La critica di Marx all’economia politica: Smith, Ricardo e la questione del valore

critica

Per Marx, l’economia politica è l’anatomia della società civile. I rapporti sociali che si instaurano attraverso gli infiniti cicli produttivi di lavoro tra gli individui, creano una nuova sfera di socialità, un «patrimonio durevole», come dice Hegel. Lo studio e la giustificazione di questi rapporti è lo scopo dell’economia: una forma di conoscenza che deve portare alla coscienza i processi latenti che nel commercio e nel lavoro, declinato come universale e intersoggettivo, formano e attraversano l’intelaiatura sociale di un popolo. Questo non fa dell’economia una scienza “neutra”. Tutt’altro: esprimendo concettualmente i rapporti sociali esistenti, l’economia necessariamente si posizione, assume un punto di vista particolare e da quel punto di vista ricostruisce l’intero processo sociale. È a partire da questa consapevolezza – che cioè l’economia, come ogni sapere, è di parte ossia partigiano – che Marx sviluppa la propria critica. Il sottotitolo del Capitale, non a caso è critica dell’economia politica.

Critica, cioè costante messa in discussione della scientificità delle proposizioni economiche: chi dice cosa e perché? Questa è la domanda fondamentale. Così facendo, è possibile comprendere i rapporti sociali che si nascondono dietro la legge o la massima economica. Rapporti tra individui e su individui (o nel caso de Il capitale, persino di cose su individui).

Ricostruire l’intero lavoro marxiano esonda i limiti di questo scritto. Proviamo piuttosto a ripercorre alcune direttrici che Marx segue, a partire dalla logica del processo di valorizzazione all’interno del modo di produzione capitalistico. Il punto di partenza è una domanda. Ciò che è sempre stato presupposto nell’economia politica classica come un datum viene da Marx messo in radicale discussione: perché i salari tendono sempre al valore minimo di sussistenza?

Detto in termini più tecnici: perché il saggio ordinario medio (costo medio) di un salario tende al livello di sussistenza (cioè permette semplicemente al lavoratore di sopravvivere per tornare a lavorare)?

Sembra una domanda astratta, ma la tematica è molto concreta. Si vuole spiegare perché né Smith né Ricardo – due tra le fonti principali di Marx – paiono venire a capo del problema della fondazione del valore economico. Per Smtih il valore era «lavoro comandato»: la capacità di un bene, se scambiato, di disporre o di acquistare più lavoro (e quindi valore, perché valore = lavoro) di quanto non fosse stato necessario per produrlo. Per fare un esempio. Se una pagnotta viene prodotta da un operaio in un’ora, e l’operaio viene pagato 90, la pagnotta dev’essere venduta a 100. Perché? Perché bisogna tenere conto anche del lavoro svolto dal capitalista nell’anticipare mezzi di produzione e materie prime, i 10 aggiunti nella vendita della pagnotta. Però c’è un problema. Storicamente, nella produzione di massa, le merci costano sempre di meno per effetto concorrenza, non di più: questo “apporto” del capitalista non sembra aumentare il prezzo della merce, ma diminuirlo. Se scambio dieci pagnotte con un pesce, il lavoro che ho fatto per cuocere il pane può essere misurato con il lavoro di attendere pazientemente che il pesce abboccasse l’amo. Ma se quelle dieci pagnotte le vendo al mio fornaio, ossia le scambio con il lavoro necessario per produrre altro pane, mi accorgo che con quelle dieci pagnotte posso sfamare i fornaio per un tempo sufficiente affinché lui produca non dieci, ma cento pagnotte. Se questo è vero, in che senso il lavoro contenuto nella merce è lavoro comandato, ossia è capacità di disporre o acquistare lavoro? Proprio questo è il problema balzato agli occhi di David Ricardo. Per l’autore dei Principles, avviene una sottrazione: i lavoratori che hanno prodotto cento pagnotte dovrebbero essere ripagati con altrettanti beni, ma tuttavia c’è una parte del lavoro che non viene pagata. Il profitto del capitalista non è frutto del suo lavoro, ma sono le novanta pagnotte che non ha pagato.

catena montaggio

Ricardo però si limita a constatare che profitti e costo della manodopera sono in relazione inversamente proporzionale, ponendo il problema del cosiddetto antagonismo delle classi. Marx vuole andare a vedere la logica, la meccanica che si cela dietro allo scambio tra capitali e forza-lavoro.

