Piccolo racconto

Essere piccoli può essere difficile. Lo aveva constatato direttamente sulla sua pelle un bambino molto magro e molto basso, talmente piccolo che la piccolezza era diventata la sua caratteristica principale, ciò che tutti notavano prima di ogni altra cosa e che tutti ricordavano ancor prima del suo nome. Molti non sapevano neanche come si chiamasse per davvero, soprattutto perché non era utile saperlo. Se si diceva “il piccolo”, si sapeva di chi si stava parlando. E al piccolo andava bene così, in fondo non gli toglieva niente, se non il nome appunto, ma tanto il suo non lo faceva impazzire e “Piccolo” non era poi così male. La sua piccola vita procedeva quindi bene insieme alla sua piccolezza… fino a quando un giorno questa piccolezza non gli procurò: tanto dolore, sbucciature alle ginocchia, qualche graffio sulle gambe e sulle braccia, e due profondissime umiliazioni. La zuffa con uno più grosso di lui a causa di un frisbee lo aveva spaventato a morte, proprio perché a causa della sua piccolezza non era riuscito a difendersi bene e aveva saputo solo dare un morso al grosso e solo per riuscire a scappare via da lui. Quel terribile giorno, tornando a casa dove lo aspettava il nonno, maledisse a lungo la sua piccolezza e con tutto il cuore.

«Perché devo essere così piccolo!» continuava a ripetere e lo ripeteva per tutta la strada e anche sulla soglia di casa, dove questa volta lo sente il nonno, che si dirige verso di lui per dare un bel bacio di benvenuto al suo piccolino. «Basta nonno! Non sono il tuo piccolino! Sono stufo di essere piccolo!» e gli racconta la storia della zuffa e del grosso e dei mille lividi che il grosso gli ha fatto, mentre il nonno con dolcezza lo prende sulle sue gambe in cerca dei lividi su cui dare quei baci magici che fanno passare il dolore. «Ma qui non c’è nessun livido! E non c’è bisogno che ti metta le bende sulle ginocchia perché non esce sangue.» Gli scocca un bacio sulla fronte e allora gli fa vedere un cicatrice che aveva sulla coscia, raccontando al piccolo di essersela fatta in una delle grandi zuffe della sua di piccolezza. Come avrebbe voluto anche lui avere una cicatrice così bella! Tutti avrebbero visto prima la cicatrice e poi la sua piccolezza! “Cicatrice” come suo nuovo nome… sì che lo faceva impazzire!

Allora con determinazione, il giorno dopo, va dal grosso: «Grosso, per piacere, picchiami più forte». Il grosso però si intimorisce, sospettando che il piccolo lo stia mettendo in trappola perché venga visto dalla maestra e quindi punito o per altri chissà quali motivi e non riuscendo a vedere la situazione in modo chiaro, un po’ confuso e inquieto, decide di non assecondarlo – anche se vorrebbe picchiarlo eccome!

Molto deluso dal grosso, il piccolo senza troppi indugi decide di andare in cerca di un altro-più-grosso e dopo aver cambiato strategia, abbandonando per questa volta la gentilezza e passando invece per la provocazione – dopo quindi un «Ehi stupido Altro-più-grosso!» – ottiene la sua cicatrice.

È piccola, ma “Piccola Cicatrice” è un bel nome. A chi farla vedere per primo? Corre dal nonno pieno d’orgoglio, «sono Piccola Cicatrice!», lo ripete a quelli che passano per strada, corre dai suoi migliori amici, a tutti lo ripete, a tutti e poi anche a tutta la classe e a tutta la scuola. Vuole che il suo vecchio nome se lo dimentichino tutti, ora ne ha uno nuovo e se se si stuferà anche di questo, dovranno dimenticarsi anche di questo. «Non posso rimanere Piccolo per tutta la vita!» dice, e tutti in effetti sono d’accordo.

