La lezione del virus

L’esperienza virale e il compimento vitale

«La prima lezione del coronavirus è anche la più sorprendente: è stato infatti provato che, in poche settimane, è possibile sospendere, in qualsiasi parte del mondo e allo stesso tempo, un sistema economico a detta di tutti impossibile da rallentare o redirezionare. A tutti gli argomenti degli ambientalisti sul cambiamento dei nostri stili di vita, si rispondeva sempre con l’argomento della forza irreversibile del “treno del progresso” che niente poteva far deragliare “a causa”, si diceva, “della globalizzazione”. […] Ecco allora l’incredibile scoperta: c’era davvero nel sistema economico mondiale, nascosto a tutti, un segnale di allarme rosso vivo con una grossa maniglia d’acciaio temprato che i capi di Stato, ciascuno a sua volta, potevano tirare subito per fermare “il treno del progresso” con un forte stridio di freni».

Bruno Latour[1]

Il rapporto tra l’essere umano e la natura, non solo nell’immanenza del reale ma come relazione critica e intellettuale, ha una lunga storia. Ancora prima dell’esplosione della sensibilità dell’io del Romanticismo, già Kant – che non a caso a quella riflessione romantica aprì le porte – si rese conto dell’importanza imprescindibile che riveste il rapporto dell’individuo con la natura. Proprio il filosofo illuminista e razionale per eccellenza, quello della Critica della ragion pura e degli infiniti ragionamenti sulle idee, la logica, i concetti, a un certo punto del suo percorso intellettuale non può esimersi dal trattare ciò che viene definito il sentimento del sublime, ossia ciò che ogni io soggettivo prova o può provare nel confrontarsi con il mondo naturale circostante. Nella riflessione kantiana, tanto il sublime matematico (quando la natura mostra la sua grandezza e immensità spaziale: oceani, deserti, il cosmo) quanto il sublime dinamico (quando la natura mostra tutta la sua potenza e dirompenza distruttiva: terremoti, uragani, catastrofi), sono declinazioni di quell’originario taumàzein – la meraviglia, lo stupore, lo sconvolgimento – che dovrebbe in primis caratterizzare l’interiorità umana. Dinanzi a fenomeni così smisurati e indeterminatamente illimitati il soggetto sarebbe attanagliato dai sentimenti di paura, smarrimento, inferiorità, e ancora angoscia, ansia, agitazione. Ma anche insospettatamente e misteriosamente preso da un segreto, sotterraneo, eccitante sentimento di entusiasmo ed esaltazione, poiché la mente umana è in grado di lasciarsi trascinare da una potente capacità immaginativa in grado di creare scenari sconfinati, come quelli del genere fantascientifico nella narrativa di tutte le epoche e di tutte le lingue. È singolare che il connubio tra natura, sublime kantiano e letteratura fantascientifica abbia spesso partorito, come puro divertissement, aberrazioni ecologiche come gli scenari del filone apocalittico e post-apocalittico. La fantascienza declinata in questo senso “pessimistico” ha dato luogo, infatti, nel corso della storia della letteratura e della storia del cinema, all’invenzione di distopie con il protagonista immateriale e illimitato (letteralmente, che non conosce limite) per eccellenza: un cataclisma, una catastrofe, che fosse di ordine naturale, chimico, bellico, batteriologico, extraterrestre, ecc., ha distrutto il mondo per come lo conosciamo noi oggi, dando vita a una nuova era in cui si lotta per sopravvivere e la società è regredita ad un primitivo stadio pre-industriale. Sono sempre state poche, al contrario, e chissà perché, le previsioni narrative in senso ottimistico, l’utopia felice, o, in questo senso, l’utopia ecologica, una campanelliana Città del sole declinata in senso ambientalista: forse semplicemente per un fatto di convenienza novellistica, perché in un mondo perfetto ci sarebbe stato poco di interessante da raccontare, oppure, forse, perché nessuno in fondo ci ha mai creduto.

