Il latte di Stato

Madri, balie e ostetriche: ruoli chiave nelle diverse società  

«È necessario scegliere una balia che non abbia né meno di vent’anni né più di quaranta; avrà avuto due o tre figli, sarà sana, di buona taglia e di bel colorito; avrà seni di volume medio, morbidi, senza durezze e senza ruvidezze, capezzoli né troppo grandi né troppo piccoli, né troppo densi né troppo porosi o che lascino passare il latte troppo ampiamente; sarà moderata, sensibile, tranquilla, Greca, pulita».

La balia seduta afferra il bambino che le viene porto, con prudenza scosta il lenzuolo di lino che lo avvolge, senza amore lo avvicina alla sua pelle sana e di bel colorito, moderata lo culla, sensibile lo esorta ad attaccarsi al seno, è tranquilla ora; il bambino l’ha accettata. 

Sorano di Efeso fu un medico greco vissuto nella prima metà del II sec. d. C., tra Alessandria e Roma. Considerato il fondatore della ginecologia e dell’ostetricia scientifica, in questo passaggio del trattato Gynaecia descrive dettagliatamente le necessarie caratteristiche di una buona balia.

La donna nutrice è una degli eterni protagonisti del divenire storico: la sua definizione sociale, inevitabilmente congiunta ai due più basilari bisogni per la sopravvivenza dell’umanità (nutrirsi e riprodursi) la rende oggetto di un interesse che accomuna tutte le comunità umane dalla preistoria ad oggi.

Mentre tutto attorno cambia, le madri e le nutrici permangono nella semplicità dell’unico gesto necessario alla sopravvivenza umana: nutrire una nuova vita. Ma se il nutrimento della creatura all’interno del ventre rimane una questione della futura madre senza troppe intromissioni, il nutrimento dato “alla luce” è, oggi come ieri, un affare di Stato.

Nella Grecia e nella Roma antica l’allattamento era considerato qualcosa da nascondere in quanto gesto primitivo e selvaggio, non a caso il possedere (letteralmente, solitamente si trovavano in condizioni di schiavitù) una balia era tipico delle famiglie più ricche, divenendo così anche uno dei segni visibili di una certa condizione economico-sociale.

Ma non era questo l’unico motivo del pudore verso l’allattamento; si riteneva infatti che il latte materno si generasse dal sangue e che per questo avesse la stessa origine del sangue mestruale e perciò oggetto di pudore e vergogna.1 La credenza che il sangue materno fosse veicolo tanto del vigore quanto dei principi morali riversati all’interno del corpo del bambino si protrarrà in Europa almeno fino al XIX secolo quando, ancora, negli ospizi di carità verranno accolte le creature «povere innocenti che l’immoralità della madre espone ad una precoce perversità».2

Come viene afferrato il bambino si agita, l’odore del latte lo risveglia dal torpore nel quale era caduto dopo il primo pianto disperato, la fame lo guida verso un sapore dolciastro che gli brucia la gola. È tranquillo ora; non ha più fame.

Nell’Islam l’allattamento rappresenta un momento chiave nella vita delle religiose; il Corano stabilisce che ogni neonato ha il diritto a essere allattato al seno, se possibile, per due anni (oggi la medicina occidentale consiglia l’allattamento in maniera esclusiva fino al sesto mese di vita e il proseguimento fino ai due anni).

Secondo il libro sacro è fondamentale che il rapporto sanguigno creatosi nell’utero materno continui attraverso l’allattamento essendo il latte materno composto dello stesso sangue della madre. In caso di mancanza di latte o anomalie è consentito l’utilizzo di una balia ma in questo caso i bambini allattati dalla stessa balia verranno considerati fratelli secondo una «parentela di latte»3 contemplata dalla legge islamica che, di conseguenza, vieta il matrimonio tra membri delle rispettive famiglie. 

La madre si spaventa, non riconosce i movimenti di suo figlio. Cos’è quello spasmo? Le braccia che lo cullano non sono le sue, eppure sta mangiando. Se n’è accorto? È spaventato? È al sicuro? Non riesce a tranquillizzarsi.

È però in età contemporanea che il latte materno diviene uno degli elementi di maggior interesse della politica e delle istituzioni: la necessità di controllo dell’alimentazione e della demografia di uno Stato ingloba l’allattamento facendone uno degli elementi di definizione della figura della madre nei sistemi di welfare.

Ciò avvenne, in Italia come in Spagna,4 già sul finire dell’Ottocento, a seguito dell’ingresso della manodopera femminile nel mondo del lavoro. La prima occasione per il Parlamento italiano di affrontare complessivamente il tema dell’assistenza alla maternità e all’infanzia risale al giugno 1922, quando il Senato rivolse al governo un esplicito richiamo alla questione.