Tutti tranne Altro-più-grosso, che si ostinava a chiamarlo Piccolo, Piccolooo, urlandolo davanti a tutti, perché lui la piccola cicatrice non la vedeva proprio, sarebbe dovuta essere ben più grossa perché potesse notarla anche lui. Sei Piccolo! Ecco la conclusione. La dimostrazione: Piccola Cicatrice sarebbe rimasto sempre Piccolo davanti a uno grosso come lui!

La folla nel frattempo si era ingrossata, perché la faccenda incuriosiva sia piccoli che grossi. C’erano piccoli che vedevano la cicatrice, piccoli lontani che non la vedevano, grossi vicini che la vedevano e altri grossi lontani che non la vedevano. Ma siccome le cose iniziavano a complicarsi inutilmente e Piccola Cicatrice non voleva rinunciare al suo nuovo nome, cercò fra la folla Il-più-grosso e se lui avesse confermato che la cicatrice c’era, Piccola Cicatrice si sarebbe tenuto il nuovo nome. Tutti furono d’accordo. Il-più-grosso avanzò quindi fra la folla e mentre scrutava con attenzione il braccio di Piccola Cicatrice, senza volerlo, rese visibile a tutti un altro fatto, molto più importante: che Altro-più-grosso, che fino ad allora era sembrato veramente grosso (in confronto a Piccola Cicatrice), ora era… (in confronto a Il-più-grosso) piccolo… “Piccolo”…

Tutti lo stavano ormai chiamando così.

Piccolo scappò via. Era troppo profonda quell’umiliazione e sua nonna non gli fu di alcun conforto quando, vedendolo entrare in casa, volle salutare il suo piccolo con un bacetto. «Io non sono il tuo Piccolo! E non sono il Piccolo di nessuno! Non sono Piccolo e basta!». Non ci volevano qui i bacetti, che sembravano solo ricordargli che lui non era più grosso. La nonna, se proprio voleva essere gentile, doveva aiutarlo a uscire da quella faccenda che continuava a confonderlo sempre di più. Le racconta allora tutto: di Piccolo che era diventato Piccola Cicatrice dopo che lui lo aveva picchiato, di Il-più-grosso che aveva aiutato Piccola Cicatrice a mantenere il suo nome, della grossa folla che lo prendeva in giro chiamandolo “Piccolo”… insomma della profonda umiliazione che lo faceva stare molto male. La nonna lo aveva ascoltato in silenzio fino alla fine del racconto. Piccolo credeva che gli avrebbe sicuramente dato la soluzione alla faccenda. Aspettava in silenzio. «Altro che bacetti!» dice all’improvviso. «Qui le prendi! Non si picchiano i bambini più piccoli! Chi te lo ha insegnato! Lasciare cicatrici addirittura… Te la faccio passare subito la voglia di picchiare gli altri!». Colto completamente alla sprovvista, Piccolo cerca di darsela a gambe, ma non riesce ad andare più lontano di tre passi e anzi cade a terra. Ginocchio sbucciato. E cicatrice, il giorno dopo – ma niente di grave, constatò che non era grossa.

“Piccola cicatrice” come nuovo nome era brutto, ma era sempre meglio di “Piccolo” e quindi per ora se lo teneva volentieri. Soprattutto avrebbe dato fastidio a Piccola Cicatrice. E così infatti fu. Quando in classe si presentò come “Piccola Cicatrice”, mostrando il suo ginocchio, Piccola Cicatrice era furibondo. Era stata dura la vita da piccolo ed era stata dura conquistarsi un nuovo nome. E già glielo rubavano! Solo per dargli fastidio poi, era sicuramente quello il motivo, ci avrebbe scommesso il nome.

Avrebbe voluto dargliene veramente tante. Ma si tratteneva. Si tratteneva perché Piccola Cicatrice capiva molto bene Piccola Cicatrice. Con questa storia… del nuovo nome, della cicatrice al ginocchio, della presentazione a tutta la classe… lo stava provocando. Lo stava provocando perché voleva essere picchiato. Voleva essere picchiato per procurarsi una cicatrice più bella. Più bella e più grossa. “Grossa Cicatrice”… “Grossa Cicatrice”… il nuovo nome che entrambi si stavano sognando.

