A fondo in un mitema leggendario

O pozzo magico, dimmi: che cos’è il pozzo dei desideri?

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ibliche, celtiche, pagane: vi sono leggende che ruotano attorno a una fantasia fondamentale, ovverosia a ciò che possiamo definire un mitema, uno schema narrativo così profondamente radicato nell’animo umano da possedere un apprezzabile gradiente di universalità mitopoietica e trasversalità culturale[1]. Uno di questi punti di riferimento della logica leggendaria è il pozzo dei desideri.

A causa della sua importanza fondamentale per la vita, l’acqua costituisce un simbolo in se stessa e rappresenta una sostanza vicina al mondo divino, incarnazione del suo potere creativo e trasformativo. Se adeguatamente consacrata a forze benefiche, guarisce corpi e menti ferite. Come disse Laozi, l’apparentemente malleabile acqua può disfare cose credute immutabili, quali le montagne. Essa scorre nel tempo e come il tempo: cambia se stessa mentre cambia ciò che tocca. Spacca la roccia, fertilizza il suolo e mitiga quei dolori che sembravano dover inchiodare la nostra personalità al culto imperituro della loro sterile forma fissa. Le paludi e i fiumi delle terre dei morti, in diverse mitologie, sono l’incarnazione della liminalità. Sono mobili diaframmi tesi tra passato, presente e futuro. Oltre il corso del Lete, c’è la dimenticanza, perché la rinuncia al raziocinio e alla personalità individuale è la purificazione finale che mette il defunto in condizione di scivolare nel sommo mistero come essenza nuda. Il suo legame con la Creazione, il suo intrinseco potere produttivo e distruttivo la rendono porta d’accesso a desideri e conoscenze. L’ambiguità di questa simbologia è ineludibile: l’acqua è il caos, ma è anche il seme dell’ordine, è l’antidoto, ma è anche il veicolo principe di ogni veleno. Per gli antichi Egizi è il potere di Apopi, il nemico di Ra. Egli ne è sopraffatto ogni sera, vi annega e vi si spegne, ma proprio in essa ogni notte si rigenera e sorge di nuovo. Come le ninfe, le ondine e gli altri elementali che ne abitano ogni manifestazione, l’acqua è bella, splendente, vivificante, ma anche capricciosa, dissoluta e crudele. Le divinità minori riverite dai germani vivevano negli acquitrini e negli stagni, alimentando putredine insieme alle più salubri inflorescenze e donando tanta vita quanta ne pretendevano in cambio, mai paghe delle armi dei nemici sconfitti dai loro adoratori che ve le gettavano in offerta alla maniera in cui poi si sarebbero gettate le monete. Il cristianesimo vede nel pesce un simbolo del Cristo e questi si serve dell’acqua per redimere i peccatori nel sacramento del battesimo, ma anche il Leviatano, araldo del lato demonico della Creazione e vassallo dell’Anticristo, è una sorta di pesce mostruoso. Quando l’acqua si fa sangue, il contrasto interno tra la sua capacità di macchiare e di lavare via le macchie, si fa immane. Nella vicenda di Mosè vediamo l’acqua e il sangue schierarsi, mutando anche l’una nell’altro e diventando comunque scudo e rifugio per gli ebrei da una parte, macchina di avvelenamento e distruzione per i loro antagonisti dall’altra.

Il serpente Apopi tenuto a bada dal dio Atum. Illustrazione dal Libro delle Porte sulle pareti della tomba di Ramses I.

