Valore d’uso e valore di scambio

Per una storiografia morfologica e differenziale delle società antiche – Parte I

In quest’articolo, primo di tre sul dibattito tra marxismo e storiografia del mondo antico, Sebastiano Taccola si sofferma in particolare su due categorie fondamentali nello studio e nell’anali della logica del modo di produzione capitalistico: valore d’uso e valore di scambio. Come noto, per Marx, la merce – cellula economica dell’attuale modo di produzione – si scompone in queste due “determinazioni”, entrambe necessarie per la comprensione del funzionamento della nostra società. Tuttavia la merce non nasce col capitalismo, né da questo viene creata: le merci esistevano anche nel passato, in altre società e modi di produzione, sebbene non fossero presupposto e fine del processo di produzione. Quali differenze allora presenta la merce nelle società dominate dal capitale? È possibile istituire delle comparazioni? E se sì, armandosi di quali strumenti euristici?





1. Scrive Marx nei Grundrisse:

«Non è necessario, perciò, per enucleare le leggi dell’economia borghese, scrivere la storia reale dei rapporti di produzione. Ma l’esatta intuizione e deduzione di tali rapporti in quanto sono essi stessi sorti storicamente, conduce sempre a prime equazioni – come i numeri empirici nella scienza della natura – che rinviano ad un passato che sta alle spalle di questo sistema. Queste indicazioni, unite all’esatta comprensione del presente, offrono poi anche la chiave per intendere il passato – che è un lavoro a sé a cui pure speriamo di arrivare. Questa osservazione esatta porta d’altra parte a individuare anche dei punti nei quali c’è l’indizio di un superamento dell’attuale forma dei rapporti di produzione – e quindi un presagio del futuro, un movimento che diviene»1.

Ritengo che questa citazione sia particolarmente importante se si vuole riflettere sulle condizioni di possibilità di una storiografia marxista delle società pre-capitalistiche per varie ragioni.

Innanzitutto, perché ci permette di considerare come astratta tutta quella dogmatica marxista, che per lungo tempo ha considerato il materialismo storico (o la concezione materialistica della storia) – parole che Marx, si badi bene, non ha mai usato – come il centro del marxismo. E ha fatto questo spesso facendo leva solo su qualche passo di Marx estrapolato di volta in volta dalla famosa Vorrede del 1859, dal Manifesto del partito comunista, dall’Ideologia tedesca. Qui, invece, Marx sembra dirci che è solo partendo dall’analisi critica della società presente2 (e, in prima battuta, del modo di produzione capitalistico) nella sua complessità che sarà poi possibile enucleare i termini differenziali (quella distinzione tra “leggi generali” e “leggi speciali della produzione” già presente nei Grundrisse e ulteriormente articolata nei vari libri del Capitale) per intendere le leggi di riproduzione dei modi di produzione pre-capitalistici (ed, eventualmente, di un modo di produzione post-capitalistico).

Il presente sincronico del modo di produzione precede il presente storico della cronologia; la forma del divenire permette la deduzione della specificità fenomenica del divenire. In poche parole: per Marx il modo di produzione capitalistico, prima di essere rappresentato come un risultato (storico) deve essere pensato come punto di partenza di un’analisi sistematica. A quest’analisi – come è noto – Marx ha dato il nome di critica dell’economia politica.

Dunque, la citazione di Marx da cui siamo partiti ci invita a entrare nell’edificio della critica dell’economia politica, un “laboratorio incompiuto” (come ci dimostra la più attuale critica filologica) cui approcciarsi leggendo Marx secondo Marx, e notando di conseguenza anche le incongruenze interne, i punti di frattura, le discordanze (e quindi riconoscendo anche l’esistenza di un Marx contro Marx)3.

