«Un presagio del futuro»

Per una storiografia morfologica e differenziale parte III





1. La storiografia morfologica e differenziale si costituisce come un piano analitico per rinvenire discontinuità tra i modelli di storicità appartenenti a formazioni sociali eterogenee. Essa, proprio in quanto storiografia, si volge verso il passato e rende possibile individuare le differenze specifiche tra società capitalistica e società pre-capitalistiche. Ma, come suggerito da Marc Bloch nell’Apologia della storia, dire che la storia è esclusivamente scienza del passato significherebbe «esprimersi impropriamente»1. Se la scienza storica, infatti, non è solo esame e interpretazioni di fonti passate, ma anche costruzione di regimi di storicità differenti all’interno dei quali maturano le condizioni di possibilità di produzione e individuazione delle fonti stesse; se la scienza storica è costituzione dialettica di continuità e discontinuità, identità e differenza, che mette in discussione l’eternizzazione e la naturalizzazione di un unico modo di produzione e riproduzione della realtà, e che, anzi, combinandosi con le domande di senso che orientano l’indagine delle altre scienze umane (antropologia in testa), può addirittura riuscire a produrre un senso di straniamento che mette in guardia dal rischio «di dare la realtà (noi stessi compresi) per scontata»2; se, in altre parole, la scienza storica, in chiave morfologico-differenziale, non è solo proiezione sul passato, ma anche orientamento critico nel presente, allora viene da chiedersi se essa sia in grado di gettare una qualche luce sul futuro. A questa domanda se ne accompagnano subito altre due: le modalità attraverso le quali immaginarsi una società futura sono le stesse con cui si può procedere per identificare i lineamenti essenziali delle società passate? In che cosa si distinguono il fare analisi storiografica delle società pre-capitalistiche e il costruire un modello di una società non-capitalistica quale superamento di quella capitalistica?

A porre un rapporto piuttosto stretto tra i due è Marx stesso, quando, nei Grundrisse, scrive che cogliere la determinazione formale specifica dei rapporti capitalistici lascia intravedere la possibilità di una storia delle formazioni sociali pre-capitalistiche e, da qui, anche un «presagio del futuro»3. Passato pre-capitalistico e futuro non-capitalistico hanno un rapporto stretto perché entrambi dipendono dall’analisi critica dei rapporti capitalistici presenti (e cioè, la critica dell’economia politica), ma, allo stesso tempo, debbono presentare una qualche differenza di forma. Si può provare ad affrontare questo complesso rapporto di vicinanza e differenza seguendo e interpretando alcune indicazioni marxiane.

2. Il passo marxiano probabilmente più noto per iniziare ad analizzare il rapporto tra critica dell’economia politica, materialismo storico e società comunista è il seguente, tratto dalla famosa Prefazione a Per la critica dell’economia politica:

A grandi linee, i modi di produzione asiatico, antico, feudale e borghese moderno possono essere designati come epoche che marcano il progresso della formazione economica della società. I rapporti di produzione borghesi sono l’ultima forma antagonistica del processo di produzione sociale; antagonistica non nel senso di un antagonismo individuale, ma di un antagonismo che sorga dalle condizioni di vita sociali degli individui. Ma le forze produttive che si sviluppano nel seno della società borghese creano in pari tempi le condizioni materiali per la soluzione di questo antagonismo. Con questa formazione sociale si chiude dunque la preistoria della società umana4.

Questa Prefazione, e in particolare il passo citato, è stata per lungo tempo considerata da una certa dogmatica marxista il centro della fondazione teorica non solo del pensiero critico di Marx, ma anche del marxismo stesso (un marxismo tutto schiacciato sul materialismo storico e privato della dimensione teorica della critica dell’economia politica)5. Si tratta di un approccio interpretativo assolutamente da scartare per il suo riduzionismo tutto incentrato su una lettura linearista e teoricamente piatta della teoria stadiale accennata da Marx in queste pagine6. Certo, lo stesso Marx lascia aperte simili possibilità interpretative, non solo per l’elenco seriale dei modi di produzione qui presentato, ma anche per il riaffiorare di un certo spirito geschichtsphilosophisch improntato di teleologismo umanista («i rapporti di produzione borghesi sono l’ultima forma antagonistica del processo di produzione sociale»; «con questa formazione sociale si chiude dunque la preistoria della società umana»). Liberarsi di questa Prefazione gettando via il bambino con l’acqua sporca non solo non ci scioglierebbe dalle maglie di un problema teorico assai profondo, ma soprattutto ci impedirebbe di scavare questo testo e rilevarne alcuni aspetti originali. Per procedere in questa direzione si tratta innanzitutto di capovolgere le coordinate ermeneutiche tradizionali e di tornare a leggere la Prefazione del 1859 limitandone la portata e la pretesa fondativa (formalmente mai esplicitata da Marx stesso).