La costruzione di un sistema statale di assistenza e di controllo della maternità ebbe così inizio nell’Italia liberale per poi trovare concretizzazione nel momento della costruzione dello Stato fascista con l’istituzione dell’Opera Nazionale per la Protezione della Maternità e dell’Infanzia, la «creatura tipica del regime»,5 come la definirà La Banca nei suoi studi. Oltre all’attività di assistenza alle madri e ai bambini nei primi anni di vita, l’Onmi si occupava anche di celebrare la “Giornata della madre e del fanciullo”, un’importante occasione di propaganda per il regime e di esaltazione dell’operato dell’opera stessa.

In queste occasioni i giornali locali vengono infarciti di articoli ad hoc riguardanti la responsabilità della madre nel decorso della gravidanza e nei primi mesi di vita del bambino, forti degli studi che avevano portato a considerare il ricovero preventivo delle gestanti e il monitoraggio dell’alimentazione e della crescita del neonato come la più efficace contromisura alla mortalità infantile.

«Invece di abbandonare a sé stesse le madri di buona volontà ma povere ed ignoranti, ci pare preferibile sorvegliarle, guidarle, aiutarle, fare in una parola una vera scuola per le madri».6  

La condanna delle madri che si sottraevano all’aiuto offerto era esplicita e non ammetteva scusanti. La paternalistica conclusione dell’articolo racchiude il manifesto ruolo di controllo sulla popolazione femminile al quale dal 1933 era sempre più esplicitamente richiamata l’attività di assistenza.

«Il dare la vita a un essere umano non basta, se la madre non sente il dovere di istruirsi sulle regole dell’allevamento di esso, se la madre non è cosciente che ogni errore igienico può condurre a gravi conseguenze, a tardi rimorsi. Il frequentare la consultazione per lattanti è un dovere per le madri, e tale dovere devono insegnare tutti quelli che col popolo sono a contatto». 7

Il padre è felice; è nato suo figlio, è sano e crescerà forte.

Nel Dopoguerra le istituzioni statali a protezione della maternità e in particolare l’Onmi verranno mantenute e implementate fino a rendere l’ospedalizzazione del parto e la pratica della doppia pesata comune a tutte le classi sociali. La doppia pesata consisteva nel misurare quanto latte venisse prodotto dalla madre a ogni poppata e quanto di questo venisse somministrato al bambino, monitorando così le ore dei pasti e la crescita di peso del neonato.

Monitorare l’allattamento prima in ospedale e, in seguito, a casa, divenne la normalità per le madri e, come scrive Walter Nania,8 un momento fondante nella costruzione culturale del ruolo della donna nella rete sociale dell’Italia primo repubblicana. 

La nutrizione è quindi sempre stata considerata una “questione di Stato”. È così ancora oggi. Per la legge, in Italia, il tempo concesso alle madri lavoratrici per l’allattamento è circoscritto al primo anno di vita del bambino nella misura di due ore di permesso al giorno.

«Il datore di lavoro deve consentire alle lavoratrici madri, durante il primo anno di vita del bambino, due periodi di riposo, anche cumulabili durante la giornata». (art. 39 D.Lgs. 151/2001)

Questo lo spazio concesso al nutrimento materno in una società in cui lo “stato sociale” è da tempo in crisi, e in cui la classe politica si trova in visibile difficoltà di fronte a una tendenza all’invecchiamento della popolazione apparentemente irreversibile. Il controllo del nutrimento primordiale, esercitato in passato attraverso la religione, utilizzato per fini politici, divenuto elemento fondante grazie al valore simbolico che il gesto ha assunto nelle comunità umane, è oggi primariamente subordinato alle necessità del mercato del lavoro.

di Sara Nisoli


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BIBLIOGRAFIA

  1.  Pedrucci G., Maternità e allattamenti nel mondo greco e romano, Roma, 2018. ↩︎
  2.  Foucault M., Sorvegliare e punire. Torino, Einaudi, 1976. ↩︎
  3. Fantauzzi, A., Di Giovanni, E., L’allattamento tra cura e cultura: dall’Africa all’ipertrofia tecnologica, in Narrare i Gruppi, vol. 12, n° 1, luglio 2017, pp. 81-88. ↩︎
  4.  Paesi che condividono una simile genesi e costruzione dello stato sociale, secondo il modello Esping-Andersen. ↩︎
  5. La Banca D., Welfare in transizione. L’esperienza dell’ONMI (1943-1950), Edizioni scientifiche italiane, Napoli, 2013. ↩︎
  6.  Graff, La XI Giornata della madre e del fanciullo, in «L’Eco di Bergamo», 23 dicembre 1943. ↩︎
  7.  Graff, La XI Giornata della madre e del fanciullo, cit. ↩︎
  8. https://www.istitutoeuroarabo.it/DM/il-corpo-del-potere-pratiche-alimentari-neonatali-dal-fascismo-ad-oggi/#sdfootnote3sym#sdfootnote3sym ↩︎

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