Bisognava ora conquistarselo. Piccola Cicatrice si avvicina allora a Piccola Cicatrice dicendogli: «Adesso ti tiro un grosso schiaffo». E gli tira uno schiaffo, ma non grosso come aveva detto. Un piccolo schiaffo che sembrava quasi una carezza. Non doveva infatti servirgli a fargli male, ma solo a provocarlo (Piccola Cicatrice era molto furbo), perché fosse l’altro a tirargli uno schiaffo talmente forte da farlo cadere a terra e creargli una cicatrice. Lo sperava con tutto il cuore e ci contava, visto che sapeva quanto all’avversario piacesse picchiare gli altri. E invece Piccola Cicatrice gli risponde con qualcosa che schiaffo proprio non si può chiamare: una carezza ancora più umiliante. Non sarebbe stato semplice conquistarsi il nuovo nome.

Gli altri compagni di classe nel mentre avevano creato un cerchio attorno ai due, gridando tutto il tempo «Rissa! Rissa!» per fomentare i due combattenti. Questa prima fase di provocazione aveva entusiasmato tutti. Eppure i due sembrano non andare al di là di questa in nessun modo. Né rispondevano agli incitamenti. Avrebbero lottato o no? Nessuno capiva perché tirassero così tanto per le lunghe. Quello che facevano lasciava veramente tutti perplessi: avevano iniziato con degli schiaffi, poi si erano dati qualche carezza, si erano giusto sfiorati e avevano iniziato infine a fingere di sfiorarsi. Ma che significa?

La lotta andava scemando – era evidente e un po’ noioso per tutti – ma da un momento all’altro si sarebbero dati un abbraccio per diventare finalmente amici e quella svolta meritava un applauso e nuovo casino. Ma la speranza del lieto aveva sempre meno senso rispetto a quello che si vedeva… perché in realtà insieme alla delicatezza dei movimenti dei due Piccola Cicatrice, crescevano di pari passo la tensione, gli insulti, l’odio. «Sei così stupido che hai dimenticato come si tira uno schiaffo!», «E tu sei così stupido che sembra che ti tiri gli schiaffi da solo!».

I movimenti delle loro braccia e delle loro gambe andavano sempre a vuoto, rimanevano incompiuti o addirittura tornavano indietro e ogni tanto sembrava davvero che si prendessero a schiaffi da soli. Gesti monchi, braccia che fanno da boomerang… ogni tanto si facevano gli sgambetti, ma non l’uno all’altro… i loro compagni non ci capivano veramente più niente, non capivano neanche se quello che vedevano erano veramente dei calci o veramente delle gambe… Forse quei due erano diventati pazzi. Ma i due Piccola Cicatrice non erano pazzi (anche se potevano sembrarlo), tant’è che, una volta capito che in questo modo non avrebbero ottenuto la loro grossa cicatrice, si fermarono. E, siccome non volevano sembrare pazzi, spiegarono tutto agli altri: di come non volevano avere lo stesso nome dell’altro, delle cicatrici che portavano con sé nuovi nomi, di “Grossa Cicatrice” che era il nome che entrambi volevano… Qualcuno doveva risolvere la faccenda. Siccome era una grossa faccenda, chiamarono, come l’altra volta, Il-più-grosso, che tutti avevano constatato essere stranamente efficace nella risoluzione delle faccende.

Il-più-grosso venne. Sarebbe bastato che lui picchiasse uno dei due a suo piacimento. Il prescelto avrebbe avuto la nomina di “Grossa Cicatrice”. Eppure era meno semplice di quanto pensassero: Il-più-grosso, anche se avrebbe potuto tirare grossi schiaffi, grossi pugni e grossi calci, non aveva nessun piacere nel farlo. Disse così e se ne andò.