L’acqua potabile si contrappone a quella salata del mare, ma è ambigua a sua volta e colma di segretezza, perché viene sempre dal mondo di sotto, dove vivono quegli dèi ctonii le cui figure oscillano sempre tra due estremi: figure gentili di benevoli protettori dei viandanti e degli agricoltori oppure grottesche presenze di demoni e antidei crudeli che amano i deserti più dei coltivi e che sono ostili ai viventi in quanto sovrani di un sottosuolo pieno di mostri, tesori maledetti, magie proibite e anime irredente che trascorrono nel buio un’esistenza larvale, senza alcun essere celestiale a curarsi della loro malasorte. I loro compagni di prigionia là sotto sono piuttosto le schiere degli immortali sconfitti, decaduti dai fasti di un precedente ordine cosmico ormai evolutosi nell’attuale. Così Baal e Azazel trasmigrano da Babilonia a Gerusalemme cambiando forma e scopo, Zeus sigilla i suoi nemici dietro a consimili porte nel Tartaro e la dea che presiede il concepimento, declinata variamente da quel comune nucleo mitico mediorientale che è Ištar-Inanna nelle figure di Persefone-Prosèrpina e della Śakti[2], entra ed esce dal regno dei morti, assumendo e perdendo ciclicamente il contatto con le acque della vita che dalle profondità zampillano e nelle profondità si perdono.

Caronte che attraversa lo Stige, Joachim Patinir, 1520, Museo del Prado

Porfirio dedicò molta attenzione al nostro tema, scrivendo un trattato giuntoci in forma frammentaria che offriva una panoramica etnografica sul tema dello Stige, il fiume-palude dell’Averno che rappresenta l’ordine cosmico, sul quale gli dèi pronunciano giuramenti vincolanti in quanto oggetto della loro stessa venerazione. Il nostro credeva che questo concetto fosse comune a tutti i popoli e portava esempi che si spingevano alla valle dell’Indo. Ma il suo saggio sull’Antro delle Ninfe è ancora più illuminante, poiché coglie appieno la simbologia intrinseca al racconto omerico secondo il quale a Itaca vi sarebbe stata una grotta sacra a queste entità. Si tratta di un luogo che per l’appunto è sotterraneo e che contiene una polla d’acqua dolce, ma che al contempo si trova in riva al mare e che ha due entrate, una riservata ai mortali e l’altra agli dèi. Questa grotta incarna una possibilità di trasformazione dell’uomo che è anzitutto conoscitiva. Non a caso è il primo luogo che un Odisseo, già molto mutato da molte altre acque, deve vedere nel suo avito regno finalmente raggiunto. Simili ninfei erano diffusi in tutta l’ecumene mediterranea. La gente vi portava offerte e chiedeva favori agli dèi, ma ancor più spesso risposte espresse in forme oracolari. Impossibile nascondere la stretta parentela tra questo genere di usanze e i modi in cui quelle vergini delle rocce che con Maryām di Nazareth[3] condividono solo l’iconografia sono tutt’ora pregate dagli anziani sui monti del nostro Paese.

Questa panoramica mitologica ci offre la giusta prospettiva per guardare all’abbondanza di siti archeologici che ruotano attorno a pozzi, polle e ipogei sacri che quasi invariabilmente erano luoghi deputati al sacrificio di qualcosa o qualcuno, alle purificazioni, alla negromanzia e al vaticinio. I pozzi sacri dell’Età del bronzo, come quelli nuragici in Sardegna o come quello di Gârlo in Bulgaria erano dei veri e propri templi ipogei, non diversi nella funzione da complessi sotterranei più vasti quale quello maltese di Ħal-Saflieni o il fogou di Halliggye, in Cornovaglia. Si scava per l’acqua e si scava per mettere i corpi dei morti vicino a quel cuore segreto del mondo da cui la vita è giunta e nel quale deve fare ritorno: le necropoli e le catacombe sono innumerevoli e non occorrono esempi. Il cristianesimo adottò profondamente l’importanza dell’acqua nei propri rituali e luoghi quali il Monastero della Madre di Dio della Fonte, a Istanbul, offrono un bell’esempio di pozzo sacro greco, άγίασμα, convertito in luogo di culto cristiano sin dai tempi di Giustiniano. Analoga è stata probabilmente la vicenda di altre fonti, quali quella di Santa Winfreda, nel Galles, sebbene le notizie antecedenti l’Alto Medioevo siano pressoché nulle. Sovente il carsismo, di per sé portato a porre il potere dell’acqua in evidenza, fomentava lo sviluppo di luoghi di culto sotterranei generandone spontaneamente buona parte della “struttura”. Gli antichi Maya, nella penisola dello Yucatán, utilizzavano i cenote come interfacce con il divino e i loro discendenti continuano a considerare questi ambienti centrali per la preservazione della propria cultura: basti visitare in tal senso la comunità di Suytun. Il centro di Chichén Itzá sorgeva nel mezzo di due grandi cenote a cielo aperto, cui si connetteva tramite lastricati monumentali. I nativi continuarono a recarvisi in pellegrinaggio anche dopo l’abbandono della città, gettandovi come i loro antenati numerose offerte composte da materiali preziosi. Fortunatamente, d’altronde, avevano smesso di gettarvi pure le persone sacrificate al pluvio nume Chaac. A quattro chilometri, inoltre, vi è un sistema di grotte al quale la città fu molto legata sul piano rituale. Lo stesso toponimo evidenzia l’importanza di questi elementi, poiché possiamo tradurlo con l’espressione “bocca (chi) del pozzo (ch’en) dei maghi (itz) dell’acqua ()”.