In questo orizzonte, si può sostenere che:
a) la teoria stadiale qui presentata è uno schizzo da intendersi «a grandi linee» (come scrive Marx all’inizio della citazione riportata più sopra);
b) tale ricostruzione ha ad oggetto l’Europa occidentale e mediterranea;
c) Marx non ha caratterizzato i modi di produzione (assunti nella loro corrispondenza con le rispettive formazioni sociali) in maniera uniforme: determinazioni geografiche (modo di produzione asiatico), cronologiche (antico), giuridico-sociali (feudale), politico-sociali (borghese moderno) sono affiancate le une alle altre;
d) non si tratta realmente di una successione, dal momento che se il modo di produzione antico era scomparso da tempo, quello asiatico era ancora presente in molte aree nel corso del XIX secolo.

A questo punto è possibile ipotizzare che:
e) tale ricostruzione non stabilisca una successione universalmente necessitante da uno stadio all’altro, ma abbia alla propria base l’analisi critica della società capitalistica e solo per questa via sia in grado di ridisegnare ex-post, per differenza specifica e in maniera anti-teleologica, le tappe dell’evoluzione sociale occidentale;
f) sia necessario leggere la successione dei modi di produzione in chiave logica e non storica – tale successione, pur percorsa dal filo rosso del progresso (nei termini dello sviluppo delle forze produttive, del controllo della natura, della complessità e articolazione dei processi produttivi), non è lineare, ma multistratificata7.

Decostruire la presunta compiutezza storico-materialistica della Prefazione a Per la critica dell’economia politica ci permette di decentrarne l’importanza e, allo stesso tempo, farne emergere alcuni aspetti interessanti, che richiedono un’ulteriore problematizzazione. Tra questi, quello che appare degno di maggior rilevanza riguarda la prospettiva teorica a partire dalla quale Marx abbozza la teoria stadiale qui presentata. Una prospettiva in cui la teoria stadiale si muove ad un alto grado di astrazione e di universalità. Ma queste astrazione e universalità da che cosa provengono? Vengono naturalisticamente presupposte da Marx, oppure rappresentano un risultato di qualcosa? Leggendo quanto Marx scrive nella Einleitung del 1857 (una prima stesura, poi lasciata da parte, della Prefazione a Per la critica dell’economia politica), troviamo una possibile risposta: «la storia universale non è esistita sempre; la storia come storia universale è un risultato»8 – un risultato, si intende, prodotto dalle logiche di un modo di produzione che ha come proprio momento fondamentale la costituzione del mercato mondiale. La storia universale è allora un prodotto del capitale, le cui tappe fondamentali (poste dal capitale come propri momenti e anticipazioni) sono quelle presentate nella ricostruzione stadiale abbozzata da Marx in Per la critica dell’economia politica. Comprendere che il capitale, in forza della sua tendenza universale, costruisce una propria preistoria stadiale e teleologica rappresenta un contributo critico di fondamentale importanza; un contributo strettamente intrecciato con la critica immanente della società presente e dei suoi prodotti oltre che dei suoi limiti.

3. Lo svolgimento dell’autocritica del capitale enuclea la logica specifica della storicità della società attuale. La Prefazione del 1859 può essere produttiva se letta all’interno di questo quadro. Al centro dell’elaborazione marxiana vi è la critica del presente. La comprensione critica del presente permette poi di svolgere un doppio movimento: a) verso il passato, in cui la storia dei rapporti reali non viene ancora scritta, ma se ne pongono solamente le basi (i lineamenti di fondo) in quanto preistoria del capitale; b) verso il futuro, attraverso la configurazione dei punti critici e delle contraddizioni che si presentano nella ricostruzione del modo di produzione capitalistico.