In ultima battuta – ed è questo l’aspetto più specificamente storiografico che ci interessa in questa sede – in quella citazione Marx ci invita a pensare la storicità in termini differenziali: la differenza delle forme e della loro reciproca interazione definisce la storicità delle differenti società4. A partire dall’analisi del modo di produzione capitalistico si procede, per via differenziale, verso una configurazione morfologica delle società antiche. Marx si dimostra, in questo senso, un critico di ogni forma di approccio anacronistico, il quale, in sostanza, finisce per eternizzare le forme del capitale. E a questo riguardo, direi, che poco c’è da aggiungere alle critiche piuttosto rigide che Marx muove nei confronti di Mommsen nel terzo libro del Capitale5.

Priorità dell’analisi sincronica del modo di produzione capitalistico e storiografia differenziale e morfologica delle differenti formazioni sociali. Questi gli elementi marxiani centrali in vista di una possibile storiografia materialistica delle società pre- o non-capitalistiche.

2. Scrive ancora Marx nella sua Einleitung del 1857:

«In tutte le forme di società vi è una determinata produzione che decide del rango e dell’influenza di tutte le altre, e i cui rapporti decidono perciò del rango e dell’influenza di tutti gli altri. È una illuminazione generale in cui tutti gli altri colori sono immersi e che li modifica nella loro particolarità. È una atmosfera particolare che determina il peso specifico di tutto quanto essa avvolge»6.

In questa maniera Marx delinea la differenza tra leggi generali e leggi speciali della produzione. In ogni società, cioè in ogni modello sociale, esiste una determinata forma assunta dai rapporti di produzione, che struttura le relazioni tra tutti gli altri rapporti (rapporti sociali, rapporti culturali, rapporti ideologici, ecc.). Solo nel modo di produzione capitalistico (è questa una ferma convinzione di Marx) i rapporti di produzione (o meglio, il rapporto di produzione) si presentano astratti e separati dagli altri rapporti. Nelle altre società, invece, è possibile che il rapporto di produzione sia celato, incastonato negli o assunto dagli altri rapporti (ad esempio, nelle società di cui ci hanno parlato alcuni antropologi, sono i rapporti di parentela a svolgere la funzione di rapporto di produzione). Leggere in questa complessa trama di rapporti tra rapporti è ciò che Marx ci invita a fare per individuare la storicità specifica di un determinato modo di produzione7.

In ogni società per riprodursi si deve produrre e le leggi generali della produzione ci dicono proprio che questo può avvenire solo se le condizioni soggettive e le condizioni oggettive del processo lavorativo si uniscono. Perché ci sia produzione è necessario che ci sia un determinato livello di sviluppo delle forze produttive. La maniera in cui si produce e la forma di sviluppo delle forze produttive (il come e il telos della produzione) sono individuabili sul piano delle leggi speciali della produzione8. Le leggi speciali sono definibili solo a partire dall’identificazione storicamente specifica della forma assunta dal rapporto di produzione. Questo lavoro di astrazione e combinazione dei differenti rapporti sociali che intervengono (ciascuno con il proprio grado specifico di incidenza sociale) nella riproduzione sociale complessiva permette di individuare anche la determinata forma che assume il divenire (le tendenze, i ritmi, l’espansione e contrazione, i limiti critici: la storicità specifica) di ogni modello sociale.

A partire dai Grundrisse (diversamente da quanto avviene in altre opere precedenti, edite o inedite, in cui Marx accenna alla trattazione dei rapporti storici, come, ad esempio, L’ideologia tedesca o Il manifesto del partito comunista) è possibile evidenziare la comparsa di un’articolazione concettuale molto ricca e complessa, in cui si configurano le condizioni di possibilità di un sapere morfologico della storia fondato su: a) la distinzione tra leggi generali e leggi speciali della produzione; b) da cui poi sono deducibili modelli storico-sociali distinti dotati di una loro autonomia, e c) il cui movimento (di genesi, sviluppo e dissoluzione) è spiegabile a partire da un processo sociale di produzione e riproduzione incarnantesi nel rapporto via via sempre più contraddittorio tra rapporti di produzione (cristallizati, almeno nella società greca e in quella romana, in determinate forme sociali di proprietà – concetto che in questo contesto tende a perdere la sua natura giuridica, in forza di una più spiccata caratterizzazione sociale) e forze produttive9.

