Il ritorno del ricordo

Sacrari e memoriali militari nella storia e nell’arte del Novecento

Tra il 1914 e il 1945 l’Europa fu sconvolta da diversi venti di guerra. Oltre a cambiare per sempre la conformazione del territorio, i conflitti mondiali portarono a una nuova concezione del caduto in battaglia.

Questo cambiamento radicale trova le sue origini nei decenni precedenti alla Rivoluzione francese, un periodo in cui lo spirito marziale all’interno dell’esercito francese stava scomparendo e, nel contempo, cresceva la volontà impaziente da parte della gioventù di prendere parte alla battaglia e morire sul campo. È una rottura importante col passato perché prima il soldato era una persona da tenere ai margini della società mentre ora, venendo dalla stessa, può essere considerato con rispetto e ammirazione; oltre al fatto che le guerre iniziano a essere vissute con più partecipazione perché non sono più viste come lotte dinastiche, ma vengono combattute per un ideale.

Questo spirito di partecipazione influenza altri giovani in tutta Europa, e ciò diviene evidente nel grande afflato che accomuna i volontari che partecipano a tutte le successive guerre d’indipendenza. La conseguenza della partecipazione a una guerra per un ideale porta anche alla mitizzazione della morte in combattimento: morire per una giusta causa diventa il “lieto fine” di un dramma.

I monumenti, i sacrari e i cimiteri militari diventano gli spazi sacri di una nuova religione civica, la guerra stessa è resa sacra, espressione della volontà generale del popolo[1]. Per sacralizzare questa nuova religione civica si utilizzano sia temi classici che cristiani.

I cimiteri di guerra svolgono un ruolo centrale nella creazione del culto del caduto e la Grande Guerra accelera questo processo. Ad esempio la Francia istituisce cimiteri di guerra già nel 1914 e presto in tutti gli eserciti si formano unità dedite esclusivamente alla cura dei caduti. L’Inghilterra è la pioniera nella creazione di cimiteri strutturati e con simbologie precise: i due fulcri sono la Croce del Sacrificio (con una spada al centro della croce) e la Pietra della Rimembranza, massiccia e solida in forma d’altare con incise sopra le parole scelte da Rudyard Kipling: «Il loro nome vive per l’eternità»; le tombe sono tutte uguali e addirittura gli arbusti e le piante scelte sono tipicamente inglesi. I cimiteri tedeschi sono ancora più austeri: non è permesso piantare fiori nel cimitero e metterli sulle tombe per non travestire di ridicolo le tombe di uomini caduti in maniera eroica; nel 1926 si sceglie addirittura di utilizzare la fortezza dei morti (Totenburg) come modello di sepoltura per eliminare l’individualità ed esaltare il cameratismo e l’appartenenza alla stessa nazione.

Nonostante la loro grande diffusione, i cimiteri militari poco si prestano a servire il culto dei caduti, poiché sono dispersi sia in patria che all’estero. Nasce allora il bisogno di un luogo fisso per celebrare le relative commemorazioni e celebrazioni: la Tomba del Milite Ignoto assolve questa funzione[2].

Tutte le nazioni belligeranti consacrano una tomba alla memoria del Milite Ignoto: in Francia si trova nell’Arc de Triomphe; in Inghilterra nell’Abbazia di Westminster e in Italia al Vittoriano. Il corpo del Milite Ignoto è fatto scegliere dalla madre di un caduto (come in Italia) o da un alto ufficiale (come in Francia) ed è seppellito con grandi onori.

Queste manifestazioni hanno una lunga scia nel tempo. Ad esempio a Milano per festeggiare il decennale della vittoria della Prima Guerra Mondiale viene affidato all’architetto Giovanni Muzio la costruzione, dietro l’abside della basilica di Sant’Ambrogio, del Tempio della Vittoria, detto anche sacrario per i caduti in guerra. Tutt’attorno si richiama la tradizione religiosa cittadina poiché l’edificio, ottagonale, è circondato da un recinto di pietra nera che ha le stesse misure e lo stesso orientamento del porticato della basilica ambrosiana; è costruito sul terreno dove anticamente sorgeva il cœmeterium ad martyres, ai quali martiri idealmente si collegano i soldati morti nella Grande Guerra, e una grande statua bronzea di Adolfo Wildt raffigurante Sant’Ambrogio che calpesta i vizi accoglie il visitatore. Il tempio viene inaugurato il 4 novembre del 1928. Durante il secondo conflitto subisce gravi danni per i bombardamenti. Nel 1973 su progetto di Mario Baccini viene realizzato il sacrario interrato di tre piani dove trovano posto diecimila nomi scolpiti nel bronzo e riposano nell’ossario i caduti.