La preistoria del capitale, dunque, è evocata da Marx in quanto presupposto della genesi dei rapporti di capitale; un presupposto che è poi posto dal capitale stesso nel suo movimento. Quel movimento che conferisce alle categorie (che solo cum grano salis possono essere applicate ad altre epoche storiche) la loro determinazione formale (si veda, a tal proposito, le battute finali delle Formen sul ruolo del denaro e dell’accumulazione monetaria nella dissoluzione dei rapporti precapitalistici: ciò che conta non è tanto il denaro in sé, ma la sua determinazione formale – «esso è o non è capitale»9 – dipendente, in ultima battuta, dalla posizione dei rapporti di produzione capitalistici).

Su questo terreno, la critica dell’economia politica accede alla storia e perviene alla reale storicizzazione del modo di produzione capitalistico. Reale proprio perché non ingenuamente genetica, «ma legata a una diversa qualità di conoscenza dei meccanismi della produzione capitalistica nel presente: nel momento stesso in cui si guarda fuori dal rapporto di produzione capitalistico come esso produca se stesso nel presente, appaiono chiare le sue condizioni (storiche) di esistenza e i suoi limiti come forma necessaria dello sviluppo»10. È su queste basi che Marx fonda una teoria discontinua del processo storico per cui il capitale rompe una continuità storica lineare imponendo un nuovo corso, una sua specifica storicità che si articola in base alle astrazioni determinate che stanno alla base dei suoi processi riproduttivi e che dominano, sussumendole, le relazioni sociali. In questo senso, il sistema dell’autocritica del presente porta alla costituzione di un nuovo rapporto con il passato che non si gioca più su un piano meramente cronologico. Non c’è più un ordine seriale che lega presente e passato; il loro reciproco nesso

si decompone entro le connessioni tra le parti del presente, ciascuna delle quali […] conserva e ridefinisce la propria storicità sotto la forma del rapporto che la lega all’intera struttura. Questa e non altra è la storicità dell’astratto che connota il tempo storico della società moderna. In esso, morfologia e storia si intrecciano profondamente, e il piegarsi della storia entro il movimento delle forme segna il dominio, sul tempo del passato, del tempo del presente, del capitale, dell’astratto11.

Dunque, temporalità molteplici si intrecciano nel modo di produzione capitalistico. Un elemento che è ben presente nelle Formen, laddove Marx distingue due storie diverse: la storia della formazione del capitalismo e la storia contemporanea del capitale. Una scissione che spezza ogni forma di trattazione storicistica e che porta a rileggere i nessi attraverso il filtro della disposizione sincronica delle categorie nel presente. Un presente in cui il capitale sopprime i presupposti storici della sua genesi e tende a riprodurli continuamente e su scala sempre più allargata come propri risultati. In questo senso, l’elisione e la sussunzione del passato sono un elemento caratterizzate la storicità specifica del capitale. È questa un’acquisizione teorica che sembra fare la sua comparsa in un passo delle Formen, laddove Marx scrive che perché il capitale si sia potuto impossessare delle condizioni della produzione

deve esserci stata da parte del capitalista un’accumulazione – un’accumulazione precedente al lavoro e non scaturita da esso – che lo mette in condizione di far lavorare l’operaio, di mantenerlo efficiente, di mantenerlo come forza-lavoro viva. Questa azione del capitale, indipendente dal lavoro, non posta da esso, viene poi ulteriormente trasferita da questa storia della sua genesi al presente, viene trasformata in un momento della sua realtà e della sua efficienza, della sua autoformazione12.

Il tempo del capitale, in questo modo, finisce per imporsi: un tempo che non è unilineare e uniforme, ma plurale e antagonistico.



