In Dante io credo

Se l’inferno somiglia a un pozzo, che cosa si attinge al suo fondo?

D

a un cimitero si scende per una scalinata e si raggiunge un luogo inaspettato: gli inferi. Un non luogo che tanti hanno dipinto e immaginato di poter vedere tramite gli occhi di qualcuno. C’è un poeta che tutti conosciamo, Dante Alighieri. Come tutti sappiamo, la sua Commedia inizia con l’Inferno, quello che potremmo definire (opportunisticamente) un pozzo. Ora, quest’opera avrà costellato le ore di chiunque legga questo articolo e abbia fatto un liceo. Io ricordo che il mio prof, il Pontiggia, fece lunghissime e interessanti lezioni sul Dante; tant’è che ne rimasi molto colpito, fortunatamente. Non lo lessi mai del tutto, eppure ho sempre avuto il pallino di riprenderlo e farlo mio, rileggerlo con la maturità di avere quasi trent’anni, ma per le più varie ragioni non mi è mai arrivato il cipiglio di farlo. E poi eccolo qua, l’I Ching, a farmi da pungolo.

L’Inferno ha come inizio della fine le Malebolge, che cominciano nel XVIII Canto e portano verso il IX cerchio, che prelude alla fuoriuscita dallo stesso. Così vengono descritte da Dante a un primo sguardo:

Nel dritto mezzo del campo maligno
vaneggia un pozzo assai largo e profondo,
di cui suo loco dicerò l’ordigno.

Quel cinghio che rimane adunque è tondo
tra ‘l pozzo e ‘l piè de l’altra ripa dura,
e ha distinto in dieci valli il fondo.

Senza stare a parafrasare, questa citazione mi è funzionale a mostrare il quadro tracciato di questa sacca di malvagità (alla lettera “Malabolgia” è un francesismo, in cui “bolgia” significa “borsa”): dieci valli in cui si fanno i più disparati incontri, tra cui Giasone, la meretrice Taide, un Papa (Niccolò III), degli indovini e così via. In questo percorso, si sa, Dante si prepara a prendere coscienza dei propri peccati ed esce dall’Inferno pronto al Purgatorio, quindi a ripulirsi dei peccati.

L’aderenza all’oracolo è chiara: nelle Malebolge, nella pece dove affogano i barattieri, c’è il male, l’acqua imbevibile, la sporcizia e l’incuria (Il fango del pozzo non viene bevuto). Centrale quindi è la risalita, in cui l’acqua si purifica, diventa bevibile, ed è il poeta a renderla tale, tramite il racconto di quel che significa essere in fon do al pozzo. In questo sta anche l’idea di rendere comprensibile e fruibile ciò che si scrive. E Dante lo fa, scrivendo un’opera stratificata, in cui il linguaggio varia, va dal basso all’alto, dallo scurrile al filosofico. È un libro alla portata di chiunque. Lasciate stare il fatto che l’imporsi dei tempi ce lo renda perlopiù arduo alla comprensione immediata, ma guardate alla storia in sé, ai riferimenti popolari, a metafore evidenti per chi lo leggeva ai tempi, come quella della quinta bolgia in cui la paragona all’arsenale veneziano d’inverno. È una poesia cristallina, sublime e capace di parlarci anche oggi. Eppure, di una semplicità invidiabile.

I ladri. Inferno di Dante Canto XXV Bolgia VII. Illustrazione di Jan van der Straet (Giovanni Stradano), 1587

Rimane un dettaglio che forse è poco soppesato da chi legge o studia Dante: protagonista del poema è il poeta stesso. Questo è un aspetto molto significativo: se si prendono le grandi discese agli inferi sono tutte di grandi personaggi, semidèi spesso, che si avventurano lì per i più disparati motivi. La katabasis è un tema che mai era stato trattato con un protagonista vivente: non è cosa da umani andare negli inferi. Ecco, Dante non ci sta: vuole andare lui nell’Inferno, vuole vederlo con i suoi occhi e riportarlo al consorzio dell’umanità nei suoi aspetti più scabrosi.

Questo aspetto sarà forse già stato notato, tanto si è scritto su Dante, però credo che ai fini di comprendere appieno ciò che significa fare il poeta oggi sia fondamentale rifletterci. Infatti, questa è una cesura importante: il poeta è sempre stato una figura terza nei poemi; egli scriveva, non viveva in prima persona gli eventi. Al massimo riportava col suo talento gesta, imprese eroiche, guerre, storie strazianti. Con la Divina Commedia si può dire che lui, il poeta, abbia vissuto in prima persona l’Inferno, che lui abbia parlato con Virgilio, Ulisse, Giasone, Paolo e Francesca. Gli occhi di chi scrive non sono più quelli del cieco Omero, non c’è l’idea di un poeta indovino, vicino agli dèi, che vede e provvede: Dante è un uomo che si fa un giro negli inferi, ne esce fuori per proseguire il tour nel Purgatorio, per poi concluderlo nel Paradiso, sempre accompagnato da VIP dell’oltretomba. A pensarci bene credo che si possa cogliere la genialità e grandezza di questo poema, che fa protagonisti fuggevoli di questo viaggio anche le persone più umili: una poesia universale insomma.

