La tettonica delle classi

Che fare per raccogliere una classe dentro un partito?

«La crisi storica dell’umanità si riduce alla crisi della direzione rivoluzionaria.»[1]

Così scrive Trockij nel 1938 riassumendo in una riga il delicato rapporto tra masse e gruppi dirigenti. La data è di per sé indicativa: la Russia è sotto il tallone di ferro delle Grandi Purghe; in Germania il nazismo dilaga; la guerra civile spagnola si concluderà di lì a un anno con la vittoria di Franco; il regime fascista italiano vive il periodo più fulgido; la Seconda guerra mondiale è in vista… Il ciclo storico aperto dalla Rivoluzione d’ottobre insomma si è definitivamente chiuso e torna attuale più che mai la domanda che dà il titolo all’opuscolo leniniano del 1903: Che fare?

Lev Trockij

Non è solo Trockij a porsi il problema. La stessa domanda scorre come un fiume carsico lungo tutta la riflessione carceraria di Gramsci. Una riflessione che ha (e non potrebbe essere altrimenti) il suo punto focale nel ruolo dell’organizzazione, del partito, della «direzione rivoluzionaria» del proletariato. Qual è la sua funzione, i suoi compiti, i suoi limiti…? Scindere il “che fare” da questi problemi significherebbe farne un puro esercizio di stile, vuoto e astratto.

Gramsci d’altronde è un politico, fondatore del Partito Comunista d’Italia, membro dell’Internazionale comunista. La traduzione fra teoria e prassi, la necessità di trasformare la realtà e non solo di interpretarla, è consustanziale alla sua concezione del mondo. Anche laddove si abbandona a riflessioni che meno sembrano essere attinenti ai problemi contingenti, in realtà si può scorgere in controluce la costante attenzione verso l’attualità. Un’attualità mai considerata fine a se stessa ma sempre tesa verso un tempo futuro o futuribile. Per usare le parole di Daniel Bensaid – il “militante filosofo” tra i protagonisti del Maggio francese e professore all’Università di Parigi VIII – Gramsci è un pensatore della “discordanza dei tempi”. E proprio la discordanza dei tempi è una chiave per comprendere il rapporto tracciato da Gramsci tra dirigenti e diretti, organizzatori e organizzati.

Facciamo un passo indietro. Scrive Gramsci nel quaderno 6: «In una determinata società nessuno è disorganizzato e senza partito, purché si intendano organizzazione e partito in senso largo e non formale»[2]. La netta contrapposizione tra società politica (lo Stato e i suoi organi) e la società civile (l’hegeliana sfera del privato) si stempera qui fino – a tratti – a dissolversi. Il partito non è più solo cinghia di trasmissione tra i due momenti, all’interno della cornice democratico-rappresentativa, ma diviene strumento di occupazione egemonica permanente nella società nel suo complesso. Diviene cioè un «complesso formidabile di trincee e fortificazioni»[3] che permette di «domanda[re] o impo[rre] con la forza il consenso delle grandi masse»[4].

Gramsci però è allievo di Marx e riconosce e sviluppa la riflessione sulla divisione in classi della società. Il tipo di “occupazione egemonica”, come l’abbiamo appena definita, da parte della classe dominante e dei suoi “partiti” non è equivalente a quella operata dalla classe dominata e dalle sue organizzazioni. Procedendo con l’accetta possiamo dire che mentre la classe dominante ha l’obiettivo di mantenere inalterato lo status quo, compito dei subalterni – termine molto importante nel lessico gramsciano ma su cui non ci soffermiamo – è di trasformare radicalmente l’esistente, di abolire l’esistenza stessa delle classi. Questo significa che, mentre la borghesia è già classe egemonica, cioè dirigente delle classi alleate e dominante delle classi subalterne, il proletariato deve diventarlo. E qui si ripropone con tutta la sua forza la domanda di partenza – il “che fare?” – e il problema della discordanza dei tempi.