4. Nel famoso dibattito sulla transizione al capitalismo che ha coinvolto molti importanti storici marxisti dall’immediato secondo dopoguerra si è tentato di elaborare un modello in grado di spiegare la genesi storica della società capitalistica13. Gli schieramenti definitisi sin dalle prime battute del dibattito si sono contrapposti su questo punto: se il capitalismo fosse sorto da antagonismi endogeni o esogeni rispetto al modo di produzione che lo aveva preceduto. Presupposto di entrambe le parti era che si dovesse spiegare la genesi di una forma storicamente specifica di capitalismo, quello inglese moderno. Un aspetto che, se sviluppato interamente nei suoi contorni teorici, ci aiuta a enucleare un elemento differenziale fondamentale: nessuno dei modi di produzione pre-capitalistici aveva una tendenza verso l’universalità; il rapporto di produzione capitalistico, invece, tende all’espansione universale nella direzione di orizzonti spaziali materiali e immateriali. In questo senso, la mondializzazione (sia nel senso dello spazio geografico, sia nel senso della costituzione di una cooperazione universale e dell’universalizzazione di una stessa forma di processo di produzione) è un tratto specifico del modo di produzione capitalistico; tratto che lo distingue dai modi di produzione che lo hanno preceduto. Il capitale, pertanto, produce la realtà-mondo e la storia mondiale attraverso il vettore di universalizzazione costituito dalla forma di valore e dalle sue tendenze immanenti.

È convinzione marxiana che quella stessa universalità che non caratterizzava la dinamica delle società pre-capitalistiche dovrà, invece, caratterizzare la società post-capitalistica. Su questo crinale, dunque, si produce la differenza tra l’approccio che contraddistingue la storiografia del passato e la costruzione di un futuro alternativo. Si tratta di una differenza che – è bene ribadirlo – si produce grazie alle implicazioni epistemologiche che si sviluppano a partire dalle condizioni di scientificità definite dall’analisi morfologica del presente.

5. L’analisi morfologica e sincronica della società attuale può mostrare i punti di tensione immanenti alla riproduzione capitalistica. Punti di tensione che strutturano antagonismi tra i limiti definitori che il capitale pone a se stesso. Un elemento che si può comprendere rifacendosi alla distinzione tra sussunzione formale e sussunzione reale elaborata da Marx.

Seguendo l’esposizione marxiana, infatti, si potrebbe interpretare la sussunzione formale e quella reale, oltre che come due fasi specifiche dell’evoluzione del sistema capitalistico, anche come due momenti logici puramente sincronici, che coesistono nella struttura del rapporto capitalistico. Nella sussunzione formale il capitale ingloba il libero venditore di forza-lavoro. È questa una sussunzione immediata, che si avvale della formalità giuridica borghese del contratto tra persone libere e che si espone in maniera conflittuale secondo un rapporto di forza puro – ne sorge una lotta aperta tra diritti uguali: «diritto contro diritto, entrambi consacrati dalla legge dello scambio delle merci. Fra diritti uguali decide la forza»14. Seguendo questa prospettiva, verrebbe da dire che la dimensione formale rappresenta un momento insuperabile per il capitale, che, nella compravendita della forza-lavoro, continua ad essere dipendente, ad esempio, dalle condizioni giuridiche stabilite dalle forme borghesi del contratto. Al capitalista, a seconda delle fasi di accumulazione e dello stato di salute del processo capitalistico, rischia sempre di riproporsi la questione del forzare il lavoratore a firmare il contratto e di imporgli di lavorare a certe condizioni. Al livello della sussunzione formale, dunque, «il rapporto di produzione stesso genera un nuovo rapporto di sovraordinazione e subordinazione (che produce anche espressioni politiche ecc. di se stesso)»15. Qui, «la coscienza (o piuttosto la rappresentazione) della libera autodeterminazione, della libertà, e il feeling (coscienza) of responsibility a esso connesso»16 sono facoltà ancora presenti negli attori sociali.

Il piano della sussunzione formale, dunque, rappresenta una costante della riproduzione capitalistica. Una costante spesso, ma non sempre, sovradeterminata dalla sussunzione reale, e che talvolta può trovare margini di maggiori autonomia. Così come il capitale resta vincolato alla necessità del prolungamento della giornata lavorativa, altrettanto i lavoratori lottano per condizioni lavorative migliori17.