Ogni scienza, compresa quella storiografica, è conoscenza di differenze, delle distinzioni e delle loro determinazioni, oltre che capacità di individuare la relazione tra continuità e discontinuità. Quello tra identità e differenza, continuità e discontinuità, non è, infatti, un rapporto polare, ma dialettico, che ci permette, hegelianamente, di decostruire il noto (cioè, il dato, l’immediato) e articolarlo nel conosciuto. Ed è proprio in questo orizzonte teorico che è possibile comprendere i lineamenti della prospettiva morfologica proposta da Marx e della conseguente apertura di una via differenziale verso la storicità specifica delle società pre-capitalistiche.

La scienza critica, nell’aprirsi alla considerazione storica, non «dipinge più il suo grigio su grigio»10, interpretando i dati storici come espressioni di una stessa identica forma eterna, ma si dispiega come quel «processo di illuminazione generale» di cui scrive Marx nelle citazione riportata poco sopra.



3. Storiografia differenziale e morfologica, si è detto. Che cosa vuol dire morfologica? Che appunto è (auto)critica nei confronti delle forme (o categorie) socialmente specifiche che usa. Non possiamo applicare le stesse forme a ogni modo di produzione, altrimenti avremmo la notte in cui tutte le vacche son nere dello storicismo. Si tratta, dunque, di enucleare le forme specifiche di ogni modello sociale e poi ricavarne la storicità specifica, cioè il ritmo e le modalità della dinamica storica (le leggi del divenire storico).

Il problema rimane, però, di capire come sia possibile partire dalle forme capitalistiche e giungere a enucleare poi delle forme non-capitalistiche. In altre parole: rimane la questione di come aprire la via differenziale. Se è vero che la distinzione tra leggi generali e leggi speciali già presentata ci fornisce un indizio in tal senso, si tratta adesso di vedere come procedere concretamente nella produzione delle differenze.

In questa direzione, si può delineare una metodo secondo cui il percorso differenziale può essere battuto usando anche categorie capitalistiche, ma solo come strumenti euristici da usare cum grano salis (espressione che Marx ripete più volte nei Grundrisse quando parla di temi simili). In un certo senso, potremmo dire che Marx si fa promotore di una sorta di “anacronismo controllato”. Il “cum grano salis”, infatti, ci avverte di usare determinate forme non per riconoscerle piattamente in ogni formazione sociale, ma per scavare ulteriormente in vista del reperimento delle differenze.

Un esempio, in questo senso, è quello del rapporto tra valore d’uso e valore di scambio, una distinzione concettuale che si potrebbe far risalire persino al primo libro della Politica di Aristotele11, ma che proprio perché posta in termini di “valore” è specifica solo ed esclusivamente del modo di produzione capitalistico (cioè, del modo di produzione in cui il prodotto del lavoro si presenta nella forma di merce). Nel mondo antico, i prodotti del lavoro non assumono necessariamente e su scala sistematica la forma di merce. Eppure, in maniera molto generica, possiamo dire che nel mondo antico la produzione è produzione di valori d’uso destinati immediatamente al consumo, mentre la circolazione, incentrata sul valore di scambio dei prodotti, rimane un fenomeno a sé stante, separato, autonomo e indipendente rispetto alla sfera della produzione.

Se nel modo di produzione capitalistico, come nota Marx, la sfera della produzione ha sussunto la circolazione, e la sfera della circolazione ha sussunto la produzione (il tutto sotto l’egida della forma di valore della merce), nel mondo antico non si produce per scambiare e non si scambia per produrre. I movimenti del capitale commerciale si presentano solo negli interstizi delle società pre-capitalistiche; fenomeni marginali che spesso, secondo Marx, hanno svolto un’azione disgregatrice nell’organizzazione economica e politica della società12.