Scenari apocalittici, si diceva, in cui uniche direttrici ideali sono la necessità della pura e semplice sopravvivenza e un forzato ritorno al passato. Ovvero, non è più importante vivere sfruttando al massimo di ogni potenzialità i comodi, gli agi, i lussi e i vantaggi della moderna società di massa e di consumo, delle tecnologie, dei dispositivi manuali/individuali o ipertrofici/collettivi (dal cellulare al treno, dalla televisione all’aereo): è importante solo la sopravvivenza, la conservazione stessa della vita. Non è più importante vivere sfruttando al massimo di ogni potenzialità le abitudini e i vizi offertici dalla filiera produttiva capitalistica e globalizzata, il costoso e performante ultimo prodotto della tecnica, il capo d’abbigliamento firmato, i cibi e le bevande importati da un altro stato, i viaggi intercontinentali di piacere, i beni di lusso, le auto, gli orologi, le seconde case, le seconde auto, le terze case, le terze auto, e così via: no, è importante solo l’essenziale, ciò che, seppur con grandi rinunce e sacrifici, consenta comunque di soddisfare le necessità primarie e godere in ogni caso della quotidianità, sia essa anche solo di natura domestica. Stiamo in ogni caso parlando di godimento e non di sofferenza; come qualcuno ha ironicamente rilevato, ai nostri nonni e bisnonni veniva chiesto di andare a morire per una guerra, a noi viene chiesto di restare sul divano. Viviamo insomma in una situazione collettiva – in uno stato di eccezione – le cui caratteristiche avremmo per sempre creduto, prima di viverle nell’attuale quotidianità, restare appannaggio non solo della fantascienza narrativa e cinematografica, ma anche rimanere esclusiva di alcune esperienze trascendentali della storia dell’arte, come la pittura esistenziale e metafisica del Novecento: dalle stanze domestiche con individui afflitti e sofferenti di Edward Hopper alle malinconiche piazze vuote di Giorgio de Chirico, oggettivazione visuale per eccellenza del concetto dell’assenza. Avevamo creduto – avevamo voluto credere, avremmo voluto credere – con riferimento a quegli scenari immaginari della narrativa letteraria o filmica, che il nostro atteggiamento anti-ecologico nei confronti del pianeta di cui siamo ospiti avrebbe condotto ad una catastrofe soltanto in tempi lontanissimi, talmente distanti nell’approdo temporale da consentire ogni ragionevole dubbio e tutto il nostro più profondo, qualunquista e devoto differimento di qualsivoglia atteggiamento green – che è poi diventato una storta di must di tendenza, a volte anche con una certa soddisfazione radical chic (ma si sopporta anche questo, per il fine comune di salvare la nostra specie). Invece il disastro era sotto gli occhi, poiché verificatosi in modo lento, graduale e ugualmente deleterio.