Per farlo, il filosofo di Treviri introduce ne Il capitale una distinzione precisa tra valore d’uso e valore di scambio. Il valore d’uso è l’utilità pratica di un bene, ed è legata alle sue qualità materiali (il tessuto nel vestito per coprirsi, il calore della pelliccia per scaldarsi). Il valore di scambio è la quantità di denaro o beni con cui posso scambiare quel valore d’uso.

Questo porta a un’ulteriore distinzione tra processo di lavoro utile (concreto) e il processo di valorizzazione. In una società non capitalistica sono in unità immediata, ossia tutto il valore d’uso, l’utilità concreta e materiale del prodotto, è lavorata dal singolo individuo ed esattamente questo le conferisce anche valore, valore di scambio. È il valore di scambio ad essere propriamente economico, l’utilità è relativa alle qualità della merce, alla solidità del martello o al soffice tessuto del vestito. Mi servono, quindi hanno valore d’uso in quanto sono oggetti che presentano delle qualità materiali che soddisfano certe mie esigenze. Il valore di scambio, che invece si manifesta solo quando adiamo a relazionare due merci, non è una qualità propria dell’oggetto in sé come cosa materiale, ma si presenta nello scambio. Se guardo il vestito non penso posso osservare direttamente il valore di scambio, ma se lo voglio barattare con della stoffa mi accorgo che, generalmente, un vestito vale 20 pagnotte: n quantità di y è uguale a N quantità di z. Senza addentrarsi troppo in questa prima parte, vediamo cosa succede se al posto di un semplice artigiano che vende i suoi prodotti troviamo un impresa di produzione capitalistica.

Vediamo, innanzitutto, la situazione di partenza: abbiamo dei mezzi di produzione e delle materie prime possedute come proprietà privata dal capitalista, e infine abbiamo una persona che può unicamente vendere il proprio lavoro manuale. Perché? Perché i soldi per comprare materie prime e strumenti non li ha e non può averli dato il suo reddito da lavoratore. Quindi può solo vendere la propria forza-lavoro: non ha altri mezzi di sussistenza. Ma attenzione, la forza-lavoro in quanto è comprata possiede tutte le caratteristiche di una merce: ha dunque un costo di produzione. Il denaro che serve per produrre e riprodurre la forza-lavoro è il suo costo, è il salario, ossia: il costo dei beni di sussistenza che tengono in vita il lavoratore e gli permettono di lavorare. Il lavoratore quindi vende la propria forza-lavoro. Egli non vende se stesso, non è uno schiavo, ma vende la propria capacità di fare un lavoro qualsiasi (lavoro astratto lo chiama Marx). Il capitalista mette a frutto questa capacità, ossia fa compiere al lavoratore un lavoro concreto per una quantità di tempo determinata: per un certo numero di ore il lavoratore diviene tramite tra i mezzi di produzione e la materia prima e rende possibile il processo produttivo. Così facendo, da una parte il lavoratore riproduce, trasla nel prodotto finito la somma dei valori contenuti nei fattori iniziali del processo produttivo stesso (il valore della propria forza-lavoro, della materia prima e dei mezzi di produzione), dall’altra, consumando del tempo, egli cristallizza nuovo valore nella merce prodotta. Se il tempo di lavoro è inferiore a quello necessario alla riproduzione della somma dei valori contenuti nei fattori iniziali del processo produttivo (forza-lavoro, mezzi di produzione, materie prime), allora il processo produttivo non solo non avrà creato nuovo valore ma non avrà nemmeno mantenuto il valore di partenza: sarà stata una pura perdita di tempo. Se è uguale alla somma dei valori dei fattori di partenza, il capitalista non potrà farci alcun profitto. Se è superiore, il capitalista si incamererà il “di più”, il plusvalore, e si arricchirà.