Ciò detto, sopra ho scritto che in Dante è fondamentale la comunicabilità del testo, la sua fruibilità, perché il testo è un dono. A questo proposito, bisogna notare che Il pozzo dell’I Ching non dovete immaginarlo come un secchio che raccoglie l’acqua, ma come delle assi in legno che risalgono continuamente dal fondo del pozzo e portano l’acqua in superficie. È un movimento continuo, un brulicare costante e interminabile che disseta chi vuole attingervi. La metafora è chiara: il poeta va nel fondo dell’umanità, nelle sue parti più tristi e incomunicabili, nelle sue parti più tragiche, nei suoi segreti («la poesia è un segreto», diceva Ungaretti in un’intervista), e da essi trae l’acqua, ossia la poesia. Il processo è continuo, interminabile, fermarlo o pensare che esso possa cessare perché già si sono riempiti i silos è un modo semplicistico di affrontare il brulichio del genio umano: tutti potremmo dire: letti Dante, Eliot, Heaney, Dickinson, Sereni, ma io che scrivo a fare? E tanti lo hanno detto, come se tutto fosse già stato scritto. No.

Sarà pur vero che la grandezza di uno scritto attraversa i tempi perché rimane solido il suo senso, perché ci parla; tuttavia, ciò è ben diverso dal dire che tutto è già stato detto. Sarebbe bene correggersi e dire piuttosto che molte cose sono state dette. Ogni contesto, ogni situazione, se purificata e resa potabile, diventa poesia che può a sua volta stupire, rendere più lieve un mondo costantemente imperversato da spazi conchiusi, confini emotivi, idealizzazioni inutili del passato. Nessun poeta si è mai creduto l’ultimo poeta: si scrive per rimanere e far spuntare nuove possibilità e suggestioni, non per reprimere e cancellare, terminare il senso del poetico.

Utile sottolineare che l’atto compiuto da Dante, di descrivere se stesso come protagonista, non significa che Dante sia il protagonista. Nella poesia lirica c’è una forte confusione tra testo poetico e vita del poeta: si pensa che le due coincidano e credo che questa confusione nasca dalla visione del poeta di fine Ottocento, dalla figura del flâneur che narra il suo incedere nel mondo. Sono fermamente convinto che chi rimane in poesia raramente parli di sé.

I seminatori di discordie. Inferno di Dante Canto XXVIII Bolgia IX

Ovviamente questo pensiero non è sorto dal testo dantesco, dato che noi tutti sappiamo bene che Dante non è mai sceso negli inferi (anche se visti certi movimenti contemporanei non mi stupirei se qualcuno lo pensasse), però da Dante si è imposta la possibilità che anche nella forma poetica più prestigiosa potesse emergere l’Io: un precedente rivoluzionario. Eppure costui non è il vero protagonista: in poesia c’è sempre una trasfigurazione dell’Io, perché il processo di discesa nel fango dell’esistenza è un processo che implica la negazione dell’Io. Rifacendoci all’immagine del pozzo, esso rappresenta bene come «le capitali venivano talora trasferite […] Lo stile architettonico mutò nel corso dei secoli, ma la forma del pozzo è rimasta la stessa […] il pozzo è un’immagine dell’organizzazione sociale dell’umanità nelle sue esigenze vitali più primitive, indipendenti da qualsiasi struttura politica», come dice l’I Ching. La poesia è qualcosa che rimane, una struttura che attraversa imperterrita i secoli e lo fa perché è un elemento primigenio, fondamentale, un elemento vitale. Allo stesso tempo, essa è impersonale, parla a tutti, non si sforma se riletta o riutilizzata proprio perché il poeta non parla mai di sé, delle sue esperienze nude e crude, ma si trasfigura in qualcos’altro. E anche quando parla di sé, come nel caso di Dante, lo fa sciente che la sua voce è trasfigurata da un senso interiore più profondo e intimo, che può davvero parlare a chiunque voglia ascoltare. Tutto questo è necessario poiché chi scrive smette di essere propriamente sé: comincia a esercitarsi in qualcosa di incomprensibile e stupendo che risale in gola e diventa fiumana, diventa l’atto stesso dello scrivere.

Da ultimo un punto. Rimanere nel fondo senza risalire è possibile anche in poesia: succede quando si scrive per non essere compresi. Compito del poeta, bisogna ricordarselo sempre, non è scrivere per scrivere, ma scrivere per essere letto e compreso. Suonerà come banalità, ma non lo è, perché se Dante avesse scritto come Pound a quest’ora sarebbe un autore grande ma di nicchia, letto da pochi, compreso da nessuno: un poeta rimasto nel fondo del pozzo. Il pozzo è perciò un vero simbolo di dannazione e redenzione, così come nella tradizione biblica, dove può essere luogo sponsale di incontri ma anche carcere dell’anima.

di Victor Attilio Campagna