Ma esiste, o può esistere, anche giunti a questo punto, come la recente constatazione sociologica di Bruno Latour dovrebbe lasciar sperare, il contrario della distopia catastrofica, ovvero una utopia ecologica possibile? Una strategia, un metodo, un sistema, uno schema, che possa invertire la rotta di quel treno dopo che il maniglione antipanico sia stato tirato, o quantomeno, se non invertirla, cosa che senso non ne avrebbe molto al di fuori di una idealità retorica, costruire nuovi binari che vadano in una direzione differente? Insomma, correggere il tiro; non invertire, ma modificare la rotta. Inventarci, antropologicamente, nuovi miti e nuovi riti che possano aiutarci a familiarizzare con questo incontro inaspettato con la pulsione di morte che abita e innerva radicalmente il nostro mondo? In una intervista rilasciata il 19 marzo 2020 alla Nasa Tv, l’astronauta Chris Cassidy, in procinto di partire per la Stazione Spaziale Internazionale dopo che il virus si era già diffuso, sollecitato da una domanda, ha suggerito alcune essenziali regole per poter gestire al meglio la quarantena domestica, semplicemente replicando le stesse condizioni che per un astronauta sono la norma, in quanto vivere per un lungo tempo in un piccolo spazio, e farlo ai massimi livelli di serenità e produttività, è proprio ciò che un cosmonauta fa per lavoro. Tutto questo sembrerà in un certo senso ovvio, ma solo dopo che è stato detto; non si può evitare un certo interesse per una riflessione di tal fatta: la replica da parte di un soggetto comune in circostanze eccezionali sul pianeta della stessa condizione dell’astronauta in circostanze ordinarie nello spazio. Dirò tutta la verità, sono rimasto sinceramente sorpreso nel constatare che le parole di Cassidy sono state la conferma concreta di una mia riflessione già scritta alcuni anni fa.[2] Ovvero: potrebbe essere il modello astronauta la proposta teorica per rispondere al quesito di cui il mondo contemporaneo vive l’urgenza e la stringente necessità? Il quesito sta cioè nell’individuare un nuovo modello di sviluppo sostenibile, che consenta il progredire della nostra evoluzione ma affrontando finalmente di petto il problema del limite delle risorse naturali, gestendolo coscienziosamente. Vivere bene ma senza sprechi, senza sperperi, senza consumismi, e soprattutto senza sovrapproduzione, senza produzione di beni di lusso e senza ipermovimento globalizzato di merci, insomma vivere bene ma vivere all’insegna della sobrietà e della frugalità. Vivere il chilometro zero, vivere il qui e ora. Vivere eliminando il superfluo, alla ricerca di ciò che è davvero essenziale, abolendo la ipercircolazione planetaria dei beni, l’elemento più inutile e più dannoso che sembra a noi oggi indispensabile. Possiamo insomma serenamente vivere senza i tulipani di Amsterdam, per seguire l’esempio di Latour. Possiamo in realtà benissimo vivere anche senza mangiare banane e senza esporre su una mensola costosissimi vasi orientali. Il modello astronauta è una gestione moderata, coscienziosa e oculata delle risorse, previdente e lungimirante, un giusto ed equilibrato sentiero di mezzo tra il troppo e il troppo poco. Proprio come un astronauta nella gestione della sua quotidianità sa fare meglio di tutti, perché sa che se non lo farà ne andrà di mezzo la sua stessa vita. Tutto, in un habitat tecnologico orbitante, è controllato, organizzato, prestabilito, misurato, centellinato. Dal cibo ai nutrimenti di vario genere, dal vestiario agli oggetti personali, dalle modalità di igiene personale allo smaltimento dei rifiuti, dalla programmazione del tempo lavorativo all’utilizzo del tempo libero, finanche all’ossigeno che si respira e che permette di essere vivi. Una gestione delle risorse estremamente pianificata e parsimoniosa, estremamente razionalizzata e parcellizzata, eppure – proprio per questo – incredibilmente funzionale ed efficiente. Proprio quel tipo di gestione delle risorse di cui l’umanità ha bisogno, quel modello che se esistesse anche sul pianeta, trasferito dal contesto del viaggio spaziale al contesto dell’esistenza quotidiana, permetterebbe incalcolabili vantaggi, risparmi e miglioramenti. L’applicazione concreta sul pianeta di questo tipo particolare di economia domestica – che l’essere umano già adotta in certi ambienti come quello cosmico – significa ovviamente, sopra ogni cosa, un cambio radicale di mentalità. Dalle stelle alle stalle, e non in senso figurato. Quando si trova tra le stelle l’astronauta vive adottando queste misure di estrema accuratezza e maniacale attenzione nella sua quotidianità, e lo fa unicamente per sopravvivere. Se un soggetto è immerso in un ambiente che non è il suo, che non gli è proprio, anzi che gli è radicalmente ostile, si riesce ad aggirare questa ostilità solo frapponendo, tra l’individuo e il “reale” (direbbe Lacan) della sua vita in pericolo, strategie inusuali e complesse di sopravvivenza, di sovra-esistenza, ovvero di reazione alla vita e al suo essere messa in discussione. Strategie di iper-esistenza che sono in realtà strategie di resistenza.

