L’emendazione dell’intelletto

Bisogna emendare le proprie facoltà da ciò che esse hanno di guasto per poter accedere alla conoscenza, ma sembra che non si possa operare questa emendazione dell’intelletto se non possedendo già qualche conoscenza. Spinoza risolve questa circolarità spiegandoci perché la verità è metro di se stessa.

Dopo che l’esperienza mi ebbe insegnato che tutte le cose che accadono normalmente nella vita comune sono vane e futili; e quando ebbi visto che tutto ciò che temevo e che generava in me inquietudine non aveva niente di buono né di malvagio in sé, ma solo in quanto l’animo ne era agitato; decisi infine di indagare se si desse qualcosa che fosse il vero bene, che fosse attingibile di per sé, e da cui solo, abbandonati tutti gli altri, l’animo potesse essere affetto; e insomma se si desse qualcosa per mezzo del quale, una volta trovatolo e raggiuntolo, potessi godere in eterno di continua e perfetta felicità.[1]

Con queste parole si apre il Trattato sull’emendazione dell’intelletto, prima e incompiuta opera di Baruch Spinoza – uno dei filosofi più profondi, e uno dei pochi davvero immortali, di tutta la storia del pensiero.

La sua ricerca, anche in risposta a drammatiche vicende biografiche, comincia dal conflitto tra due dimensioni complementari: da un lato, quella dei beni instabili ed effimeri, ai quali si è tentati di consacrare la propria vita salvo rendersi presto conto che il fatto di inseguire piaceri, ricchezze e onori ci fa sprofondare in una vertigine di bisogni insaziabili e ci condanna all’infelicità; e quella, dall’altro lato, della conoscenza «dell’unità tra la mente e la Natura nel suo complesso»,[2] che garantisce all’uomo saggio la pace nella coscienza della necessità universale.

Per attingere alla conoscenza, tuttavia, bisogna emendare e purificare il proprio intelletto dagli errori e dai pregiudizi; ma non è appunto necessario conoscere la verità e saperla distinguere dalla falsità per rendere possibile questo tipo di emendazione? La ricerca della felicità nella filosofia (nella stabilità intemporale della verità) sembra arenarsi già al suo inizio in un circolo vizioso.

Ma proprio qui Spinoza registra la sua prima decisiva acquisizione filosofica. Contro Cartesio, suo ideale maestro, egli nega che il terreno solido sul quale la conoscenza deve fondarsi possa essere costituito solo dalle macerie del pregiudizio demolito: è la verità che rende possibile lo smascheramento della falsità, non questo che rende possibile il disvelamento della verità.

«La verità», scrive Spinoza, «è norma di sé e del falso».[3] Se si cercasse di cominciare dalla confutazione dello scetticismo, non si saprebbe a che criterio rifarsi per condurla a segno; se si cercasse qualche fondamento per garantire la veridicità delle proprie idee chiare e distinte, non si troverebbe niente che fosse in grado di svolgere quel ruolo, perché qualunque fondamento andrebbe fondato a sua volta. E nello scetticismo si rimarrebbe impigliati.

La verità è dunque, secondo Spinoza, lo spazio nel quale ci si muove, inevitabilmente, fin dall’inizio. E l’emendazione dell’intelletto non è una precondizione in vista del possesso in atto di un’idea vera, bensì coincide con questo possesso. Un’idea vera si manifesta come tale quando è chiara e distinta, e sarebbe folle cercare qualcosa di più chiaro e più distinto con cui giustificare i criteri di chiarezza e distinzione. Il sogno – che era, si può dire, l’incubo epistemologico di Cartesio – si rivela come tale nel confronto con la veglia; mentre rispetto alla veglia non si dà alcunché di più immediato, di più ricco, di più connesso e solido, con cui essa possa essere confrontata per essere eventualmente scoperta come illusoria. Vegliando non si può dubitare di vegliare. La veglia è metro e criterio di sé e del sogno; la verità di sé e del falso.[4]

La teoria di Spinoza, da questo punto di vista, ha conseguenze di vasta portata. Al di là perfino degli ampi sviluppi che lui stesso ne dà nel capolavoro della sua maturità, l’Etica, essa è un’ammonizione ancora e sempre valida nei confronti di chi, nel cercare un fondamento solido per la verità, rischia di togliersi involontariamente di sotto i piedi le condizioni che la rendono in generale possibile. La verità non è il termine irraggiungibile a cui si tende instancabilmente, perché, di nuovo, se la verità non si possiede già, almeno in minima misura, qui e ora, come possiamo sapere anche solo che ci stiamo avvicinando a essa anziché allontanando? La ricerca dell’estremo della retta è intrinsecamente votata al fallimento. La verità è la norma stessa della ricerca, ed è immanente a essa. Una parte della verità la si possiede sempre già; la maggior felicità sta nel possederne una parte sempre più estesa e nel ridurre simmetricamente la misura in cui si è soggetti all’errore.

Note

[1] B. Spinoza, Trattato sull’emendazione dell’intelletto, a cura di M. Lavazza, Edizioni del Foglio Spinoziano, 2016, § 1.

[2] Cfr. ivi, § 13 p. 116.

[3] B. Spinoza, Etica, tr. it. e cura di E. Giancotti, PGreco, Milano 2010, parte II, proposizione 43 scolio p. 158. Ma cfr. anche B. Spinoza, Trattato sull’emendazione dell’intelletto, cit., § 35 p. 127.

[4] Cfr. B. Spinoza, Breve trattato su Dio, l’uomo e la sua felicità, in Id., Tutte le opere, a cura di A. Sangiacomo, cit., parte II cap. 15 § 3 p. 289.

di Michele Lavazza

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