Dai bestiari della virtù

Una virtù ante-politica: l’Elogio della mitezza di Norberto Bobbio

«Gli animali non sono altro che la raffigurazione delle nostre virtù e dei nostri vizi, vaganti davanti ai nostri occhi, fantasmi visibili delle nostre anime». (Victor Hugo, I miserabili[1])

Dopo il suo recente restauro, il volto dell’agnello mistico di Van Eyck ha spopolato sul web. Il Polittico di Gent su cui è dipinto pone la trasfigurazione di quest’animale al centro della propria visione apocalittica, concepita per onorare la figura dei due san Giovanni cari alla tradizione cattolica. Il profeta del Giordano e quello di Patmos indicano il Messia nelle vesti di “Agnello di Dio”, vittima sacrificale in cuore al disegno di salvezza cristiano.

Eppure, come ben suggerisce l’iconico muso antropomorfo di Van Eyck, questo animale è usato dalla tradizione per parlare di qualità prettamente umane. Qualità che il profeta Isaia indicherebbe come la muta mansuetudine atta a renderlo vittima (Isaia 53,7), o le Beatitudini di Matteo come la mitezza capace di dargli in eredità la terra (Matteo 5,5).

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Polittico dell’Agnello Mistico (o Polittico di Gand), particolare dell’agnello, Jan van Eyck, 1426-1432.

Davanti ai biblismi di questa pala d’altare, sarà dunque strano scorgere una figura dal fare discreto, gli occhi incavati e il naso aquilino, che riflette sull’allegoria dell’agnello. «L’agnello è simbolo della mitezza per sua natura» scriveva infatti nel 1994 il filosofo liberale Norberto Bobbio (1909-2004) nel suo Elogio della mitezza[2] (EdM p. 34), intento a distinguere questa virtù umana dalla mera mansuetudine animale. Nel rilevare in questo zoomorfismo un’attribuzione non letterale della mitezza, Bobbio si rifà proprio alle traduzioni del sopraccitato passo delle Beatitudini, che preferiscono la parola “mite” al più generico “mansueto”. Inoltre, sostiene Bobbio, l’agnello non sarebbe il primo animale a incarnare una virtù umana nel gran bestiario del pensiero occidentale. D’altronde, chi non ricorda la prepotenza dell’hobbesiano lupus contro gli altri lupi, o la violenza del lione e l’astuzia della golpe machiavelliani? (EdM p. 39).

Queste, tuttavia, sono tutte figurazioni tratte dalla tradizione del realismo politico, una prospettiva secolare che è normale aspettarsi da un laicissimo autore quale è Norberto Bobbio. Il “mistico” agnello e la sua “santa” mitezza, invece, sembrano essere del tutto estranei a questa frangia del pensiero politico. «La mitezza non è una virtù politica, anzi è la più impolitica delle virtù […] L’agnello, il “mite” agnello, non è un animale politico» (ibidem) ribadisce il filosofo torinese; ma, proprio per questa ragione, nel suo saggio morale sceglie la mitezza come oggetto di analisi, dal momento che «la politica non è tutto» (ibidem).

La mitezza di cui parla Bobbio non è dunque neppure il contrario del rigore e della severità nell’applicare le leggi – come tratteggiato invece da Erasmo nel suo “anti-machiavellico” L’educazione del principe cristiano. D’altronde, la concezione procedurale tipica della normatività liberale abbracciata da Bobbio impedirebbe di accogliere una definizione della mitezza come “indulgenza” (EdM p. 38). Paradossalmente, egli deve così sposare una definizione più radicale, che non contraddica il presupposto impolitico di questa virtù.

Ecco perché Bobbio sceglie di partire dalla formula ideata dal filosofo Carlo Mazzantini (1895-1971), secondo il quale la mitezza è il contrario della “prepotenza”, in quanto «unica suprema “potenza” […] che consiste», cita Bobbio, «“nel lasciare essere l’altro quello che è”» (EdM p. 35).

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Polittico dell’Agnello Mistico (o Polittico di Gand), particolare, Jan van Eyck, 1426-1432.