Diventerà (è già diventato?) il nostro pianeta un ambiente talmente ostile da costringerci a vivere sulla terra come un astronauta vive nello spazio? 2001: Odissea nello spazio è la rappresentazione delle capacità e delle prospettive di evoluzione dell’umanità da uno stadio bestiale a uno stadio propriamente umano, in seguito a uno stadio “tecnologico”, e infine – non senza cedere a un che di psichedelico – a quello di Uomo Nuovo, di vero e proprio Superuomo (nel senso dell’oltreuomo nietzscheano). La politica e l’economia mondiali dovrebbero uniformarsi a questo ideale di sopravvivenza, imponendo un cambio radicale delle abitudini e dei meccanismi di produzione e di consumo, risolvendosi per un impegno civile di portata radicale e decidendosi per un’applicazione finalmente positiva e lungimirante delle enormi capacità tecnologiche che l’umanità oggi stesso ha già a sua propria disposizione. Il potere della tecnologia dovrebbe nella nostra epoca essere sfruttato per tentare un ricongiungimento tra physis e techne, tra natura e tecnica, e non per generare un ulteriore distanziamento tra il naturale e l’artificiale. Il modello astronauta significa, nella sua essenzialità sconvolgente, salvaguardia ambientale e protezione dell’umanità. Lavorare alla difesa e alla tutela del contesto naturale e del fenomeno umano significa lavorare alla difesa e alla tutela della vita umana in sé per allungarne cronologicamente le possibilità stesse di esistenza: si tratta quindi anche di un proseguimento necessario della Carta dei Diritti delle Generazioni Future di Jean-Jacques Cousteau. «Perché allora non provare ad attuare strategie simili fin da subito, senza aspettare il momento in cui ciò diventerà vitale e necessario per sopravvivere? Perché purtroppo, per come si stanno mettendo le cose in questo mondo, prima o poi, lo diventerà. E forse anche prima del previsto», questo avevo scritto nel mio articolo di sette anni fa, e a rileggerlo oggi un brivido mi percorre. Come sarà capitato ai tanti profeti inascoltati, che, più a buon diritto di me, ognuno esperto nel suo campo di riferimento, avevano predetto che una svolta apocalittica sarebbe presto arrivata.

Massimo Recalcati scrive giustamente in questi giorni che nessuno si salva da solo, che sarebbe questo il vero nucleo concettuale di questo momento storico, tornare alla solidarietà. Non è inesatto ma non va data a questo punto l’esclusività di ciò che la lezione del virus possa essere. Ritornare alla condivisione, certo, ritornare all’umanità. Ritornare all’umanesimo, proprio nel senso alto della condivisione fraterna e solidale. Ma, anche, di più: egualitarismo biologico, avrebbe detto Arne Naess. Nella sua teorizzazione, il filosofo norvegese[3] rimetteva al centro del sistema non soltanto l’essere umano (semplice antropocentrismo) ma la Vita in sé, proprio quel bios come entità astratta (ma anche sempre concreta) che è l’essenza che accomuna tutti noi viventi, dalle donne agli uomini, dagli umani agli animali, dai vegetali ai minerali, dalle cellule ai batteri, dai microbi ai virus. Biocentrismo, centralità assoluta della vita in ogni sua manifestazione e in ogni sua forma, salvaguardia e tutela del bios nella sua radicalità. Ecco, proprio quel bios come vincolo imprescindibile, come principio sacro della perpetuazione della specie, è ora contaminato. Contaminato da un agente maligno esterno (naturale o artificiale?) che si estende, si trasmette, contagia, infetta, in modo sotterraneo e invisibile, incorporeo e immateriale. Anzi, è proprio la totale e costitutiva aleatorietà di questo agente patogeno, in grado di convertirsi in ogni momento in contagio fisico reale – quasi come una perversa e magica stregoneria – a sostanziarne la qualità di minaccia pericolosa, di più, di nemico mortale. Insomma, «stiamo “come d’autunno sugli alberi le foglie”, aspettandoci di essere contagiati da un giorno all’altro, da un nemico invisibile, eppure circolante in mezzo a noi, indovato, subdolamente, dovunque sono gli altri. Ed ogni giorno di vita, per noi, è un giorno in più di vita»[4]. La psicoanalisi o la psicologia delle masse possono, teoreticamente, estendere e proiettare le esperienze mentali del soggetto alle esperienze collettive, ai traumi di gruppo, che possono interessare una intera popolazione o anche l’intero mondo. Si tratta in questi casi sempre di una operazione a cavallo tra il filosofico, l’antropologico e il sociologico, qualcosa che va al di là sempre e comunque della clinica pura. In tal senso, e per esteso, potremmo allora dire che il contributo didattico dell’avventura virale di questo anno 2020 sia:

  • l’esperienza e l’elogio del fallimento, come via alternativa per raggiungere il successo;
  • l’esperienza e l’elogio del limite, come via alternativa per raggiungere la possibilità;
  • l’esperienza e l’elogio della lentezza, come via alternativa per raggiungere la pienezza;
  • l’esperienza e l’elogio del meno, come via alternativa per raggiungere il più.

Al di là della dimensione più squisitamente politica, resta dunque un al di qua di natura prepotentemente esistenziale ed esistenzialista. Va ribadita la necessità vitale di mantenersi attivi, affermativi e amichevoli. Restare noi stessi, restare umani. Mantenere performante il corpo e sveglia la mente. Privilegiare il e l’apertura. Resistiamo; favoriamo l’ottimismo e la positività; non distaccati ma amichevoli, non pessimisti ma allegri, realisti ma pieni di speranza. Credere e continuare a credere, in senso ateo, in senso laico oppure in senso religioso: credere nella semplicità e nell’essenziale. Gilberto Di Petta ha scritto del senso di ultimità che stiamo provando, quell’essere abitati da una invasiva precarietà, da un prepotente senso di provvisorietà, un avvilente sensazione di transitorietà e caducità delle cose umane. Ma ha accennato anche all’autenticità di heideggeriana memoria, quel riscoprire, ritrovare, o reinventare e ricostruire le strutture di base del nostro stesso esistere, la nuda vita, i nudi meccanismi del mio io. Anche a me era prepotentemente ritornato in mente il pensiero di Heidegger in questo periodo[5], in particolare il concetto dell’es geht um. Un sintagma quasi intraducibile, una espressione visionariamente percuotente. Letteralmente significa: ne va di. È un modo autenticamente profondo di sottolineare quanto siamo importanti. Non in senso egocentrico, non in senso narcisistico. Ma per ribadire quanto è importante il dono della vita: ne va di me; ne va di noi. Abbiamo molto da perdere, e quindi molto da preservare e da salvare. È assolutamente necessario prendersi cura della vita, ora più che mai, impegnarsi a fondo per risollevarla, e per rinascere migliori di prima. Credere, senza tentennare, nel trionfo della vitalità. Ed ecco che il nesso tra il mio al di qua e il nostro al di là si scopre fondante, essenziale. Innervato da una urgenza senza precedenti. Il nesso tra la categoria dell’esistenziale e la categoria del politico, il nesso tra il singolare e il collettivo, tra il bene individuale e il bene plurale e pubblico: rimettere al centro la vita, intesa come bios nel suo senso più elevato, ma anche nel suo senso più concreto possibile. L’egualitarismo biosferico di Arne Naess, da lui ottimisticamente auspicato per raggiungere un nuovo equilibrio ecologico e biologico rispettoso di tutte le forme di vita, diventa ora concreto dato di fatto, in qualche modo non deciso dall’umano ma da esso subìto, non dall’umano causato ma da esso patito dall’esterno.