Come suggerito dall’antichista Domenico Musti, potremmo dire che il rapporto tra sfera della circolazione e sfera della produzione, valore d’uso e valore di scambio, rimane per il mondo antico un rapporto paratattico13. Un rapporto, cioè, che non arriva a coinvolgere il processo produttivo e, soprattutto, non struttura (come nel capitalismo) la forza-lavoro come merce.

Possiamo convenire che l’accumulazione tramite lo scambio, formalizzabile come D-M-D’, abbia svolto un ruolo dinamico e disgregatore nelle società antiche, purché si resti consapevoli che quella M che media tale processo non è la forza-lavoro14.

Molti protagonisti dell’Atene del IV secolo (Platone, Aristotele, Senofonte, per citare i più noti), ad esempio, ci invitano a considerare la crisi della polis come esito di una dialettica costituita dai momenti antitetici della tesaurizzazione/accumulazione, da un lato, e della circolazione/scambio, dall’altro. Senza dubbio il denaro e la circolazione monetaria hanno svolto un ruolo perturbatore, portando anche alla genesi di figure sociali (commercianti e mercanti, usurai, sofisti) che mal si inserivano nella stratificazione socio-politica tradizionale e nelle sue maniere di intendere e praticare la ricchezza15; ma da qui a parlare di accumulazione capitalistica ante-litteram ce ne corre. L’accumulazione commerciale del mondo antico non è il risultato dello scambio di equivalenti (che caratterizza la superficie dell’economia capitalistica), ma l’esito della pratica del profit upon alienation (e cioè, compare per rivendere a un prezzo più alto). Una pratica che ha messo in crisi molte società antiche, ma in cui è difficilmente riconoscibile l’effetto di struttura dei rapporti di produzione. Di crisi si tratta, ma non di crisi immanente (e cioè di una crisi che si sprigiona esclusivamente dai rapporti di produzione), quanto di crisi esogena.

Andando ancora più a fondo, si potrebbe concludere, in continuità con Domenico Musti, che una vera e propria sistematica delle società antiche non è quindi costruibile a partire dalle due categorie astratte del valore d’uso e del valore di scambio (da cui pure siamo partiti per far emergere differenze storicamente specifiche): non il valore d’uso, ma la comunità politica stessa sono state il vero elemento unificante del mondo antico. Il che significa, ovviamente, che sul piano della ricostruzione storiografica si deve prestare attenzione a non esagerare la portata dell’autonomia delle categorie economiche: valido strumento di analisi per l’osservatore, queste ultime non possono essere considerate come astrazioni realmente esistenti nel mondo antico.

È questa una differenza morfologica molto interessante che ci permette di riflettere ulteriormente, e in maniera produttiva, su alcune dinamiche economiche e sui fenomeni di disgregazione e mutamento sociali delle società antiche.

4. L’interpretazione delle citazioni di Marx via via esaminate nel testo o riportate in nota ci ha permesso di strutturare un itinerario in cui le notazioni metodologiche, opportunamente sollecitate, si sono progressivamente sciolte in questioni di contenuto, da cui è stato possibile, infine, trarre una conclusione. Si tratta di una conclusione provvisoria, ma senza dubbio suscettibile di ulteriore sviluppi, cui si è giunti attraverso un complesso lavoro di montaggio tra forme astratte e differenze storicamente rilevanti, che ha previsto anche l’uso di ciò che si è chiamato “anacronismo controllato”, per poi scavare ulteriormente alla ricerca di nuove determinazioni differenziali e limitare fortemente la portata ontologica delle categorie da cui eravamo partiti (valore d’uso e valore di scambio). Da questo lavoro di frizione concettuale sono emerse dapprima distinzioni rilevanti tra modo di produzione capitalistico e modi di produzione pre-capitalistici, e poi una serie di determinazioni formali caratterizzanti specificamente il mondo antico. Tra queste vale la pena di evidenziare le seguenti: il rapporto di produzione della società antica è collocabile al livello dei rapporti socio-politici caratterizzanti la comunità politica; il modello di una crisi esogena, che ha svolto un ruolo disgregatore e trasformativo assai significativo, è individuabile sul piano delle dinamiche commerciali e si riverbera indirettamente sui rapporti di produzione (secondo la “struttura paratattica” più sopra evidenziata). Su un collegamento tra questi due lati che proceda nel segno di una formalizzazione adeguata dei modi di produzione di ciò che raccogliamo sotto l’etichetta di “società antiche” resta ancora molto lavoro da svolgere.