Il-più-grosso venne preso da una grossa tristezza. Non perché non fosse stato d’aiuto ai suoi amici, ma perché i suoi amici lo chiamavano sempre e solo per la sua grossezza. Come se lui fosse solo ed unicamente grosso! E non vedessero altro oltre la sua grossezza! La grossezza era diventata la sua caratteristica principale, quello che tutti notavano prima di ogni altra cosa e che tutti ricordavano ancor prima del suo nome. Molti non sapevano neanche come si chiamasse per davvero, probabilmente perché non era utile saperlo. Se si diceva “Il-più-grosso”, si sapeva di chi si stava parlando. E a lui era sempre andata bene così, in fondo non gli toglieva niente, se non il nome appunto, ma tanto il suo non lo faceva impazzire e “Il-più-grosso” non era poi così male. La sua grossa vita era sempre proceduta quindi bene insieme alla sua grossezza… fino ad adesso! Fino a quando non si accorge che la sua grossezza gli impedisce di conquistarsi un nuovo nome, così come è successo a Piccola Cicatrice e Piccola Cicatrice. Chi mai gli avrebbe procurato una cicatrice? Avrebbe mai avuto la fortuna di essere picchiato da qualcuno più forte di lui? No… no… non aveva mai visto qualcuno più grosso di lui, mai in tutta la sua grossa vita. A Piccola Cicatrice era bastato che lui, Il-più-grosso, gli si avvicinassse perché tutti scegliessero per lui un nuovo nome, “Piccolo”, che poi era diventato “Piccola Cicatrice”. Come avrebbe voluto anche lui diventare Piccolo! Quel nome era impossibile per lui, così grosso.

Quel terribile giorno, tornando a casa dove lo aspettavano i nonni, maledisse a lungo la sua grossezza e con tutto il cuore. «Perché devo essere così grosso!» continuò a ripetere per tutta la strada, fino a casa, e lo ripeté anche sulla soglia, dove questa volta lo sentirono i nonni, che si diressero verso di lui per dare dei bei bacetti al loro piccolino. Ma Il-più-grosso non si lasciò dare nessun bacetto, si sedette sul letto, e pianse.

«Ma piccolo, cosa c’è?», entrambi i nonni erano un po’ preoccupati.

«Non sono Piccolo» disse.

«Va bene, non ti chiameremo più così. Ma come mai sei così triste?» Doveva essere qualcosa di grave se era così infastidito dal nomignolo con cui lo avevano sempre chiamato e che gli era sempre piaciuto.

«Sono triste perché non sono Piccolo!»

«Ma certo che sei il nostro piccolo!»

I nonni si guardavano l’un l’altro un po’ confusi, sperando che il loro piccolo avesse voglia di raccontare il vero motivo della sua tristezza. «Ma ve l’ho già detto!» Il-più-grosso si innervosì ancor di più e la voglia di raccontare loro tutta la faccenda gli passò completamente. Come sono stupidi i nonni! Tutti dicono sempre che sono saggi e invece sono tonti. Non gli sarebbero stati di nessun aiuto, perché non riuscivano neanche a vedere il problema. Eppure era grosso. Il più grosso che avesse mai avuto, anzi. Essere grossi può essere molto difficile.

Il giorno dopo Il-più-grosso, insieme alla sua sempre più grossa tristezza, forse la più grossa tristezza della scuola, si imbatté di nuovo in Piccola Cicatrice e Piccola Cicatrice. Ammisero la loro tristezza (piccola tristezza) per quello che era successo il giorno prima. Avrebbero tanto voluto risolvere la faccenda, ma più ci pensavano e meno ci riuscivano.

«Il-più-grosso,» dissero, «visto che sei così bravo… tu sai come risolvere la faccenda?»

«No!»

«Eddai, perché?»

«Perché sono piccolo!»

E Piccolo se ne andò.