Frammenti da Iringa

Reportage fotografico dalla Tanzania

La regione di Iringa, zona della Tanzania sudoccidentale, è composta da numerosi distretti. Tra questi, quello di Iringa è costituito da 28 circoscrizioni: in quella di Wasa, animata da diecimila abitanti, è in corso un progetto di cooperazione e sviluppo. Ha sede in uno dei villaggi principali della circoscrizione e possiede come obiettivo principale la co-gestione di una scuola – il Saint Joseph VTC –, la quale fornisce un’istruzione di tipo professionale e ambisce a raggiungere l’autosufficienza dell’istituto, favorendo un impatto socioeconomico sull’intero villaggio. Durante il periodo di lavoro svolto nel luogo ho tentato di cogliere alcune sfumature dei tempi, dei ritmi e delle abitudini che animano queste terre.

1700 metri di altitudine, una polverosa strada di campagna al tramonto. Lungo questi tragitti la gente pare sempre e solo di passaggio. Alcune Moto, qualche Piaggio, un camion, vacche smunte e tante donne sempre in marcia. Bambine, anziane, ragazze, intente a trasportare chissà dove molti litri d’acqua e qualche ciocco di legno. Questo lavoro domestico spetta loro.

Ne incontro diverse durante le mie passeggiate serali e la reazione è sempre la medesima: uno sguardo ironico e un sorriso di beffardo stupore nel vedermi lì, senza niente in mano, intenta a guardarmi intorno. Intravedo una signora anziana che, affaticata dalla salita con il buio che le corre dietro, viene caricata velocemente nel camioncino di un ragazzo, ci lanciano un saluto e, in un attimo si dileguano avvolti dalla polvere e dal lieve rossore del cielo.

Le donne che incontro si occupano anche della preparazione del cibo durante i pasti quotidiani. L’ugali, è l’equivalente del nostro pane: viene cucinato quasi ogni giorno, accompagna i principali momenti sociali e si trova ovunque in Tanzania, dalla grande città al villaggio rurale.

La tecnica di cottura mi spiegano essere sempre la stessa: una grossa pentola fatta scaldare su un mucchio di pietre e bastoni. Nella cucina questa struttura domina tutta la stanza, intorno vedo solo un paio di sedie di legno e le nubi di fumo che impregnano l’aria. Lo consumiamo con le mani, intorno ad un piccolo tavolino, con un po’ di fagioli e una manciata di verdi erbette sottili.

Giorno di mercato: evento particolare, si riuniscono persone dai diversi villaggi della circoscrizione di Wasa. La gente si incontra, discute e beve una curiosa bevanda alcolica dal colore bianco che viene riscaldata sul momento. La terza domenica del mese scorre così, attorno al fuoco o sotto un albero, si crea un evidente distinzione spaziale tra uomini e donne: entrambi si radunano in luoghi diversi e tessono lunghi discorsi. Solo la loro gestualità, così ampia e intensa, mi permette di cogliere qualcosa del loro mondo. Una donna mi prende per mano, mi fa allontanare dal luogo in cui servono il curioso brodo bianco e, stritolandomi le dita, corre con me per tutto il mercato, freme dal desiderio di mostrarmi qualcosa. Arriviamo velocemente ad un baracchino di legno: lei grida parole in swahili e, poco dopo ha in mano una Serengeti, la birra che domina ogni angolo della Tanzania. Soddisfatta stappa la bottiglia con i suoi denti marmorei, trangugia parte del contenuto e mi invita a gustare con lei il resto della bevuta.

Sono ad un funerale. Momento inaspettato. Poche ore dopo la celebrazione di un matrimonio, il preside dell’istituto insiste per andare con lui nel villaggio vicino, dove sua nonna era morta qualche giorno prima. La divisione tra maschile e femminile è ancora più evidente durante le cerimonie funebri. Il corpo viene vegliato e compianto dalle donne nelle sere che precedono la sepoltura.

Alla cerimonia deve partecipare ogni membro del villaggio, l’assenza di qualcuno viene accolta come una terribile mancanza di rispetto. Trasportano la bara fuori dall’abitazione, un uomo richiama l’attenzione e inizia una marcia sino al luogo della sepoltura, una donna guida il gruppo e recita il pianto di dolore per il defunto.

Al campo santo le persone si disperdono tra le bare, le donne sedute tra le lapidi, gli uomini in piedi svolgono il lavoro manuale. Scavano la fossa, preparano la base con qualche ciocco di legno, il rumore della vanga è avvolto da un rispettoso silenzio, privo di dolore e paura.

Calano la bara, il lavoro è terminato, la preghiera conclude questo momento di unione, le donne si alzano e insieme agli uomini si incamminano. Inizia la marcia di ritorno verso le polverose strade di campagna.

di Costanza Leonardi

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