Ci si è a lungo augurato, come ha fatto Naess, che i detentori del potere secolare e i capi della politica internazionale potessero già in tempi non sospetti – con un gesto discontinuo e innovativo da veri protagonisti – decidere una volta per tutte di proteggersi, proteggerci e proteggere l’intera nostra specie e la nostra nicchia ecologica, l’intero pianeta Terra. Si sarebbe trattato di un’azione volontaria e “agita”, intersoggettivamente stabilita e compiuta, in un movimento – per così dire – che sarebbe andato dai recessi delle nostre intenzioni all’esterno delle nostre esistenze reali. Ma questo non si è verificato, e non ha tardato purtroppo a verificarsi l’esatto opposto: un misterioso e ineffabile agente esterno ha forzatamente e repentinamente imposto questo cambiamento a lungo pensato ma altrettanto a lungo rimandato. Ecco perché quelle parole di Latour suonano come un’acquisizione di consapevolezza nei confronti di questo processo, ma anche come un monito. Il soggetto umano ha tardato nell’applicazione di quanto pur precisamente era stato pensato e teorizzato; quando si fa tardi, c’è sempre qualcuno che arriva prima; questo qualcuno, nelle forme inopinate del virus, è infatti giunto e ci ha battuti sul tempo; quando qualcosa ci batte sul tempo, non resta allora altro da fare che rassegnarsi, metabolizzare l’evento e tentare di imparare la lezione. Ecco allora l’esortazione, esclamata con voce ancora troppo bassa, ma che di tanto in tanto in questo periodo si inizia a sentire da più parti, autorevoli o meno, intellettuali o meno, politicizzate o meno. Non importa più chi lo pensa e chi lo dice, quale sia la fonte, importa solo rendersi conto, una volta e per tutte, che questa nuova, radicale e definitiva impostazione di pensiero dovrà diventare positivamente imperante, l’unica realmente equa e conveniente da assumere, e l’unica realmente importante – di importanza letteralmente vitale – da far propria e far concreta, da comprendere e da realizzare, da interiorizzare e da compiere. Da compiere subito, concretamente, nella vita reale: nella vita civile, politica, sociale, interpersonale, economica, nelle relazioni umane, private, pubbliche, professionali. In una parola, in senso globale; in senso radicalmente ma innovativamente planetario. Per una nuova globalizzazione della cautela.

Non c’è altro. È soltanto questa la maniera di trasformare la catastrofe virale in una emergenza vitale. Emergenza è una parola che ha che fare con la fretta, la velocità, l’azione, la rapidità. Ma è anche il concetto etimologico dell’emergere, del fuoriuscire, dell’espellere. Ri-emergiamo allora con questa nuova consapevolezza, espelliamo – pur non senza fatiche – l’idea definitiva che azzeri lo stucchevole sovraeccedente delle mode di produzione globalizzata e avvalori la salvaguardia e la protezione dell’intera specie umana. Egualitarismo biotico e custodia della vita. Questo, o l’estinzione. Non dirò ai posteri l’ardua sentenza, sarebbe troppo pericoloso, ma anche troppo facile. Bisogna dire semplicemente: a noi la scelta.

Note

[1] Bruno Latour, “Immaginare gesti-barriera contro il ritorno alla produzione pre-crisi”, in Antinomie. Scritture e immagini, 09 aprile 2020.

[2] Un articolo non pubblicato ma scritto sette anni fa per la partecipazione al concorso giornalistico internazionale “G.N.E. – Giornalisti Nell’Erba”, VII edizione, 2013, poi risultato vincitore del terzo premio.

[3] Lorenzo De Donato, “Arne Naess: una soluzione al problema ecologico?”, in geaArt, n. 10, Gennaio-Febbraio 2015.

[4] Gilberto Di Petta, “Covid-19: il virus che ‘sospende’ il mondo. Esercizi fenomenologici di un ‘portier de nuit'”, in Psychiatry Online, 14 marzo 2020.

[5] Ne avevo già scritto en passant sul quotidiano Il Mattino del 31 marzo 2020.

di Lorenzo De Donato

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