Fragore di lampi

Deflagrazione pirotecnica nei ritratti stroboscopici di Gjon Mili


Chacun va vers l’image qu’il porte dejá en lui-même
Édouard Boubat[1]

Nel corso del Rinascimento la dottrina platonica dei furores viene reinterpretata dal filosofo Marsilio Ficino che riassume le proprie idee sull’ispirazione in una lettera del 1457 all’amico Pellegrino Agli: «L’anima, che cerca di afferrare per mezzo dei sensi quanto può della bellezza e dell’armonia divina, è rapita da una divina frenesia»[2].

La follia genera un’ispirazione psicoenergetica che consente di agire in un impeto di trascendenza. Platone nel suo Fedro distingue quattro tipi di fervore creativo: «Quanto alla follia divina, l’abbiamo divisa in quattro parti, riferite a quattro dèi: l’ispirazione divinatoria l’abbiamo attribuita ad Apollo, quella iniziatica a Dioniso, quella poetica poi alle Muse, e la quarta ad Afrodite e a Eros»[3].

Concentrazione apollinea: Ugo Mulas. Fotografo della Biennale di Venezia dal 1964, anno della Pop Art consacrata in laguna, al 1972. Ritrae moltissimi artisti tra i quali Max Ernst, Giacometti, Fausto Melotti, Vedova e Fontana mentre esegue il taglio di una sua Attesa. Concetto spaziale.

Mulas è interessato a ritrarre l’opera e la personalità dell’artista che la realizza nel proprio studio e a mostrare il suo pensiero in atto. L’analisi razionale del processo creativo dei suoi soggetti confluisce nell’esito di un’operazione, termine ricorrente nei suoi scritti programmatici. Per Mulas la fotografia è pensiero.

Entusiasmo dionisiaco: Arnulf Rainer. La tecnica della sovrapittura, praticata da Reiner fin dagli anni ‘50, prevede interventi gestuali sulla stampa fotografica in bianco e nero dove il volto della persona ritratta viene ricoperto da densi strati di pastello e olio.

Nella Messerschmidt Series,Rainer scarabocchia con pastelli a olio su riproduzioni fotografiche di otto teste di carattere dello scultore tedesco del XVIII secolo. Le immagini che ne risultano sono da intendersi come conversazioni attraverso le quali il pittore si relaziona direttamente con le smorfie esasperate di Messerschmidt.

Ispirazione poetica delle Muse: Étienne Bertrand Weill. Fotografo franco-israeliano attivo nel Movimento di Arte Cinetica negli anni Sessanta, Weill è conosciuto principalmente per le sue MétaformesMusique pour les yeux, immagini astratte associate alla musica in un rapporto non tanto illustrativo quanto volto a esprimere un correlativo visivo dell’armonia musicale. Le sue immagini non figurative e parche di dettagli favoriscono il divagare dell’immaginazione rendendo più disponibili all’ascolto.

È importante evocare qui il problema della percezione e dell’interazione della musica con l’immagine, dell’occhio con l’orecchio. L’ideale sarebbe che questo strumento, l’immagine, intervenisse come un elemento previsto dalla partitura musicale. Da qui nasce l’interesse di una collaborazione tra il compositore e il fotografo[4].

Per accordare i differenti tempi percettivi di immagine e suono, Weill suggerisce di proiettare immagini molto grandi dove l’occhio possa girovagare fluidamente tra dissolvenze incrociate che anticipano o inseguono la melodia musicale.

Passione erotica: Bill Brandt. Nato ad Amburgo nel 1904, frequenta i surrealisti Man Ray, Magritte e Dalì. Nel secondo dopoguerra sperimenta le distorsioni ottiche dell’obiettivo grandangolare descrivendo una nuova morfologia del corpo umano. Il suo sguardo percorre la sinuosa linea erotica del corpo femminile in modo anticonvenzionale.

«Se non lo guida l’istinto, in modo cosciente o inconscio, un fotografo può lavorare anni senza provare l’eccitazione del lavoro creativo che fa con la sua macchina. Fa parte del fotografo vedere in modo più intenso di quanti non facciano le altre persone»[5].

Le platoniche fonti d’ispirazione si sono trasformate oggi in una copiosa cascata di immagini dove «il movimento e la natura dinamica degli elementi sono ciò che dona un significato, in modo che si potrebbero assimilare a soldati immersi nel fragore del combattimento. Etimologicamente – continua l’artista e critico fotografico Joan Fontcuberta – la parola “gas” deriva dal latino chaos. Nello stato di aggregazione gassosa, le molecole non formano legami rigidi a causa della loro alta energia cinetica: in un modo analogo si comportano le immagini nello stato di aggregazione della materia visiva postfotografica»[6].

