La natura delle pose

L’incessante flusso di immagini turbinanti in ogni direzione

Dispersione… non devo stupirmi di non riuscire a inquadrare il fulcro dell’articolo. Poco male.

Se non riesco a mettere a fuoco, cambio elemento e attraverso la grande acqua di questo esagramma.

«Nel futuro le immagini ci arriveranno a casa come l’acqua corrente dai rubinetti»,disse profeticamente Paul Valéry nel 1928[1].

La loro trasmissibilità, più che la riproducibilità, rende incontenibilmente scivoloso il mondo delle immagini nella società liquida descritta da Bauman[2].

David Horvitz, artista americano che usa fotografia, performance, libri d’artista, servizio postale e social network, si ispira al movimento Fluxus rinnovandone l’approccio estetico.

Nel bacino idrico del web, le immagini si trasformano in progetti artistici in virtù del loro stesso muoversi. La sorgente di Heads in Freezers (2009) è una fotografia pubblicata sui social network che ritrae Horvitz stesso mentre infila la testa dentro al freezer. La didascalia invita a emulare la posa e a pubblicare l’immagine etichettandola con il numero 241543903.

Zampilli di meme[3] sparpagliano un’immagine priva di intenzionalità cambiandone il corso in una pratica culturale condivisa da un gran numero di persone attraverso un gesto virale. Navigando tra stereotipi che increspano il puzzle di fotografie galleggianti nei siti fornitori di immagini per il web e la stampa, Horvitz indaga l’iconografia della depressione.

Riempitosi gli occhi di clichés visivi, pubblica un suo autoritratto sulla pagina Mood Disorder di Wikipedia (ora illustrata da una xilografia del 1869 con un uomo triste sotto la pioggia). Horvitz, confinato nell’angolo in basso a sinistra, ha i capelli e il maglione di colore nero (come l’umore!) e ripiega il capo tra dita ritorte dal tormento interiore mentre sullo sfondo un mare desolante e crudele spruzza lapilli di fragorosa solitudine. O forse si sta semplicemente passando le mani fra i capelli infradiciati per asciugarli.

«Tutte le immagini sono precise, nessuna è la verità», ha chiarito Avedon. Titolo e didascalia creano un argine più o meno stretto dove il significato dell’immagine può scorrere. Lo scatto, liberamente utilizzabile, è stato riverberato da giornalisti e bloggers per illustrare articoli su depressione, alcolismo, depressione post partum, salute mentale, attacchi di panico, ansia, fobia sociale, deficit di attenzione, disturbo bipolare, agopuntura, meteoropatia e sulle proprietà dell’olio di pesce contro la depressione invernale.

In Mood Disorder, stampato in duemila copie nel 2015, Horvitz pubblica le schermate delle pagine Internet dove è stata utilizzata la fotografia da lui caricata su Wikipedia.

Interessato alla libera propagazione e circolazione dell’immagine, registra ed evidenzia gli effetti di questa dispersione: il passaggio dal colore al bianco e nero, l’aggiunta di filtri, il ritaglio dell’inquadratura e la presenza di didascalie in diverse lingue (danese, norvegese, tedesco, arabo, thailandese). Horvitz si limita a innescare un moto ondoso per poi osservarne gli imprevedibili sviluppi. Smaterializzate in una serie numerica, le immagini non hanno mai tregua, come i turbinanti atomi lucreziani sospinti da un moto incessante nello spazio infinito.

A tal punto è vero che da tutte le cose emanazioni d’ogni tipo
fluendo si staccano e da ogni parte si diffondono in tutte
le direzioni, né sosta né requie è mai dato frapporre al fluire,
giacché di continuo i nostri sensi ne sono impressionati,
e sempre possiamo vedere ogni cosa, percepirne odori e suoni.[4]

I kakemono, rotoli verticali appesi nelle case giapponesi raffiguranti ritratti, nature morte e paesaggi, sono immagini da percorrere liberamente con gli occhi perché non hanno elementi visivi (linee prospettiche, diagonali, curve, masse e pesi, vuoti e pieni, colori) che attirino o respingano lo sguardo.