Il culto dei caduti ha un’importanza diretta per tutta la popolazione e le forze politiche non hanno mai esitato ad appropriarsene e a creare nuovi martiri. La Mostra della rivoluzione fascista che si tenne a Roma presso il Palazzo delle Esposizioni dal 28 ottobre 1932 al 28 ottobre 1934 registrò quattro milioni di visitatori. Essa proponeva un racconto della storia d’Italia e dell’evoluzione della rivoluzione fascista. La sala U, l’ultima del percorso a piano terra, presentava al pubblico il sacrario dei martiri, progettato da Adalberto Libera e Antonio Valente: da un piedistallo di colore rosso usciva una croce metallica sulla quale era scritto: «La ragione suprema del sacrificio: per la Patria Immortale»[3]. Lungo le pareti compariva per innumerevoli volte la parola “Presente!” assieme ai gagliardetti delle squadre d’azione accompagnati dal nome di un caduto; l’atmosfera da “misticismo eroico” del sacrario elevava a nuovo culto l’ideale di sacrificio delle camicie nere.

Monumento ai caduti nei campi di concentramento in Germania, Studio BBPR, 1946. Cimitero Monumentale, Milano

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale i memoriali per i caduti, sia militari che civili, si connettono alla volontà dell’architettura di tornare ad avere una funzione sociale. A Milano, situato all’interno del Cimitero Monumentale, troviamo il Monumento ai caduti nei campi di concentramento del 1946, progettato dal Gruppo BBPR. Espressione funeraria «interpretata attraverso una composizione astratta di elementi filiformi e piani ed entro un ritmo rigorosamente classico»[4], vede al centro una teca di cristallo che contiene la terra del campo di concentramento di Mauthausen dalla quale si sviluppa l’intelaiatura di tubi metallici dipinti di bianco che nasce dall’intersezione tra la figura del cubo e la croce greca. Il monumento poggia su un basamento in pietra, alcune lapidi poste in modo asimmetrico sulla struttura portano scritto il Discorso della Montagna.

In epoca più recente sono diversi i monumenti, i sacrari e i metodi per ricordare che meritano una menzione.

Tra i più particolari va ricordato il Monument Against Fascism realizzato su progetto di Jochen Gerz, nel 1986, in una piazza trafficata nel quartiere Harburg di Amburgo. Il monumento consisteva in una colonna di piombo quadrata di 12 metri d’altezza sulla quale, tramite apposite penne atte a incidere sul metallo, la popolazione locale e i turisti erano invitati a scrivere il loro nome. Un pannello spiegava la funzione di questo gesto e il senso dell’opera: «Invitiamo i cittadini di Harburg e i visitatori della città ad aggiungere i loro nomi qui ai nostri. In tal modo ci impegniamo a rimanere vigili. Poiché sempre più nomi coprono questa colonna di piombo alta 12 metri, verrà gradualmente abbassata nel terreno. Un giorno sarà completamente scomparsa e il sito del monumento di Harburg contro il fascismo sarà vuoto. A lungo termine, siamo solo noi stessi che possiamo opporci all’ingiustizia». Oggi al posto della colonna c’è uno spazio vuoto: essa è completamente calata nel basamento ed è visibile attraverso un vetro.

L’artista tedesco Gunter Demnig ha avuto l’idea di portare direttamente nel tessuto urbano gli elementi per preservare la memoria. Nasce così nel 1992 l’iniziativa delle pietre d’inciampo per commemorare i cittadini di qualsiasi etnia deportati nei campi nazisti. Questi sampietrini di 10 × 10 cm portano sulla faccia che esce dal selciato una placca d’ottone che riporta il nome della persona assieme alla data di nascita, al luogo di deportazione e, se nota, alla data di morte. L’opera vuole essere un “inciampo” mentale e visivo per invitare a fermarsi e a riflettere sull’evento chi passa vicino all’opera.

World Trade Center Memorial, Michael
Arad e Peter Walker, 2011. New York

Il 12 settembre 2011 viene aperto al pubblico Reflecting Absence, il memoriale per le vittime dell’attacco terroristico dell’11 settembre 2001, su progetto di Michael Arad e del paesaggista Peter Walker. Due grandi piscine ricoperte di granito di 4.000 m², poste nei crateri lasciati dalle fondamenta delle Torri Gemelle, ospitano cascate artificiali il cui frastuono continuo copre i rumori della città. Il luogo diviene uno spazio contemplativo, i parapetti in bronzo delle piscine recano incisi i nomi delle 2.983 vittime e quasi 400 alberi occupano lo spazio della Memorial Plaza; a 21 metri nel sottosuolo trova spazio il National September 11 Museum.

Far ritornare alla mente eventi tragici, che siano più o meno vicini a noi nel tempo e nello spazio, è necessario per andare avanti e per guardarsi al contempo dal baratro dove l’umanità è già stata diverse volte.

Note

[1] G. L. Mosse, Le guerre mondiali. Dalla tragedia al mito dei caduti, Laterza, Roma-Bari, 2007, p. 35.

[2] Ivi, p. 104.

[3] Mostra della rivoluzione fascista, ristampa anastatica, Milano 1982, p. 229.

[4] P. Bottoni, Antologia di edifici moderni in Milano, Milano 2010, p. 149.

di Marco Saporiti

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