Il Pozzo di San Patrizio vero e proprio non c’entra niente con i concetti che oggi vi associamo. Secondo la leggenda medievale, mentre era impegnato nella conversione degli irlandesi al cristianesimo, San Patrizio pregò di essere aiutato nello sforzo di vincere i dubbi del proprio popolo e Dio gli indicò una fossa, o una caverna, che chiamò semplicemente “Purgatorio”, dove era possibile per chiunque ottenere visioni della vita dopo la morte. La caverna in questione si trova a Station Island, nel lago Lough Derg, dove un discepolo del patrono d’Irlanda, l’abate San Dabheog, fondò un monastero. L’isola divenne luogo di pellegrinaggio, finché nel 1497 le autorità cattoliche irlandesi[4] non ritennero opportuno mutare il senso di questi pellegrinaggi da una ricerca di visioni mistiche a un più ortodosso cammino di penitenza e preghiera. Da allora questo particolare ambiente è rimasto quasi sempre sigillato.

L’Edda di Snorri Sturluson infine offre la quintessenza dei pozzi dei desideri con quelli di Mímisbrunnr, Urðr e Hvergelmir. Abbiamo sempre un pozzo, una profondità, in cui lasciare qualcosa in quell’atto purissimo del sacrificio che è anche commutazione magica e alchemica di una nostra caratteristica in un’altra, una perdita eterna per un eterno ottenimento che quasi sempre ha natura conoscitiva, foss’anche donando la mera nozione materialmente orientata di beni preziosi nascosti. Il primo era custodito dal gigante onnisciente Mímir, la cui condizione Odino ottenne sacrificando uno dei propri occhi. Il suo pozzo è praticamente l’anti-Lete, a riprova del fatto che ogni funzione rituale dell’acqua configura anzitutto una colossale ambiguità. Il secondo appartiene alla norna che sovrintende il prefissato svolgimento di tutti i destini, mentre l’ultimo è una delle sorgenti che nutrono le radici del frassino cosmico Yggdrasill e i fiumi di Hell, l’ultimo recesso del nonimundio norreno. In quanto pianta, Yggdrasill appare quindi come un vero pozzo al naturale.

Note

[1] Per una definizione migliore rimando alla lettura dei testi di Claude Lévi-Strauss, primo utilizzatore del termine in sede antropologica.

[2] Ambivalente in se stessa, poiché sempre capace di passare dal proprio negativo Durgā -Kālī al proprio positivo rappresentato da devī benigne
come Lakṣmī.

[3] Nella sua città natale, ella è dedicataria anzitutto di un pozzo, sottostante la chiesa di San Gabriele, che ne è lo stemma.

[4] La decisione è stata tradizionalmente attribuita a papa Alessandro VI, ma questo è dovuto alla confusione che gli autori gesuiti dell’Acta Santorum
hanno fatto tra la storia di questo luogo e quella del pozzo di Orvieto.

di Ivan Ferrari