(Non)senso poetico

senso poetico

L’esempio perfetto del nonsenso poetico sembrerebbe essere offerto dalla ricetta «per fare una poesia dadaista» di Tristan Tzara: tagliuzzate un articolo di giornale, mettete i ritagli in un cappello ed estraeteli uno a uno, trascrivendoli nell’ordine dettato dal caso – et voilà! Come dubitare che il nonsenso sia proprio ciò che otterremo? Eppure, l’insensatezza che avremo così cucinato, in realtà, non è poeticamente interessante. Il suo nonsenso è tale per espressa volontà di distruzione di ogni sensatezza, e lo è nell’alveo di una complessiva volontà di mostrare alla faccia del mondo l’insensatezza di fondo dell’arte e dell’esistenza umana. La poesia così prodotta è un gesto provocatorio, risponde a una istanza di negazione («C’è un grande lavoro distruttivo, negativo, da compiere» scrive Tzara nel suo Manifesto), e, per esplicito rifiuto dadaista, a nessuna istanza creativa: l’opera compiuta, cioè, non è importante.

Del resto, quando l’insensatezza è radicale, la conseguenza è l’indifferenza. Messo in atto il gesto inaudito seguendo la ricetta, le successive poesie che estrarremo dal cappello saranno una mera ripetizione, giacché nel nonsenso completo (che non tolleri sensatezze entrate di soppiatto!) un testo non si distingue da un altro: questo componimento ha un senso come gesto, solo se rimane l’unico a esser stato fatto così. Anzi, una volta proposto un tale metodo creativo, la sua stessa applicazione non è più così rilevante. Paradossalmente, un testo che sia veramente insensato non ci restituisce che la sua idea.

È curioso trovare una simile concezione del nonsenso nella poesia Lasciatemi divertire, composta da Palazzeschi nei suoi anni di futurismo. Si apre cosí: «Tri tri tri, / fru fru fru, / uhi uhi uhi, / ihu ihu ihu. // Il poeta si diverte, / pazzamente, / smisuratamente» – e prosegue sempre alternando strofe onomatopeiche a strofe di commento. Perché simile? Perché qui l’autore mantiene ben distinti il campo del sensato – che lo è nell’accezione comune: ci viene detto qualcosa – e quello, opposto, dell’insensato. Il paradigma di sensatezza rimane a livello di comunicazione normale, ma attraverso l’umorismo Palazzeschi può scrivere e al contempo problematizzare le sue strofe di «versacci». L’insensatezza viene tematizzata: è la parola incomprensibile con cui l’arbitrio del poeta si sbizzarrisce. Tanto nessuno pretende più nulla da lui, «gli uomini non domandano più nulla / dai poeti».

Senso poetico 2

Ponendo una distanza tra sé e questo poeta che compone insensatezze, Palazzeschi inserisce queste ultime, in qualità di sberleffi curiosamente ordinati secondo giochi di simmetrie, assonanze, ecc., nella cornice di un testo che ha una sensatezza complessiva. La poesia stessa è presa in giro assieme al suo pubblico, sia credulone o scettico, con la messa in scena di una poetare apertamente ridicolo. Eppure di fatto egli propone al pubblico una poesia fatta di «sciu sciu» e «bubububu», e noi siamo qui a preoccuparci appunto di questi «sciu sciu» e «bubububu»: non sono sicurissima che ciò avrebbe suscitato l’ilarità dell’autore, perché in questa poesia c’è qualcosa di amaro, ma sicuramente fa sbellicare il poeta-personaggio che ci parla dal testo.

Si può raccogliere, però, il problema su cui Palazzeschi incardina il suo gioco. Mentre grida: lasciatemi divertire!, prende le distanze dai seriosi spettatori delle sue bizzarrie. Chiedono questi: «non è la vostra una posa, / di voler con così poco / tener alimentato / un sì gran foco?» Ha un senso questa roba? Dice il poeta: «Licenze, licenze / licenze poetiche.» Sono un ciarlatano? Forse: che importa? Lasciatemi divertire. Importa, invece, se non ogni rottura della sensatezza si risolve in un radicale vuoto, che si possa facilmente liquidare come tale.

La sensatezza, in effetti, è una questione aperta in poesia, poiché nella poesia la parola stessa è sempre in questione: in essa si trova il problema o il mistero della parola. Non c’è in questo nulla di esoterico, ma solo il tentativo di cogliere nel rapporto della parola poetica con il suo senso la specificità di un’arte della parola. La parola poetica porta con sé sempre una certa consapevolezza del suo essere parola. Perciò il suo significare non può mai essere del tutto trasparente, non può ridursi (dirò un’ovvietà) alla mera trasmissione, in una forma un po’ gradevole, di un messaggio, di un contenuto. Perciò, se essa non si riduce alla corretta decifrazione del testo, non è detto che ciò che non si presta alla parafrasi sia una più o meno inutile oscurità nella comunicazione. La nozione di senso poetico deve essere modellata in modo che vi sia posto per un certo nonsenso.

Senso poetico 3

D’altra parte, anche nei casi di smaccato distacco dal significare o comunicare qualcosa, il significato, il fatto che la parola significhi e significhi in una certa direzione, resta attaccato alla parola. Fa parte del materiale che la compone, del suo corpo «parolaceo», di ciò che in essa c’è da vedere. Il non parafrasabile mostra la parola come essa nasce, come apparizione di un riflesso in una cosa, e mostra il proferimento (anche silenzioso) della parola come inseguimento di questo riflesso, incantato dal modo particolare del rifrangersi che hanno in esso colori e forme – mostra che la trasparenza nasce come intrasparenza.

Allora non basta avere a disposizione un po’ di spazio dove ammucchiare insieme ciò che propone una rottura del senso, sia che poi lo si veneri, perché ci fidiamo di qualcuno che ci dice che «è Arte», sia che lo si dimentichi, perché non ci interessa: sembra piuttosto che ci si debba poter muovere come funamboli, lungo il crinale fragilissimo che corre tra la trasparenza della lingua, che semplicemente ha tolto di mezzo il materiale poetico, e la completa opacità, che semplicemente non riesce a interessarci. Occorre allora una facoltà, una sensibilità, che consenta di orientarsi nell’intrasparenza.

di Ginevra Salvaggio

collage di Elisa C.G. Camurati

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