«Per gli occidentali contano l’ingresso e il colpo d’occhio: indirizzarci verso un nucleo visivo forte. In Oriente si frammentano i nuclei focali: l’importante è perdersi dentro l’immagine, e non l’andare da qualche parte»[5].

Il museo diffuso, termine coniato da l’architetto Fredi Drugman negli anni Settanta, è un territorio dai confini incerti appartenente alla comunità che lo abita. Oggetti, paesaggi, tradizioni e testimonianze raccontano l’identità del territorio coinvolgendo direttamente la popolazione e le istituzioni locali.

Inaugurata il 31 agosto 2020 a Bibbiena (Arezzo), la prima galleria fotografica a cielo aperto in Italia si dirama per le vie del centro storico. L’installazione diffusa e permanente vive sulle mura degli antichi palazzi come patrimonio visivo della collettività. Tra le fotografie di formato minimo 150×100 cm, stampate su alluminio Dibond trattato per esterni e montate su cornici in acciaio, spiccano i nomi di autori noti della fotografia italiana: Nino Migliori (Il Tuffatore, 1951), Mario De Biasi (Gli Italiani si voltano,1954), Uliano Lucas (Emigrante in Piazza Duca D’Aosta 1968), Mauro Galligani (Leningrado, Ermitage 1987), Giorgio Lotti (Alluvione di Firenze 1966), Gabriele Basilico, Gianni Berengo Gardin, Lisetta Carmi, Mario Cresci, Stanislao Farri, Franco Fontana, Giovanni Gastel, Mario Giacomelli, Pepi Merisio, Fulvio Roiter e Francesco Zizola.

Henri Cartier-Bresson sosteneva che per capire se uno scatto fosse di valore bisogna osservarne i margini perché«inquadrare significa mettere al centro ma anche chiedersi cosa rimarrà fuori o sul bordo». L’occhio centrifugo del collezionista Peter J. Cohen lo ha portato ad acquistare tutte le fotografie che catturassero il suo sguardo senza limitarsi ad un un soggetto specifico.

In venticinque anni ha raccolto nei mercatini un totale di 70.000 istantanee amatoriali scattate tra il 1890 e il 1990. Riposte in scatole colorate, le fotografie sono suddivise in circa 130 categorie come American Gothic, Bad Habits, Birthday Cakes, Bicycles, Cactus, Climbers, Cornfield, Cyanotypes, Dangerous Women, Divers, Dress Alike, Elephants, Food, Fish, Flags, Hair, Heads in Water, Human Pyramid, Me, Mirror, Moon, Oddities, One Leg, Shades.

Le fotografie di Me, ritratti individuali o di gruppo con la parola me scritta a penna, possono essere viste come precursori del selfie. «Indicando la propria identità sulle fotografie, i soggetti attestano la loro presenza in un particolare momento attraverso la condivisione di immagini che dicono «Guarda, sono io»[6].

Una significativa parte della raccolta è stata donata a oltre quaranta musei, tra i quali MoMA, Metropolitan Museum of ArtMFA Boston, Art Institute Chicago e SFMoMA. Per incentivare la partecipazione del pubblico al processo di acquisizione delle fotografie, l’University of Michigan Museum of Art (UMMA) ha esposto un fitto fregio di immagini tratte dall’archivio di PJ Cohen. La comunità ha dunque votato per decretare quali fotografie sarebbero entrate a far parte della collezione permanente del museo.

Tra cascate di stampe disperse nei mercatini per liberare spazio in soffitte e cantine, alcune fortunate ritrovano la loro raison d’être in una nuova disposizione.

Note

[1] P. Valéry, Scritti sull’arte, trad. V. Lamargue, Abscondita, Milano 2017.

[2] Z. Bauman, Vita Liquida, trad. M. Cupellaro, Laterza, Bari 2006.

[3] R. Dawkins, Il gene egoista, trad. G. Corte e A. Serra, Mondadori, Milano 1995.

[4] T. Lucrezio Caro, De Rerum Natura, Libro IV 227-231.

[5] R. Falcinelli, Figure, Einaudi, Torino 2020, p. 212.

[6] C. Chéroux, Snap + Share transmitting photographs from mail art to social networks, Cernunnos Ed. 2019, p.30.

di Anna Laviosa

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