Talete nel pozzo

Ma non c’è nessuno a cui sia stato utile cadere in un pozzo?

Q

uelli, per contro, che dell’utile non si preoccupano proprio, quelli cioè che dedicano il massimo dei propri sforzi e tutta la finezza del proprio intelletto all’indagine di cose troppo alte per poter avere alcun ritorno per le tasche degli uomini, costoro vengono derisi. Sulla bocca della gente la parola stessa “filosofo” diventa un insulto quando si addita lo studioso degli astri: ci si prende gioco dell’austerità della sua vita, che viene scambiata per l’incapacità di guadagnarsi più che un tozzo di pane, e ci si fa beffe della sua apparente distrazione…

– Oh no, – disse Talete. – Di nuovo. Che male…

– Chi sei?

– Argh! Chi ha parlato?

– Io. Sono qui.

– Ma non ci vedo niente… Chi sei? Un collega?

– Sono una rana.

– Ah, eccoti. Ora ci vedo un po’ meglio. Hai idea di come fare per uscire da qui?

– Da dove vieni?

– Da Mileto.

– Dov’è?

– Ehm, in superficie. Per l’appunto, per uscire…?

– Per uscire dove?

– In superficie.

– Non capisco.

– Io vengo dalla terraferma, dal duro suolo circondato dal Mare Oceano e, ecco, vorrei tornarci; se possibile per l’ora di cena…

– Nobile filosofo, è ovviamente il contrario: le pareti di pietra del pozzo circondano la pozza d’acqua.

– Ottima rana, comprendo la tua incomprensione. Il fatto è, vedi, che il mondo è più vasto di quanto tu sospetti e possa sospettare. Tu sei come un prigioniero, incatenato in fondo a un antro buio e, dio non voglia, senza uscita; le tue opinioni, e per questo non ti si può biasimare, sono tutte informate dalla convinzione che non vi sia nulla oltre le poche ombre che puoi percepire.

– Ti sbagli. Io so che molto lontano da qui, nell’alto più alto, si trova il cielo, che è fatto d’aria, che a intervalli regolari alterna luce azzurra e stelle. A volte, quando fa caldo, l’acqua che bagna il fondo del mondo sale verso l’alto, perché è materia più leggera delle rane, e allora si formano nuvole che velano il tappo celeste; altre volte, poiché, sebbene più leggera delle rane, l’acqua è più pesante dell’aria, essa precipita al suolo e questa è la pioggia. Ho divagato, ma io so della terra, dell’acqua, dell’aria e del fuoco: non certo solo delle ombre.

– Gentile rana, le tue idee sono errate e la tua moltiplicazione dei principi è quasi blasfema, ma devo riconoscere che questo tuo ragionamento de caelo ha un proprio fascino peculiare. Tuttavia, non mi porta più vicino alla soluzione del problema di come uscire da qui.

– Perdona la mia lentezza. Intendi dire insomma che tu provieni da una regione più vicina al cielo?

– Ecco sì, questo può essere detto senz’altro.

– Vorrei poterti aiutare a tornarci.

– Grazie, è gentile da parte tua.

– Dicevi che in passato sei già stato qui? Come sei poi tornato dalle tue parti?

– È una storia che non mi piace rivangare, – disse Talete imbarazzato. – Comunque, in breve, capitò che passasse una schiava trace che mi conosceva di fama. Sentì le mie invocazioni e chiamò aiuto. Non prima di avermi deriso. Quella volta ho detto a tutti che ero sceso nel pozzo perché dalla profondità di un pertugio buio, che esclude tutto alla vista tranne un determinato spicchio di cielo, si possono effettuare osservazioni astronomiche più accurate che in ogni altra situazione; ho detto loro che l’indagine delle cose più elevate richiede fatica, pazienza e umiltà e non è per niente incompatibile con il fatto di andarsi a bagnare le scarpe nel fondo di un pozzo; ho detto loro che, anzi, occorre raggiungere l’estremo dell’abiezione e dell’annullamento di sé per ottenere il culmine dell’ascesi e contemplare, seppure per un istante, l’impersonale esattezza di quanto sta sopra la parte più alta di noi; ho detto loro che ciò che la serva trace derideva era il coraggio della verità…

Il faut reculer pour mieux sauter.

– Prego?

– Cra.

– Insomma, se la sono bevuta, o per buona educazione hanno finto di bersela. Non mi useranno questa cortesia una seconda volta.

– Perché ritieni che non ti dovessero credere? La natura umana è così maliziosa?

Talete sospirò: – Era pieno giorno.

– Oh.

– Ho avuto la mia rivincita, se è per questo. Lungi da me ogni animosità o risentimento: non ce l’avevo certo con quelli che sghignazzavano alle mie spalle, poveri ignoranti. Ho pensato però che fosse istruttivo mostrar loro che quella vita, ehm, spartana che conducevo era una scelta filosofica e non il prezzo che si paga per aver la testa fra le nuvole. Dopotutto, l’astronomia può perfino essere utile, e questo non la rende affatto meno nobile.

– E così?

– E così, egregia rana, così qualche autunno fa ho usato la mia conoscenza dei moti degli astri per prevedere il clima dell’anno successivo; ho trovato che sarebbe stato eccezionalmente favorevole alla raccolta delle olive; distribuendo, con le mie magre risorse, dei piccoli anticipi, ho ottenuto il monopolio dei frantoi nella stagione della raccolta, e ho accumulato quindi una fortuna.

– Immagino che questo abbia avuto l’effetto di attirare su di te le più calde simpatie di tutta la popolazione.

– Ecco, nient’affatto… è dura la vita del filosofo… sempre incompreso, sempre bistrattato…

La rana tacque, esitò qualche momento. Poi aggiunse:

– C’è tuttavia della saggezza anche nel punto di vista della tua servetta, e di quelli che diffidano della filosofia. Non nel senso banale in cui, ed è pur vero, chi vuole salire troppo in alto rischia di cadere in un modo in cui non rischia chi ha, per così dire, i piedi per terra.

– In che senso dunque?

– Vi sono, nella filosofia, profondità illusorie, male intese. Non è detto che per capire meglio le cose si debba guardare dietro o sotto di esse. Tutto quello che dobbiamo fare è, forse, guardare le cose stesse. Tutto è davanti ai nostri occhi, e ciò che è nascosto, lontano od oscuro va compreso sulla base di ciò che è davanti ai nostri occhi, oppure non va compreso affatto…

– Tuttavia c’è del tragico. Si rischia di cadere nel pozzo sia quando ci si sporge sul pozzo, sia quando si guardano in alto le stelle; di cadere verso il cielo non si rischia mai…

Proprio in quel momento passò accanto al pozzo una giovane schiava trace, che vide il filosofo e disse:

– O Talete! Siete anche oggi sceso nel pozzo apposta?

di Michele Lavazza