Note
1 Karl Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, tr. it. di E. Grillo, La Nuova Italia, Firenze 1970, II, p. 82.
2 L’analisi sincronica della “società attuale” (jetzige Gesellschaft) è un aspetto su cui Marx insiste fortemente in uno dei suoi ultimi scritti “critici”, le “Glosse marginali al Manuale di economia politica di Adolph Wagner”, in Karl Marx, Scritti inediti di economia politica, a cura di Mario Tronti, Editori Riuniti, Roma, 1963, pp. 165-183.
3 Alcuni studiosi hanno cercato di combinare lettura filologica dei manoscritti marxiani (lavoratori preparatori e differenti stesure della teoria del capitale) resi disponibili dalla cosiddetta MEGA2 (Marx-Engels-Gesamtausgabe, l’edizione storico critica delle opere di Marx ed Engels) ed elaborazione di un’epistemologia critica nella loro interpretazione della critica dell’economia politica di Marx. Tra di essi, vale qui la pena di segnalare almeno: Roberto Fineschi, La logica del capitale. Ripartire da Marx, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici Press, Napoli 2021; Michael Heinrich, La scienza del valore. La critica marxiana dell’economia politica tra rivoluzione scientifica e tradizione classica, a cura di Riccardo Bellofiore e Stefano Breda, PGreco, Milano 2023.
4 Nel secondo libro del Capitale Marx scrive: «quali che siano le forme sociali della produzione, lavoratori e mezzi di produzione restano sempre i suoi fattori. Ma gli uni e gli altri sono tali soltanto in potenza nel loro stato di reciproca separazione. Perché in generale si possa produrre, essi si devono unire. Il modo particolare nel quale viene realizzata questa unione distingue le varie epoche economiche della struttura della società» (Karl Marx, Il capitale. Critica dell’economia politica. Libro secondo, tr. it. di Raniero Panzieri, Editori Riuniti, Roma, 1968, p. 41).
5 «E perfino nelle economie agricole dell’antichità che mostrano maggiori analogie con l’agricoltura capitalistica, Cartagine e Roma, la somiglianza è maggiore con il sistema delle piantagioni che con la forma corrispondente dell’effettivo modo di sfruttamento capitalistico. Una analogia formale che però in tutti i punti essenziali appare una pura e semplice illusione a chi abbia compreso il modo di produzione capitalistico e non scopra, come fa il sig. Mommsen, il modo di produzione capitalistico in ogni economia monetaria» (Karl Marx, Il capitale. Critica dell’economia politica. Libro terzo, tr. it. di Maria Luisa Boggeri, Editori Riuniti, Roma 1968, p. 898, corsivo mio). Già in un’altra nota del terzo libro, Marx si era pronunciato contro il “modernismo” di Mommsen: «egli [Kiesselbach, autore di Der Gand des Welthandels im Mittelalter] non ha la più piccola nozione del significato moderno del capitale, precisamente come il signor Mommsen, quando parla nella sua Storia romana del “capitale” e della dominazione del capitale» (ivi, p. 392, n. 46). È noto che i manoscritti su cui Engels lavorò per fare la redazione del terzo libro del Capitale risalgono al 1864-1865, un periodo in cui Marx tornò ad interessarsi (come del resto faceva spesso) al mondo antico, e al mondo romano in particolare.
6 Id., Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, cit., I, p. 34.
7 Pensare la scienza come un sapere dei rapporti in grado di articolare in chiave critica la relazione tra essenza e fenomeno è ciò che colloca Marx all’interno di una precisa costellazione della filosofia moderna, che trova altri due momenti significativi in Spinoza e Hegel. In questo senso per Marx, come per Spinoza, la sostanza è la forma che istituisce la relazione tra i relata, e che, facendo ciò, dà avvio ad un processo dinamico di sussunzione di cui essa stessa si pone come soggetto (presentandosi così nella forma, già teorizzata da Hegel, di uno übergreifendes Subjekt). La sostanza di cui parla Marx nella sua critica dell’economia politica è il rapporto di produzione capitalistico; il soggetto: il capitale.
