A volte ritornano

Il ciclo litogenetico e l’essenza delle rocce

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…dell’origine della vita sulla Terra o dell’origine stessa del nostro pianeta, il desiderio di scovare l’arché ha aperto le porte alla comunità scientifica per arrivare a una comprensione di processi e fenomeni sempre più distante dagli antichi miti e dalle teorie più o meno stravaganti. In questo lungo percorso fondamentale è stato il confronto instauratosi nel mondo occidentale tra il dinamismo intrinseco delle teorie evoluzionistiche (anche ante litteram) e la staticità rassicurante che caratterizza la visione creazionistica.

La geologia è arrivata a definire la struttura interna della Terra e conseguentemente l’origine della litosfera passando per lo scontro iniziato dal XVIII secolo tra due teorie: la corrente nettunista e quella plutonista.

Tra Settecento e Ottocento il legame tra geologia e geografia andava rinsaldandosi grazie a personalità di spicco, su tutti i naturalisti tedeschi, che si muovevano tra le due discipline senza soluzione di continuità. Esemplare fu la figura di Alexander von Humboldt, considerato il padre della geografia moderna insieme a Carl Ritter (che al contrario viene ricordato come “geografo da tavolino” e fondatore del filone della geografia umana). Von Humboldt ha contribuito grazie alle numerose spedizioni e all’assidua attività sul campo a legare indissolubilmente le due discipline, rendendole complementari e creando la struttura su cui si basa lo sviluppo successivo della geografia fisica.

Il capostipite della corrente nettunista, teorico della geologia storica o geognosia e non da ultimo maestro dello stesso von Humboldt, Abraham Gottlob Werner, sosteneva che tutte le rocce costituenti la crosta terrestre avessero origine marina, in quanto risultato della sedimentazione di materiali in seguito al ritirarsi di un oceano primordiale esteso su tutto il pianeta. Tale teoria, in accordo con la tradizione creazionistica, segue l’ordine definito nella Genesi biblica in riferimento alla comparsa della vita nel Paradiso Terrestre. In questo contesto parlare di vulcanismo e di dinamiche sotterranee, presupponendo tra l’altro un nucleo allo stato liquido (come invece farà Hutton, plutonista per eccellenza) nemmeno menzionato nel testo sacro, perde totalmente di significato, in quanto la Terra non può concettualmente subire modificazioni strutturali che la allontanino dallo stato iniziale voluto da Dio.

La grande debolezza della corrente nettunista, che prende il nome da Nettuno, il dio classico del mare, risiede proprio nell’impossibilità di dimostrare o quantomeno dare una qualsivoglia spiegazione in primis dell’esistenza di un oceano panterrestre e conseguentemente delle cause della sua ritirata. Come a voler in qualche modo puntellare la fragilità di tali supposizioni, si venne a formare una corrente interna al nettunismo: i cosiddetti vulcanisti, partendo sempre da una base creazionista, consideravano la crosta terrestre non tanto come risultante di un processo di sedimentazione, quanto più un effetto catastrofico dell’azione di enormi vulcani.

Ma il nettunismo non è solo cieca fedeltà al testo sacro cristiano. Alcune teorie, una volta confluite e rielaborate nella geologia moderna, sono andate a completare la conoscenza del ciclo litogenetico. Ad esempio il concetto di sedimentazione marina proposta da Werner non è considerata del tutto erronea. Al contrario, la stratificazione dei detriti provenienti dall’erosione (sopra o sotto il livello del mare) è una fase fondamentale del processo litogenetico, in quanto costituente le rocce sedimentarie, nonché materia prima per la formazione della massa magmatica al centro della teoria plutonista.

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Se ancora si ricorda qualcosa del programma di scienze della terra di qualsiasi istituto medio superiore, o semplicemente affidandosi al buon senso, è chiaro a questo punto che la geologia moderna prenda le distanze dalle teorie werneriane affondando invece le sue radici nel plutonismo di James Hutton, che per primo teorizzò il ciclo litogenetico, punto di partenza per altre fondamentali teorie come la wegeneriana deriva dei continenti.