Le condizioni di possibilità di espressioni conflittuali di questo antagonismo immanente sono fatte svanire dal capitale sul piano astratto della sussunzione reale. A questo livello il processo di sussunzione è interamente mediato dalle forme capitalistiche, e cioè non lascia margini di apertura a rapporti di forza che coinvolgano soggettività esteriori a quella capitalistica: il capitale è qui finalmente una struttura organica, totalitaria, chiusa. In questa cornice, il rapporto di produzione sovrasta gli altri rapporti sociali (di genere, politici, culturali, ideologici, ecc.) e li riduce a proprie articolazioni particolari, a mezzi della propria riproduzione. Laddove, però, subentrino crisi e convulsioni del sistema capitalistico, le strategie adottate dal capitale (frode fiscale, aggiramento dei limiti giuridici, licenziamenti di massa, delocalizzazioni, privatizzazione dei servizi) riportano in primo piano la cornice formalistica e istitutiva del rapporto capitalistico. È per questo motivo che il conflitto di classe non può che manifestarsi attraverso la mediazione delle categorie e delle forme impersonali proprie del diritto borghese. La lotta è sempre lotta per dei diritti, a partire dal diritto primo e fondamentale per cui si batte la classe lavoratrice, quello della progressiva riduzione della giornata lavorativa – fondamentale, appunto, perché segnato da quei limiti oltre i quali «il capitale non può andare senza dimettere la sua natura di capitale»18.

Sussunzione formale e sussunzione reale rappresentano due matrici euristicamente produttive per riflettere sulla qualità degli antagonismi immanenti al capitale e sulle loro tendenze. Se sul piano della sussunzione reale, il capitale funziona come totalità satura e organica, in cui gli antagonismi sono sempre ricondotti a unità (übergriffen) dal capitale, su quello della sussunzione formale, invece, le potenzialità antagonistiche trovano costitutivamente una loro cornice di espressione conflittuale. Come già accennato, si tratta di due forme sincroniche, che però non sempre sembrano combinarsi in maniera univoca. Si tratta allora di vedere le modalità in cui il capitale riesce a montare queste due forme. Come sempre nella critica dell’economia politica di Marx occorre osservare le forme, il loro montaggio e le determinazioni formali presentate dalla cosa stessa nel corso del suo svolgimento19.

6. Provare a definire la produttività politica dell’epistemologia morfologica marxiana è un esercizio teorico difficile. Ciononostante, il paradigma marxiano appare oggi l’unico in grado di svincolarsi da qualsivoglia mito dell’originario e da quell’ontologia allo stesso tempo agonistica ed eternizzante dei rapporti sociali che sembrano caratterizzare il pensiero politico contemporaneo.

Certo, la critica marxiana si definisce (e si limita, dunque) in relazione a un oggetto specifico, il modo di produzione capitalistico; ma nello svolgimento della sua analisi essa è in grado di esporre le modalità in cui il rapporto di produzione estende la propria influenza agli altri livelli, strutturando così una totalità organica apparentemente naturale. La riflessione critica, a questo punto, dovrebbe concentrarsi sulle condizioni di possibilità della fondazione di una critica della politica a partire dalla cornice epistemologica della critica dell’economia politica. È questo uno spunto forse non ancora sufficientemente sviluppato nella ricerca20. Muovendosi in una simile prospettiva, allora, si potrebbe cercare di articolare un nesso sistematico tra due domini solo apparentemente eterogenei e arrivare a esporre così una critica della politica, che, pur forte della sua capacità di calarsi nelle conflittualità della congiuntura, non si libera dalla forma epistemologica su cui è costruita la critica dell’economia politica – una forma epistemologica in grado di indagare la costituzione dei conflitti politici e di matrice antagonistica immanente al sistema capitalistico.