8 «La fame è fame, ma la fame che si soddisfa con carne cotta, mangiata con coltello e forchetta, è una fame diversa da quella che divora carne cruda, aiutandosi con mani, unghie e denti» (Karl Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, cit., I, p. 16).
9 Ricche di spunti, in questo senso, sono le pagine dei Grundrisse raccolte sotto il titolo redazione di “Forme precedenti la produzione capitalistica”; cfr., Karl Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, cit., II, pp. 94-148.
10 Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Lineamenti di filosofia del diritto, tr. it. di Giuliano Marini, Laterza, Roma-Bari 2010, p. 7.
11 Scrive, infatti, Aristotele: «di ogni proprietà è possibile un doppio uso, l’uno e l’altro inerente all’oggetto di per sé, in quanto uno è proprio e l’altro improprio rispetto alla cosa usata, per esempio una calzatura può essere calzata o scambiata con altri prodotti. L’uno e l’altro sono usi della calzatura, perché chi la scambia con chi ne ha bisogno, traendone denaro o nutrimento, usa la calzatura in quanto calzatura, ma non ne fa un uso proprio, dal momento che essa non è stata fatta per essere scambiata. La stessa cosa accade anche per le altre proprietà». (Aristotele, Politica 1257a 6-14, tr. it. di Carlo Augusto Viano, Bur, Milano 2008).
12 «Da un lato, [….] la circolazione non si è ancora resa padrona della produzione, ma si comporta verso di essa come verso una condizione data. D’altro lato […] il processo di produzione non ha ancora assorbito la circolazione come semplice suo momento. Nella produzione capitalistica invece si verificano ambedue le condizioni» (Karl Marx, Il capitale… Libro terzo, cit., p. 393). E ancora: «all’inizio il capitale commerciale non è che il movimento intermediario fra estremi che esso non domina e fra presupposti che esso non crea» (ivi, p. 394).
13 Cfr. Domenico Musti, “Per una ricerca sul valore di scambio nel modo di produzione schiavistico”, in AA. VV., Analisi marxista e società antiche, a cura di Luigi Capogrossi, Andrea Giardina, Aldo Schiavone, Editori Riuniti – Istituto Gramsci, Roma 1978, pp. 147-174.
14 Cfr. Guido Carandini, “[Intervento]”, in AA. VV., Analisi marxista e società antiche, cit., pp. 201-204.
15 Interessante è in tal senso quanto scrive Marx: «Presso gli antichi non troviamo mai un’indagine su quale forma di proprietà fondiaria ecc., crei la ricchezza più produttiva, la massima ricchezza. La ricchezza non si presenta come scopo della produzione, sebbene un Catone possa indagare quale coltivazione dei campi sia la più redditizia, oppure Bruto possa persino prestare il suo denaro al massimo interesse. L’indagine è sempre volta a stabilire quale forma di proprietà crei i migliori cittadini» (Karl Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, cit., II, pp. 111-112). Si tratta di notazioni che non solo permettono di individuare le differenze specifiche tra società capitalistica e società pre-capitalistiche, ma che forniscono gli elementi teorici a partire dai quali Marx definisce la deduzione logico-storica della genesi di un sapere specifico dell’economia politica: cfr. Tommaso Redolfi Riva, A partire dal sottotitolo del Capitale: Critica e metodo della critica dell’economia politica, in Consecutio rerum 5 (III/1) 2018 pp. 91-108.

di Sebastiano Taccola

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