Il geologo scozzese definiva “plutoni” (ispirandosi al dio classico dell’oltretomba, da cui prende il nome anche la corrente del Plutonismo) le strutture geologiche formate da rocce ignee intrusive, ovvero dal consolidamento di intrusioni magmatiche originate da un vulcanismo costante. A seguito della fase di formazione di nuova crosta e del suo innalzamento, si assiste a un livellamento della stessa causato dall’erosione imputabile agli agenti atmosferici. I sedimenti prodotti in questa fase si depositano quindi sui fondali marini, dove vanno incontro a un processo di fusione catalizzato dal calore interno della Terra (metaforicamente proveniente dall’Ade). La massa magmatica derivante dalla fusione dei sedimenti farà dunque continuare il ciclo alimentando l’attività vulcanica.

Prima di continuare con l’analisi, è necessario precisare che la teoria litogenetica attualmente considerata valida è stata ampliata includendo la struttura e le caratteristiche interne della Terra (astenosfera, mantello, nucleo), e poi completata e sistematizzata attraverso la teoria della tettonica a placche e della conseguente deriva dei continenti.

Se è dunque appurato che la litogenesi sia un ciclo di trasformazioni e rimescolamenti di una certa massa magmatica che prima si solidifica per poi fondere nuovamente, non è errato concludere che le rocce che possiamo osservare oggi altro non sono se non la ricombinazione e ri-coagulazione di un antico magma che in futuro lascerà esso stesso spazio, fondendosi, alla componente magmatica attualmente semifusa e relegata nell’astenosfera terrestre che a sua volta andrà a formare nuova crosta terrestre. Inoltre nell’esposizione huttoniana non vengono prese in considerazione le rocce sedimentarie (definizione derivante da Werner come visto in precedenza) ed è assente un’analisi delle modificazioni strutturali dei corpi rocciosi causate dall’intrusione magmatica, oggi considrata una delle cause di metamorfismo delle rocce.

Dalla Francia pre-rivoluzionaria arrivò inoltre, involontariamente, il sostegno di Lavoisier e della sua legge di conservazione della massa. Con il postulato: «Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma», Lavoisier pose come presupposto fondamentale dell’analisi di qualsiasi fenomeno chimico-fisico il fatto che la Terra sia un sistema chiuso e che di conseguenza i suoi componenti siano in uno stato di continuo rimescolamento.

Restringendo il campo di applicazione di tale concezione sistematica alla litosfera attraverso un prestito conematografico, si può concludere che le rocce “a volte ritornano”: ritornano dalla superficie alle profondità abissali dell’astenosfera in stato semi-fuso per poi ritornare a intrudere altra roccia, dove ritornano ora come basalto ora come granito, ma in fondo mantengono sempre in se stesse la propria essenza.

In maniera forse un po’ paradossale per l’accostamento inconsueto di due discipline come la geologia e la letteratura, tale ciclo ricorda l’espediente narrativo della mise en abyme, che indica la condensazione del significato ultimo di una vicenda nella vicenda stessa.

Come è tipico dell’approccio sistemico che caratterizza la geografia, l’associazione di ambiti apparentemente lontani tra loro porta a riflessioni di ampio respiro che non di rado sforano nella riflessione filosofica. In questo caso specifico verrebbe quindi da chiedersi se sia davvero possibile risalire all’arché, il prototipo iniziale di un qualunque fenomeno osservabile.

Chissà quindi come la prenderebbe un vulcanista come Goethe nello scoprire di avere ragione solo in parte per quanto riguarda la metamorfosi della natura. Infatti in un’epoca in cui…

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di Francesca Giacometti

La rubrica di Geografia nasce dalla collaborazione con EGEA Milano

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