In un certo senso, Smith aveva ragione, ma non nel modo in cui lui avrebbe forse voluto: il lavoro comandato è davvero minore di quello che poi viene “elargito” al lavoratore sotto forma di salario, ma perché un essere umano una volta che è nutrito e vestito può lavorare quanto più riesce fisicamente. Una volta pagato il salario, che è il costo della merce forza-lavoro, ossia il prezzo della sua produzione, da questo “prodotto lavorante” che è l’operaio si può estrarre quanto più lavoro si riesce, senza limiti se non le sue capacità fisiologiche di reggere la fatica.

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Marx quindi risolve il problema di Smith e Ricardo attraverso due passaggi. Primo, la constatazione che il valore d’uso e il valore di scambio non sono la stessa cosa, e che il valore di scambio deriva dal valore dei materiali iniziali più il valore del lavoro impiegato per lavorare il prodotto finale. Secondo, possedendo il lavoro del salariato che aumenta di valore, valorizza i materiali iniziali, e possedendo i materiali iniziali stessi, l’operaio è solo un termine medio, un mezzo. È il mezzo attraverso cui viene esercitata la forza-lavoro che incrementa il valore dei mezzi di produzione e delle materie prime, poi vendute insieme al lavoro cristallizzato dell’operaio dal capitalista. La spiegazione non è che, in termini smithiani, il lavoro comandato aumenta perché il capitalista anticipa i mezzi di produzione e nemmeno che, in termini ricardiani, il rapporto tra profitti e salari è solo inversamente proporzionale. È perché il profitto è dato dal valore di scambio del prodotto lavorato meno i costi di produzione. Siccome i costi di produzione sono uguali al costo della materia grezza e delle macchine più il costo del lavoro, tutto ciò che potrà essere considerato come profitto è valore derivante dal lavoro dell’operaio che non è parte dei costi di produzione: è plusvalore derivante da pluslavoro.

In termini tecnici, il saggio (o “tasso”) del plusvalore è dato dal plusvalore diviso per il capitale variabile, ossia dal pluslavoro diviso il lavoro effettivamente pagato (quello equivalente al salario di sussistenza): quanto valore si riesce a estrarre dal lavoro dell’operaio senza pagarlo. Quindi, si genera un valore economico che non fa parte dello scambio tra imprenditore e operaio, ma è effettivamente materializzato dal lavoro extra del lavorante. Questo valore è il lavoro comandato sfuggente in Smith, è la ragione della trattazione di Ricardo: è profitto. Il proprietario capitalista, possedendo i fattori della produzione, è colui che possiede la merce prodotta e può incamerare il suo valore vendendola. Il processo di valorizzazione si estrinseca e i beni materiali si ergono come cose che estraggono valore dal lavoro vivo dell’operaio: questo è propriamente utilizzato dal capitale per assorbire lavoro astratto e guadagnare un plus di valore (plusvalore).

Bibliografia

– A. Smith, The Wealth of Nations, cfr. qualsiasi edizione con particolare attenzione al Libro I Capitolo V e VI.

– D. Ricardo, The Principles of Political Economy and Taxation, cfr. qualsiasi edizione, libro I Capi I-VI

– K. Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, trad. N. Bobbio, Giulio Einaudi editore S.p.A., Torino, 2004

– K. Marx, Il Capitale, trad. D. Cantimori, S.p.A. Editori Riuniti, Roma, 1952, cfr. la prima sezione sui valori e la merce

– S. Petrucciani, Marx, Carocci editore S.p.A., Roma, 2009

– C. Napoleoni, Lezioni sul Capitolo sesto inedito di Marx, Boringhieri, Torino, 1972

– C. Napoleoni, I Fisiocratici, Smith, Ricardo, Marx, Boringhieri, Torino, 1970

di Matteo Cecchet

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