Nato a Korçë (Albania) nel 1904, Gjon Mili emigra ventenne negli Stati Uniti per studiare ingegneria elettrotecnica al Massachussetts Institute of Technology dove conosce il professor Harold Eugene Edgerton, inventore del flash stroboscopico. Edgerton, proseguendo sulla traiettoria del cavallo al galoppo fermato da Eadweard Muybrigde nel 1887, registra sulla pellicola una successione di movimenti ravvicinati, tradotti in immagini multiple grazie all’ausilio di numerosi lampeggiatori elettronici sincronizzati per scattare fino a 120 volte al secondo. Nel buio di una lunga esposizione, il soggetto in movimento assume una posizione diversa ad ogni lampo del flash frammentando il proprio movimento nello spazio di un fotogramma. La frequenza dei lampi del flash viene espressa in Hertz (1Hz indica una volta al secondo) perciò più alto è il numero di Hz, maggiore sarà la frequenza dei colpi di flash.

Gjon Mili è stato uno dei primi a utilizzare la luce stroboscopica (dal greco strobòs, vortice) per fotografie creative e non scientifiche. Molte sue immagini hanno rivelato la complessità e il flusso di movimenti troppo rapidi per essere visti a occhio nudo come quelli della danza, del teatro, della musica dal vivo e dello sport.

Nel 1939 “il fotografo del tempo” inizia a lavorare come fotografo per la rivista Life. Inviato in giro per il mondo per puntare la sua macchina su artisti, atleti, musicisti e celebrità di Hollywood, incontra Picasso che resta colpito dalle fotografie di pattinaggio artistico. Entusiasta della tecnica di Mili, il pittore catalano cavalca la sua fervida immaginazione attraversando un tiro di luci incrociate: il lampo del flash fissa la sua figura mentre la torcia nella sua mano dipinge zoomorfi arabeschi di luce.

Nel 1944 dirige Jammin’ the bluesanticipando l’estetica del videoclip musicale. Per la prima volta il regista si pone il problema di come riprendere dei musicisti in azione. La volatilità dell’improvvisazione jazz viene incisa da un bianco e nero ad alto contrasto che scolpisce i movimenti. Mili rinnova la tradizionale ripresa dei musicisti con lo sguardo in camera accordando i movimenti della camera con quelli dei musicisti. La ritmica duplicazione stroboscopica dei musicisti sottolinea il dialogo tra immagine e suono. Gjon Mili: «Il tempo potrebbe davvero essere fermato. La trama potrebbe essere mantenuta nonostante l’improvviso movimento violento».

In quanto lui stesso musicista (oboe), Mili ha saputo orientarsi tra le arti dello spettacolo per cogliere l’energia creativa di musicisti, ballerini, attori, registi come Alfred Hitchcock, Gene Kelly, Billie Holiday, Efrem Kurtz, Isaac Stern e Gene Krupa. La serie di scatti effettuati nell’oscurità del suo studio a Jascha Heifetz mentre suona il violino con una luce fissata all’archetto restituisce la traccia visiva e l’energia dell’esecuzione.

Il documentario Light: Dritë (2017) diretto da Yllka Gjollesha e Suela Bako ripercorre la vita di Mili a partire dai primi anni nella città natale Korçë dove è stato inaugurato il Gjon Mili Photography Museum (2018) grazie alla donazione di 240 stampe provenienti da collezioni private di fotografi americani.

Note
[1] Édouard Boubat, Les Préférées, Contrejour, 1990
[2] Wittkower, Nati sotto Saturno. La figura dell’artista dall’Antichità alla Rivoluzione francese, Einaudi Tascabili, 1996 p.112
[3] Platone, Tutte le opere, trad. E. Martini, Sansoni Editori 1993 p.491
[4] Etienne Bertrand Weill, Musique pour les Yeux, Métaformes in Pour la Photographie, GERMS 1983 p.224
[5] Bill Brandt, Camera in London, The Focal Press, London 1948 in Valtorta, Il pensiero dei fotografi p.157
[6] Joan Fontcuberta, La furia delle immagini, Note sula postfotografia, Piccola Biblioteca Einaudi, Serie I Maverick, 2018 p.232

di Anna Laviosa

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