Intervista a Carlo Tosetti

Carlo Tosetti nasce a Milano nel 1969. Ci siamo conosciuti online e abbiamo spesso condiviso le nostre idee in merito alla poesia e alla letteratura. È proprio con lui e col suo Wunderkammer (Pietre vive, 2016) che voglio iniziare un qualcosa di diverso rispetto alle recensioni o alle pubblicazioni di testi esemplificativi con brevi note: una forma di dialoghi poetici, in cui si apre un confronto sulla poesia, sui libri, sulla vita, sull’editoria, sui propri desideri e sulle proprie idee. Ho voluto iniziare con Carlo non solo per l’amicizia che ci lega, ma soprattutto perché il suo libro, davvero bello, è rappresentativo di quello che vuole iniziare questo nuovo format: una Camera di Meraviglie, una Wunderkammer. Perché ogni poetica è una forma di stupefazione per chi legge e ascolta. Alla fine dell’intervista troverete tre testi scelti dall’autore per farvi un’idea fisica della scrittura di Carlo.

Come è nato il tuo libro, Wunderkammer?

Il libro è nato dietro benevole “pressioni” di un caro amico, Marco Bertoli, che mi ha convinto a cercare un editore, dopo più di 10 anni di silenzio. Le poesie, infatti, non sono nate allo scopo di realizzare una raccolta; sono frutto di 2, 3 anni di scrittura che tenevo in un cassetto (alcune erano postate sul mio blog personale). Poi scelte e organizzate in raccolta.

Quindi la tua esigenza di pubblicare è nata da un incontro. Questo aspetto è molto importante e spesso poco citato, cioè che gli incontri sono determinanti nella nascita dei libri…

Sono fondamentali. Infatti, un ruolo fondamentale è stato quello del mio editore (Antonio Lillo), che ha pensato e realizzato la struttura del libro. Una struttura che ha esaltato le caratteristiche della mia poesia. Io avevo proposto una canonica sequenza di poesie.

E così è nata l’idea dei Wunderkammer, ossia i pezzi unici? Il titolo vuole lasciare intendere l’origine di questo tuo libro, ossia di pezzi unici che si sono fatti collezione?

Di fatto, sì. Il titolo da me scelto era mutuato da una poesia della raccolta (Elvira e Tiresia). L’editore, lette le poesie, ha capito che erano adatte a una suddivisione tematica e, dati i temi trattati, ha proposto Wunderkammer, prendendo a prestito anche la classificazione delle camere delle meraviglie.

Una serie di camere molto varie, che vanno a formare un vero e proprio prosimetro, sull’onda di una poesia molto antica, penso alla Vita nova di Dante. Quando si decide di non andare a capo?

Le prose del libro, introduzioni alle sezioni, sono state scritte in tempi differenti (la prima Un collezionista, è uno scritto datato e riadattato, le altre sono nate per il libro). Nel mio caso, decido di non andare a capo solo quando è necessaria una spiegazione, quando devo fornire una chiave per decifrare le poesie.

Ogni stanza, in effetti, ha una chiave introduttiva, ma il mistero rimane comunque. Ungaretti disse con felice intuizione che la poesia è un segreto. Concordi con quest’idea?

Sì, totalmente. Io mi dedico (o cerco di farlo) principalmente alla parola, o meglio al suono della parola. Il significato, spesso, viene criptato o velato dal suono della parola. Mi è capitato di concludere una poesia con un risultato totalmente differente da quanto mi era prefissato, il tutto per ricercare prima di tutto la musica delle parole. Montale disse “Sai, la poesia si fa con le parole”.

È una cosa molto comune. Anche a me capita nello scrivere che inizio con una piccola finalità che poi si perde via e arriva il vero senso della poesia. Appunto, con le parole. È sempre stato così per te?

Sì, per me sì. Dopo Wunderkammer le poesie sono un poco cambiate; ora il verso si allunga, cerco anche di esprimere ciò che voglio dire, ma ancora può capitare che la direzione cambi, anche soltanto leggermente, il tutto per seguire la sonorità del componimento.

E l’immagine? I tuoi testi sono ricchi di immagini, richiami visivi, non solo suoni.

