Appunti al Joker

Joker di Todd Phillips (USA 2019)

Bisognerebbe sempre partire da una domanda quando si guarda un film: che cosa fa fare (o che cosa vorrebbe far fare) allo spettatore? Il compito di Joker è di portare lo spettatore a dire: «Madame Bovary c’est moi».

Quelli che seguono sono alcuni appunti al Joker di Todd Phillips[1]. Non mi dilungherò qui sugli aspetti legati al linguaggio tecnico registico (inquadrature, carrellate, rallenty, ecc.) utilizzati da Phillips o sui suoi riferimenti a film precedenti. Questi elementi sono stati già criticati egregiamente su questo sito da Alessandro Lonardo (invito anzi a leggere il suo articolo chi non l’abbia ancora fatto). Questo articolo vuol essere complementare al suo, aggiungere elementi e differenziarsi magari su un punto della sua interpretazione.

Bisognerebbe sempre partire da una domanda quando si guarda un film: che cosa fa fare (o che cosa vorrebbe far fare) allo spettatore? Quello che vuol fare Joker è quello che vogliono far fare agli spettatori tutti i film. Stimolarli a identificarsi col protagonista e, magari, a solidarizzare col personaggio. Insomma il compito di Joker è quello di portare lo spettatore a dire: «Madame Bovary c’est moi». Compito assai arduo dato che si tratta di far parteggiare per un antieroe – anzi per un personaggio cattivo, folle e perdente – persone comuni che difficilmente sarebbero inclini a identificarsi con Arthur Fleck (il Joker prima di diventare il Joker). Fleck non solo si rivela folle e criminale, ma mostra nel film un lato spietatamente triste e compiutamente «fragile».

Il film di Phillips deve pertanto quasi costringere lo spettatore all’identificazione proiettiva con Arthur Fleck e, per farlo, deve portare chi guarda il film a giustificarne la cattiveria e la follia. Deve mostrare che essa non è frutto di mala volontà ma di circostanze sfavorevoli (attenuanti direbbe un giudice) e anche del tutto eccezionali se non incredibili. Circostanze che adesso andremo (attenzione!) ad anticipare.

Arthur Fleck infatti è in primo luogo una vittima. È vittima d’una sindrome che lo porta a ridere incontrollatamente; è depresso; è vittima di bulli di strada che lo picchiano senza motivo; è vittima di un licenziamento più o meno ingiustificato; è vittima dei suoi colleghi di lavoro che si rivelano più sleali di un Morgan con Bugo; è vittima della mala politica (tagli ai servizi psichiatrici e sociali); è tre volte vittima di sua madre che, oltre a mentirgli sulle sue origini (gli ha fatto credere di essere figlio dell’uomo più importante della città), ha abusato di lui e lasciato che si abusasse di lui e inoltre (dato che la malattia mentale è talvolta ereditaria) lo ha predisposto alla fragilità mentale; è, infine, vittima dei media, dato che al suo talk show preferito lo umiliano in diretta nazionale e distruggono il suo sogno più grande (che è diventare un comico).

Non so voi, ma io personalmente sarei già diventato più matto del Joker all’inizio della seconda riga di questo lungo elenco di circostanze sfavorevoli. Che Joker sia il prodotto di una società malata, di un ambiente e di una classe dirigente inadeguata a capire le sofferenze della gente comune, nessuno spettatore può non pensarlo. Quel che si percepisce insomma è proprio lo sforzo fatto dal meccanismo produttivo per far sì che Fleck ci faccia pietà. Questo sforzo di manipolazione dello spettatore viene addirittura enfatizzato dall’interpretazione di Joaquin Phoenix che, con il suo lavoro maniacale sulla risata folle e triste del protagonista e con l’impressionante lavoro sul proprio corpo (alla De Niro), finisce col sottolineare la forzatura che sta alla base di tutto il film.

Sembrerebbe che il film si incarichi di portare avanti un messaggio di stampo più o meno marxista, della serie: gli uomini sono il prodotto della loro società e del loro ambiente e un ambiente malato e corrotto, dove impera l’egoismo, non può che produrre violenza, psicopatici egocentrici e crimine[2]. Sembrerebbe un film che invoca il cambiamento. Sembrerebbe, perché il film di Todd finisce per infilarsi invece sul piano diegetico, cioè della narrazione, in una direzione che è l’esatto contrario di un incitamento alla rivoluzione. Una rivolta di strada, quelle che gli storici definirebbero una jacquerie, non è infatti necessariamente rivolta contro il Capitalismo o il Liberalismo.

Mettere in campo, come fa il film, l’idea che il soggetto sia un prodotto del suo ambiente è insomma condizione necessaria ma non sufficiente per fare sì che un film possa essere veramente critico verso lo status quo. C’è, paradossalmente, più anticapitalismo in un film come Una poltrona per due di John Landis. Non tanto perché (anche qui) si mette in scena che l’idea che l’etica dipenda dalle condizioni ambientali; ma perché in Una poltrona per due si mostra come le condizioni della sconfitta dei capitalisti (almeno di quei due capitalisti) vadano ricondotte a elementi interni alla loro stessa natura. Vi è insomma nel film di Landis un tono tragicomico (e la tragedia qui travolge i due vecchi squali della finanza, vittime della loro stessa avidità e disonestà) che manca totalmente in Joker.