«Un gruppo sociale può e anzi deve essere dirigente già prima di conquistare il potere governativo (è questa una delle condizioni principali per la stessa conquista del potere); dopo, quando esercita il potere e anche se lo tiene fortemente in pugno, diventa dominante ma deve continuare ad essere anche “dirigente”»[5]. L’“assalto al cielo” in altre parole non consiste nella semplice presa del Palazzo d’Inverno. Non è solo l’atto insurrezionale a rendere possibile e a caratterizzare una rivoluzione. Piuttosto è la capacità di dare l’abbrivio a un processo di trasformazione sociale di longue durée, nel quale le rivendicazioni «economico-corporative» di una determinata classe (ossia le istanze legate alle proprie esigenze “materiali”) maturino a un livello «etico-politico». Si tratta di «cambiamenti molecolari» che il «moderno Principe» (ossia il partito, nel senso chiarito poc’anzi) deve saper promuovere, sviluppare e indirizzare per realizzare il proprio programma; di quei cambiamenti in seno alla società che, sedimentando, rendono il proletariato, almeno potenzialmente, dirigente delle classi alleate (la piccola borghesia e in particolare i contadini[6]) e dominante delle classi opposte (l’alta borghesia).

Antonio Gramsci
Antonio Gramsci

Gramsci non è un riformista. Solo una lettura tendenziosa dei Quaderni può elidere la necessità della fase insurrezionale della rivoluzione. Ma Gramsci non è nemmeno un riduzionista. «Il vero è l’intero» si potrebbe dire citando Hegel. E il vero, per la società, è la società stessa, nella sua totalità. Pensare di appiattire il processo rivoluzionario – la fase storica nella quale una classe costruisce un nuovo Stato per superare lo Stato stesso – sulla mera fase di scontro violento contro gli apparati repressivi della (tendenzialmente non più) classe dominante significa fare un torto a Gramsci. E non solo a lui. Il concetto marxiano di «rivoluzione in permanenza», fatto proprio e sviluppato da Parvus e Trockij ancora all’inizio del Novecento, esprime anche questa esigenza teorico-politica.

L’esigenza cioè di mettere l’accento sulle differenze temporali che caratterizzano la lotta politica. L’insurrezione – per dirla così – è il momento di accelerazione temporale dei mutamenti sociali e sta al processo rivoluzionario come la scossa sismica sta al movimento tettonico. La “preparazione” può durare anni, decenni persino, ed è fondamentale tanto quanto il rapido riassestamento dei rapporti di forza, che per Gramsci deve sfociare in un superamento degli esistenti rapporti di potere tra le classi.

Ed ecco che allora si fanno più nitidi i contorni entro cui il «moderno Principe» deve muoversi. Gli sforzi dei comunisti non possono essere tesi verso azioni “blanquiste” (come venivano definiti i tentativi rivoluzionari delle “avanguardie” prive di un esercito, cioè del consenso delle masse lavoratrici) e nemmeno verso la placida e riformistica accettazione di una linearità del processo storico-politico (che – quasi per magia – consegnerebbe loro il potere).

Compito di chi lotta per una società diversa dev’essere piuttosto l’unione del contingente con il futuribile, la costruzione di un solido edificio egemonico che porti a maturazione le “condizioni soggettive” in seno al proletariato per un superamento dello status quo. Dev’essere cioè la capacità di rendere il proletariato, da sempre classe diretta, classe dirigente.

Note

[1] L. Trockij, Programma di transizione, tr. it. di F. Stefanoni, Massari editore, Ceccarelli – Grotte di Castro 2008, p. 71.

[2] A. Gramsci, Quaderni del carcere, a cura di V. Gerratana, Einaudi, Torino 2014, Q6, §136, p. 800.

[3] Ivi, Q3, §49, p. 333.

[4] Ivi, Q13, §23, p. 1603

[5] Ivi, Q19, §24, p. 2010, cors. nostri.

[6] Emerge con forza qui l’importanza della “questione meridionale” e la necessità per Gramsci di coinvolgere i contadini del sud in un processo trasformativo guidato dal proletariato del nord. L’“unione di operai e contadini” – parola d’ordine già dei bolscevichi russi – viene da Gramsci tradotta in maniera originale nella situazione socio-politica italiana.

di Simone Coletto

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