Un simile lavoro richiede il paziente esercizio della mediazione (a parte subjecti così come a parte objecti) e l’attenzione alle determinazioni formali che contrassegnano le funzioni sociali. In questa prospettiva, si tratta anche di distinguere l’effetto di struttura del rapporto di produzione capitalistico da altre e più generali determinazioni sociali. Muoversi sul crinale della discriminazione tra storicità e logiche differenziali che attraversa la relazione tra rapporti sociali e rapporto di produzione permette di cogliere i movimenti della loro combinatoria: laddove i primi conquistano margini di autonomia relativa rispetto agli antagonismi posti dal capitale, ecco che nuove brecce conflittuali si aprono nell’apparente stato di natura capitalistico. La crisi riacquista su questo fronte il significato di un krinein, di un separarsi o incrinarsi della tenaglia totalitaria attraverso cui il capitale sussume realmente i processi sociali, riconducendo a se tutte le loro determinazioni. Ed è proprio in questa prospettiva che la teoria marxista si apre anche a un tipo di riflessione intersezionale in grado di considerare e produrre la combinazione tra antagonismi che sorgono su livelli della società relativamente autonomi rispetto al rapporto capitalistico in senso stretto21.

7. In quanto precede si è provato a tematizzare il rapporto tra due vie differenziali che si aprono a partire dall’analisi della società capitalistica proposta dalla critica dell’economia politica di Marx: la via differenziale che porta verso la costituzione di una storiografia delle società pre-capitalistiche, da un lato, e la via differenziale che muove dal presente verso una società non-capitalistica. Si è mostrato le differenze reciproche tra queste due vie si giocano proprio sull’universalità immanente al rapporto capitalistico. Laddove, infatti, muoversi verso il passato significa ricostruire società e modi di produzione non caratterizzate da una determinazione formale universale, in grado di sussumere il mondo e produrre una storia universale, mentre muoversi verso il futuro significa necessariamente fare i conti con l’universalità della società attuale e con i suoi antagonismi immanenti (significa, dunque, produrre un mondo diverso e una storia universale diversa). Eppure, nonostante questa distanza, la storiografia morfologica e differenziale delle società pre-capitalistiche è un momento dialettico essenziale per far sorgere quel «presagio del futuro»22 di cui parla Marx nei Grundrisse, a partire dal fatto che essa contribuisce a decostruire la naturalizzazione e l’eternizzazione feticisticamente prodotta dalle categorie capitalistiche. In questo senso, si costituisce un rapporto tra passato e futuro che, se filtrato dall’epistemologia anti-storicistica della critica dell’economia politica, riesce a tener conto del differente peso specifico di queste due diverse forme di storicità e del grado di incidenza con cui il rapporto capitalistico interviene su entrambe. Solo così si pone il presente come campo problematico da cui sorgono, in maniera diversa eppure solidale, passato e futuro come forme della differenza. L’elaborazione storiografica rappresenta un momento essenziale di questa costruzione teorica e critica.

La storia in sé non insegna niente; la storiografia, talvolta, sì.