Insomma con Joker siamo ben lontani da una vera e propria critica al Liberalismo e siamo di fronte piuttosto a fantasie di rivalsa, alla messa in scena isterica di sfoghi che sono distruttivi solo sul piano immaginario. Al massimo possiamo trovarvi un parallelismo (piuttosto timido invero) tra la figura del Joker e i leader del populismo (quello trumpiano ma non solo). Come a dire: se il Capitalismo funziona male lo si capisce nel momento in cui pagliacci cattivi esercitano un fascino politicamente perverso sulla gente[3]. Pretendere questo da un film holliwoodiano è già molto e non si può chiedere di più. Del resto un cinecomic non è né deve essere un libello politico, ma rimane comunque un’interessante occasione per osservare manifestazioni di sintomi culturali o di mutazioni sul piano dell’immaginario collettivo. Bisogna riconoscere che finora nessun cinecomic ha provato a uscire dalla cornice del messaggio commercialmente rassicurante quanto il Joker di Phillips, ma bisogna anche ammettere che quest’ultimo è rimasto comunque incastrato nel frame.

L’Oscar a Parasite, un film curiosamente simile a Joker, ci dice che qualcosa sta cambiando, ma non si può ancora pretendere da ciò che produce Hollywood quel senso profondo di tragedia, quella consapevolezza drammatica che sta nel cuore stesso delle teorie che son state, con alterne fortune, realisticamente anticapitaliste: l’idea tragica che la fine di ogni cosa si trova nel nucleo essenziale della sua natura, nel suo intimo principio. Che la nemesi sia dentro il sistema è un pensiero che difficilmente può venire da una cultura per cui il nemico è necessariamente sempre fuori. A meno che il nemico non sia un criminale naturalmente. In questo caso interviene la predestinazione divina e il cattivo è già stato condannato a essere perdente dal principio da Dio.

Allora se guardiamo al finale del film di Todd Phillips ci accorgiamo che se c’è un finale tragico (o predestinazione) è solo per il Joker, colui che dovrebbe rappresentare la sovversione del sistema; è lui a produrre la sua nemesi, nel momento in cui dà il via a una serie di eventi che porteranno un rivoltoso a uccidere (all’uscita di un cinema in cui si proietta Il segno di Zorro) il padre e la madre di Bruce Wayne, creando così quel trauma psicologico che spingerà Wayne ad animare il costume di Batman.

Il film di Todd Phillips, fino al finale, è rimasto fortemente ancorato a The Killing Joke, capolavoro a fumetti di Alan Moore che definì per primo il passato di Fleck/Joker come comico mancato. Phillips riesce persino nell’intento di ibridare la storia del Joker con quella di Taxi Driver, come giustamente notato da Alessandro Lonardo. Nel fumetti originali, tuttavia, a differenza che nel film di Phillips, è Batman a creare la propria nemesi, ovvero il Joker, facendo precipitare Fleck in una vasca d’acido che gli deformerà per sempre il volto in un ghigno terrificante e rendendolo, così, del tutto folle. Questo fa sì che nei fumetti sia Batman il personaggio tragico; qui è il bene che amplifica (o crea) il male, peggiorando le cose nel tentativo di fare del bene. Batman è sempre e comunque un vigilante, un individuo che si assume, anche magari per vendetta personale, l’onere di farsi giustizia da sé. È questo che lo rende un personaggio interessante, tormentato persino.

Nel film di Phillips invece la tragedia è ribaltata e passa sulle spalle di Joker. Ciò rende forse il Joker un personaggio un po’ più affascinante, ma ne consegna il destino a un canone più tradizionale e rassicurante, nel quale il Male è il Male e il Bene il Bene e dove, anzi, il Bene emerge come anticorpo del Male. Niente di più utile e tranquillizzante per mandare avanti un mondo in cui si pensa a fare business.

Note

[1] Intendo qui la parola «appunto» nello stesso senso nel quale in italiano si usa l’espressione «fare un appunto a qualcosa e a qualcuno». Insomma appunti come note critiche. Siccome è a mio avviso probabile che il Joker di Phillips si porti a casa almeno un paio di Oscar, mi sembra necessario che le note critiche vengano fatte prima che gli elogi (a mio avviso piuttosto meritati specie quelli legati alla non sorprendente interpretazione del bravo Phoenix) sommergano invece punti deboli del film.

[2] A onor del vero l’idea che ci sia un rapporto stretto tra morale dell’individuo e morale sociale è ben più antica di Marx (è una delle idee alla base della Repubblica di Platone).

[3] Da It in poi, specialmente con la recente serie American Horror Story, i pagliacci inquietanti al cinema sono diventati espressione delle paure, anche politiche, che attraversano in profondità la società statunitense.

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