L’immagine è la mia principale fonte di ispirazione. Parto sempre da una immagine, che sia reale o solo pensata. Col tempo, leggendomi, mi sono reso conto che questo embrione iniziale mi permette di sviluppare una immagine precisa, circoscritta, un particolare, un essere minuscolo, un pensiero d’una frazione di secondo, nell’eternità.

Del resto è dimostrato che il pensiero non esiste se non foraggiato dall’immagine. Prima c’è l’immagine, poi viene il pensiero. E forse nella poesia trova piena espressione questa immagine, che alla fine risulta il nucleo di questo segreto.

Il pensiero non esiste senza immagine, ma questo fenomeno meraviglioso si fermerebbe, senza avere i termini (i mezzi) per descriverlo. Questo è il dono più grande per l’essere umano.

Copertina Wunderkammer Tosetti

Concordo appieno; mi viene da chiederti una cosa che c’entra poco. Ti è mai capitato che ti scrivessero per chiederti come hai pubblicato? A me talvolta, e ogni volta sono un po’ in difficoltà quando succede. Aiutami a trovare una risposta per tutti i nostri lettori.

Caro Victor, per questa domanda la mia risposta è molto precisa e forse può sembrare vuota, retorica: lo si deve, appunto, pensare, sognare, ce lo si deve descrivere, allo specchio ci si deve raccontare come andranno le cose, al meglio, naturalmente. Cioè, a monte delle questione squisitamente terrene (ricerca dell’editore, firma di un contratto, etc…) ci deve essere il desiderio di realizzarsi. Poi… ci si informa, si tenta, si sbaglia. Oggi in rete ci sono molte informazioni intorno agli editori, ci si documenta.

Ottima risposta. Realizzarsi, cercarsi. Lacan scrive che di fronte a Dio il vero grande peccato è non aver perseguito il proprio desiderio.

Ovvio. Questo sonno da vegli ha conseguenze catastrofiche sulla vita delle persone, eppure sarebbe così spontaneo, naturale, cercarsi…

Spesso molti hanno pochi mezzi per cercarsi, purtroppo. Ma a cosa stai lavorando ora? Che libro hai in cantiere? Questa è l’ultima domanda.

Entro marzo, aprile, dopo più di tre anni di scrittura, andrà in stampa il mio nuovo libro, un poema. È un libro, credo, inattuale (ma le medesime osservazioni, sono sorte per Wunderkammer, quindi spero sia di buon auspicio) sia nella forma della scrittura, che nelle sonorità e nel tema narrato. Non ho velleità che non mi possa permettere. So che il poema, scritto inoltre con suoni (perdona se ci ritorno) che a molti risultano desueti, morti (e forse lo sono) è un libro che quasi respinge, ma è sgorgato naturalmente, mi è parsa la forma migliore per esprimere ciò che volevo raccontare.

Il titolo è La crepa madre, l’editore sarà ancora Pietre Vive.

Intervista a cura di Victor Attilio Campagna

Pubblichiamo di seguito alcune poesie tratte dalla raccolta.

San Pietroburgo

Lungo la gravida Neva,
ne vedemmo di bolsi
ubriachi e di cani
mulinare inghiottiti,
poi sputati zuppi e guasti
nella pozza del Marchese.
Noi ci si calava tosto
sulla riva, litigandoci
un panciotto od altri effetti,
e noi pure ad affogare
s’andava in bettole
scorgendo mesti accorrere
una vedova babushka.

Nord

Nei microcosmi di pianura,
aduggiati dal Nord,
ramificano i muschi
e si pasce l’onisco;
sono essi piccoli
mondi sormontati
da immani muri
sbiancati vanamente,
madidi e gibbosi,
poiché il sole
lambisce l’oscuro
e percorre altre sue rette.

La Festa dell’Ascensione

Quando s’ingabbiavano
i grilli all’Ascensione,
gioivano i bambini
e frinivano gli insetti
rabbuiati e bellicosi.
Per taluni sedotti
dalla moda dei cinesi,
a porco e stille d’acqua
si allevava un gladiatore;
i più, predestinati a compagnia,
quel dì solo, dei mocciosi,
fatui si spengevano
d’inedia e d’afflizioni.

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