L’austriaca

Storia di una che non cade

Die Österreicherin, il monologo di e con Sabine Liselotte Uitz germinato dalle produzioni del Teatro Telaio e premiato nella Rassegna Teatrale Diritti al cuore di Padova nell’edizione 2017-18, va in scena anche al teatro Corte dei Miracoli durante la rassegna Storia di una caduta dedicata alla cultura austriaca.

Un testo teatrale sulla violenza nazista rischia spesso di essere banale, scontato, ripetitivo e, per certi versi, oserei dire superfluo.

C’è un però; l’autrice, che è anche l’unica interprete sulla scena, è austriaca.

Una persona normale. Meglio: un normale austriaco, non un Zweig o un Roth, e qui la cosa si fa interessante.

Ci sono molti modi di opprimere e di essere oppressi, di esercitare o subire una violenza.

L’autrice/attrice riesce a evitare lo scontato, il già scritto e recitato, e porge le proprie vicende e le proprie esperienze, attraverso una narrazione piena di atmosfere e dalle mille sfumature; come essere oppressi in una lingua che è sì tua ma non è della tua patria, come una quotidianità in cui tutti i particolari sembrano dire che ciò che sta accadendo appartiene al tuo mondo e qualcosa ti dice che invece non è così.

Il tutto attraverso una comprensione e insieme incomprensione dei legami, così per lei importanti, e della loro mutazione forzata che, per lei bambina, diviene sempre più incomprensibile e lacerante.

Sabine ha avuto il grande pregio e capacità di riempire il teatro della sua sensibilità e dell’atmosfera con cui ha vissuto quegli eventi e quel periodo.
In una vita tra opposti che dentro di lei non si conciliavano, riesce a farci immaginare tutta la sua sofferenza e la sua rabbia di bambina che non capisce.

L’uso sulla scena di un linguaggio con forte inflessione straniera e alcune espressioni e parti in tedesco, oltre al suo stile recitativo, sono in perfetta armonia con il suo desiderio di farci entrare in empatia con lei.

Quasi a voler dire: solo chi è tedesco può capire fino in fondo il nazismo mentre io qui cerco di farvelo immaginare.

Far soffrire una bimba che non è riuscita, o non poteva riuscire, a metabolizzare quanto accadeva con il coraggio in un mondo che capisce e non capisce, è anch’esso un crimine.

I conti li ha poi fatti da adulta.

di Federico Fagotto

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