Il contrasto tra “potenza” e “lasciar essere” evoca gli ossimori su cui è architettato il passo delle Beatitudini. Tuttavia, Bobbio non affida le proprie riflessioni sulla mitezza a digressioni teologiche o metafisiche. Preferisce loro una moderna analisi concettuale, in modo da sondare la grammatica linguistica di questa virtù concentrandosi su ciò che essa – a dispetto della propria definizione – anzitutto non è.

Ecco dunque che la mitezza non è indulgenza né mansuetudine, ma nemmeno remissività. Il remissivo lascia essere gli altri ciò che sono «per paura, per rassegnazione» (EdM p. 41). E non è neppure bonarietà. Il bonario è tale per ingenuità; il suo lasciar essere gli altri ciò che sono è dettato dall’incapacità di giudicare la malizia altrui (EdM p. 42). Non è da confondersi poi la mitezza con la tolleranza. L’uomo mite, afferma Bobbio, permette la libera espressione dell’altro a prescindere da un trattamento reciproco. D’altronde, nel suo essere impolitica, la mitezza è una virtù che si esercita al difuori del patto civico (EdM p. 43). Soprattutto, però, la mitezza non è l’umiltà; non la “triste” umiltà condannata da Spinoza, perlomeno. Bobbio replica, anzi, che la mitezza è una forma di «letitia, intesa proprio come un passaggio da una minore a una maggiore perfezione» (EdM p. 42). L’ilarità del mite è dunque resistenza ai mali del proprio mondo a testimonianza d’un mondo migliore che, se non è a venire, è perlomeno possibile.

Eppure, si noterà come l’articolo di Bobbio manchi di citare personaggi esemplari in cui veder incarnata questa definizione. Tuttavia, trovo questa mancanza volontaria. Questo saggio morale, infatti, si pone una sfida filosofica molto precisa: smentire la critica comunitarista che accusa il pensiero liberale di essere una moderna e astratta «etica delle regole», contrapponendole la concreta «etica della virtù» del pensiero antico e delle sue riproposizioni tomistiche (EdM p. 31-33).

È questa la tesi centrale del celebre Dopo la virtù[3] (1981) dello scozzese Alasdair MacIntyre. Si potrebbe dire, infatti, che questo filosofo d’area cattolica dipinga il proceduralismo liberale con la stessa farisaica rigidità dell’ispettore Javert – l’antagonista dei Miserabili di Victor Hugo, il quale lo ritrae nel gran bestiario delle virtù come il «cane figlio di una lupa» di un detto asturiano[4]. Ma davvero il diritto può essere immaginato soltanto come il bastardo addomesticato (e per questo ancor più letale) del prepotente lupus hobbesiano?

Bobbio è convinto di no. Anzi, cita proprio il titolo di un saggio di Gustavo Zagrebelsky, Il diritto mite (1992)[5], per sottintendere la premessa alla propria tesi sull’impoliticità della mitezza (EdM p. 34): anche la normativa giuridica – la legge, la procedura, la forma – in quanto costituzione umana, può preservare alcuni tratti del volto mite dell’agnello. Un volto saldo ma capace di rinunciare alla violenza, che preferisce la persuasione alla coercizione, salvaguardando la spontaneità di coloro che rispondono alla sua giurisdizione, convinto che questo sia lo stile più consono a indicare la possibilità di un mondo migliore.

In conclusione: il diritto nella concezione di Bobbio può avere, anche se in forma non radicale, l’espressione ilare di un agnello liberale, capace di trasformare la propria mitezza (da qualità anti-politica del santo) in virtù ante-politica della concezione legislatrice, facendosi “mistico segno” di una lieta prospettiva non più divina, ma strettamente umana. In altre parole, laica.

Note

[1] V. Hugo, I miserabili, trad. it. di M. Picchi, Einaudi, Torino 2014, vol. I, p. 163.

[2] EdM: N. Bobbio, Elogio della mitezza, in Elogio della mitezza e altri scritti morali, Nuove Edizioni Tascabili, Milano 2006, pp. 29-47.

[3] A. MacIntyre, Dopo la virtù. Saggio di teoria morale, trad. it. di P. Capriolo, Feltrinelli, Milano 1988.

[4] V. Hugo, I miserabili, cit., p. 163.

[5] G. Zagrebelsky, Il diritto mite, Einaudi, Torino 1992.

di Roberto Rossi

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