possa apportare variabilità climatica.

Alla fine del 2019 sulla rivista scientifica Nature è stato pubblicato un articolo[1] di un gruppo di fisici che hanno correlato al ciclo solare, variazioni di temperatura e nuvolosità. Mediante un metodo matematico, hanno tipizzato l’attività solare degli ultimi 3000 anni, realizzando, sulla base dei risultati ottenuti, previsioni future.

Hanno definito i cicli solari come periodi della durata di 11 anni (variabili anche in 10 o 12 anni) nei quali l’attività solare passa da un minimo a un massimo, quantificabile attraverso la presenza di macchie solari sulla superficie. Più macchie corrispondono a più attività e quindi all’innalzamento delle temperature, viceversa i periodi di minima sono determinati da un calo della temperatura sulla Terra e ad un aumento della nuvolosità. Inoltre, ogni ciclo di 11 anni è inserito a sua volta in grandi cicli solari di 350-400 anni; la loro alternanza è dovuta a processi molto complessi dettati da una moltitudine di fattori che rispondono alle leggi fisiche universali.

Sono stati tipizzati nove gradi di cicli solari negli ultimi 3000 anni, mediante dati ottenuti incrociando le testimonianze storiche sulle condizioni metereologiche. È stato possibile individuare il periodo di minimo assoluto, che si aggira attorno al 1645 e il 1715 d.C., denominato “minimo di Maunder” e caratterizzato da temperature eccezionalmente rigide.

Da allora il sole ha intrapreso un nuovo grande ciclo, che fino a oggi ha portato a un aumento della temperatura di 0,5 gradi centigradi ogni 100 anni, alternando sempre periodi di massima e minima ogni 11 anni, grazie ai cicli solari minori.

Gli studiosi hanno confermato che a partire dal 2020 e fino al 2055 si entrerà in un nuovo periodo di minima del nostro grande ciclo solare, il quale porterà nuovamente a un abbassamento complessivo delle temperature stimabili al minimo di Maunder.

Tutti i calcoli effettuati e le previsioni sono state calcolate senza contare l’incidenza delle mutazioni climatiche causate dall’uomo.

Questo ci insegna a non focalizzare l’attenzione solo su quello che stiamo vivendo. Parlando di clima è sempre bene considerare i grandi cicli naturali nei quali la terra vive da oltre 4,5 miliardi di anni, situazioni che si ripetono con variabili aggiuntive, come nel caso delle mutazioni climatiche apportate dalla recente era moderna.

Gli argomenti toccati nell’articolo di Nature, data la sensibilità crescente verso l’argomento, sono in via di approfondimento e studio. I risultati ottenuti vogliono rappresentare una nuova visione d’insieme del problema, per essere consci di dover creare dei metodi sempre più specifici, volti alla conoscenza di tutte le variabili per poter progettare piani “salva pianeta” efficaci e non solo momentanei per tamponare una singola situazione.

Note

[1] V. V. Zharkova, S. J. Shepherd, S. I. Zharkov ed E. Popova, “Oscillations of the baseline of solar magnetic field and solar irradiance on a millennial timescale”, in Nature Scientific Reports, 2019, 9, 9197.