Note:
1 Marc Bloch, Apologia della storia o Mestiere di storico, tr. it. Giuseppe Gouthier, Einaudi, Torino 2009, p. 20.
2 Carlo Ginzburg, Occhiacci di legno. Nove riflessioni sulla distanza, Feltrinelli, Milano 1998, p. 34.
3 Karl Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, tr. it. di E. Grillo, La Nuova Italia, Firenze 1970, II, p. 82.
4 Karl Marx, Per la critica dell’economia politica, tr. it. di Emma Cantimori Mezzomonti, Editori Riuniti, Roma 1957, pp. 11-12.
5 Cfr. Josif Stalin, Materialismo dialettico e materialismo storico, tr. it. di Palmiro Togliatti, Edizioni Rinascita, Roma 1954.
6 Per una critica efficace di questo genere di interpretazioni, poggiante in ultima battuta su una modalità di intendere la contraddizione totalmente rigida, unilineare e storicistica, si veda, tra gli altri, Roberto Finelli, Un parricidio compiuto. Il confronto finale di Marx con Hegel, Jaca Book, Milano 2014, pp. 41-112.
7 Per simili rilievi sulla Prefazione di Per la critica dell’economia politica si veda: Gian Mario Cazzaniga, Funzione e conflitto. Forme e classi nella teoria marxiana dello sviluppo, Liguori, Napoli 1981, pp. 33-38.
8 Karl Marx, Lineamenti fondamentali… cit., I, p. 38.
9 Ivi, II, p. 148.
10Aldo Schiavone, “Per una rilettura delle «Formen»: teoria della storia, dominio del valore d’uso e funzione dell’ideologia”, in Analisi marxista e società antiche, a cura di Luigi Capogrossi, Andrea Giardina, Aldo Schiavone, Editori Riuniti – Istituto Gramsci, Roma 1978, pp. 75-106, p. 78.
11 Ivi, p. 83.
12 Karl Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, cit., II,p. 134.
13 Il dibattito, sviluppatosi sulla scia delle tesi sostenute da Maurice Dobb nei suoi Studies in the Development of Capitalism, Butler & Tanner, From – London 1946, ha coinvolto importanti storici marxisti come Rodney Hilton, Cristopher Hill, Georges Lefebvre, Kohachiro H. Takahashi, Paul M. Sweezy. In italiano i diversi contributi del dibattito sono stati raccolti in AA. VV., La transizione dal feudalesimo al capitalismo, a cura di Giuliano Procacci, Savelli, Roma 1974. Il cosiddetto dibattito sulla transizione si è poi ulteriormente sviluppato negli anni successivi coinvolgendo storici ed economisti (Paul A. Baran, Eric Hobsbawm, Perry Anderson, Immanuel Wallerstein, solo per citare alcuni dei nomi più importanti) e stimolando anche la produzione di nuove discussioni (ad esempio, il cosiddetto “Brenner Debate) e di un rinnovato interesse per la storia dell’intreccio tra capitale commerciale e capitalismo moderno (si pensi, tra le altre, alla tesi della “integrazione verticale” realizzata dal capitalismo sulla scia dello sviluppo del commercio proposta da Fernand Braudel, La dinamica del capitalismo, tr. it. di Giuliana Gemelli, Il Mulino, Bologna 1988, e recentemente ripresa, in una cornice teorica problematica, da Jairus Banaji, A brief history of commercial capitalism, Haymarket, Chicago, Illinois 2020). Non essendo questo il luogo per approfondire questa costellazione di dibattiti, per un esame critico di tali questioni si rimanda agli ottimi: Gian Mario Cazzaniga, Funzione e conflitto… cit., pp. 182-200; Ellen Meiksins Wood, The origin of capitalism. A longer view, Verso, London – New York 2002.
14 Karl Marx, Il capitale. Critica dell’economia politica. Libro primo, a cura di Roberto Fineschi, La città del sole, Napoli 2011, p. 255.
15 Karl Marx, “Capitolo sesto. Risultati del processo immediato di produzione”, tr. it. di Giovanni Sgro’, in Marx-Engels Opere Complete, vol. XXXI, 2, La città del sole, Napoli 2011, pp. 895-1019, p. 978.
16 Ivi, p. 983.
17 Cfr. Karl Marx, Il capitale… Libro primo, cit., pp. 254-255.
18 Lorenzo Calabi, “Su ‘barriera’ e ‘limite’ nel concetto del capitale”, in Critica marxista, 1975 (2-3), pp. 55-69, p. 67. Che la lotta per la riduzione della giornata lavorativa rappresenti il nodo cruciale della lotta anti-capitalistica è Marx stesso a sottolinearlo a più riprese, dai Grundrisse fino al terzo libro del Capitale.
19 Gian Mario Cazzaniga, Funzione e conflitto…, cit.; Roberto Fineschi, Un nuovo Marx. Filologia e interpretazione dopo la nuova edizione storico-critica (MEGA2), Carocci, Roma 2008, pp. 130-156; Michael Heinrich, An introduction to the three volumes of Karl Marx’s Capital, Monthly Review Press, New York 2012, pp. 199-218.
20 Con la recente eccezione di Sōren Mau, Mute compulsion: a marxist theory of the economic power of capitale, Verso, London – New York 2023.
21 Anche su questo fronte, crediamo che la critica dell’economia politica di Marx possa dare spunti molto più profondi di quegli che solitamente le sono riconosciuti nel dibattito. Per una rilettura della “tradizione intersezionale” si veda A. J. Bohrer, Marxism and inter-sectionality. Race, gender, class and sexuality under contemporary capitalism, transcript, Bielefeld, 2019.
22 Karl Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, cit., II., p. 82.

di Sebastiano Taccola

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