Raccolti su due metri quadri di pelle

Il Buono e il Brutto d’un film contro il Cattivo abuso di potere

 



«Una crudeltà consacrata dall’uso nella maggior parte delle nazioni è la tortura del reo […] per costringerlo a confessare un delitto […]».
Cesare Beccaria

«Mi pare impossibile che l’usanza di tormentare privatamente nel carcere per avere la verità possa reggere per lungo tempo ancora».
Pietro Verri

«Il più profondo è la pelle».
Paul Valéry

Son passati nove anni da quando lo Stato ha preso in custodia il geometra Stefano Cucchi e, il 22 ottobre del 2009, l’ha restituito morto alla famiglia.

Nove anni in cui i cittadini italiani hanno assistito prima alla assoluzione dei medici e degli agenti accusati di negligenza per la morte di Stefano e poi a l’avvio di un nuovo processo.

Nove anni di ferma ricerca di chiarezza da parte della famiglia Cucchi; nove anni in cui la verità ha provato a farsi breccia e a procedere oltre la «colonna infame» alla quale, anche grazie alle dichiarazioni di certi politici, s’è tentato d’incatenare la storia di Cucchi o la sua famiglia, talvolta persino descritta alla stregua di pericolosi eversori1. Un’infame colonna d’accuse verso Stefano Cucchi («se l’è cercata»2) e di minimizzazioni dell’accaduto che da nove anni pare serva a ovattare le voci di sospetto levate da coloro a cui quella morte è parsa, fin da subito, non accidentale3.

Nove anni per far emergere elementi a conferma dell’eventualità di percosse che sarebbero avvenute durante il fermo di Cucchi. Nove anni per capire che tali percosse sarebbero state omertosamente taciute dai Carabinieri anche per volontà di vertici dell’Arma4.

Fotogramma del film Sulla mia pelle. Regia di Alessio Cremonini, 2018.

Fotogramma del film Sulla mia pelle. Regia di Alessio Cremonini, 2018.

Il processo è ancora in corso ma, se le accuse fossero confermate, di nuovo, dopo i casi della Diaz e di Bolzaneto, gli italiani si troverebbero a fare i conti con l’ennesimo episodio di tortura (reato parzialmente ratificato dall’Italia) da parte di Forze dell’Ordine nei confronti di cittadini che, innocenti o meno, dovrebbero essere da queste custoditi, non maltrattati o picchiati a morte.

È chiaro che per tradurre un caso giudiziario così controverso (oltretutto ancora aperto) in immagini filmiche serviva molto coraggio e, anche, una certa dose d’incoscienza. Pertanto stupisce che il regista Alessio Cremonini si sia a sua volta meravigliato quando s’è reso conto che in nove anni nessuno aveva voluto narrare di Cucchi, prima che egli stesso, con Sulla mia pelle, si risolvesse a farlo.

Sulla mia pelle non è un bel film. Non è un bel film proprio nella misura in cui è, per fortuna, qualcosa di più che un bel film: è un buon film. Non è bello perché è un film privo di fronzoli, girato con schietta semplicità e fotografato con fredda cupezza. È un buon film invece per la disciplinata sincerità con cui è delineato il caso Cucchi. Una sincerità che fin da subito chiarisce la volontà di non santificare la figura di Cucchi, di non nasconderci, in modo spietatamente onesto, la sua condotta di reo. Vi è onestà persino nel negare allo spettatore la visione delle percosse (ancora non provate processualmente). Vediamo solo Cucchi entrare in una stanza con tre Carabinieri e lo vediamo ammaccato e claudicante poi; come a dire che l’essenziale non è ciò che hanno fatto i Carabinieri, ma quel che è accaduto dopo.

Implacabilmente sincero, vero fino all’osso, anche Alessandro Borghi che coglie anche lui l’essenziale della «settimana di passione» di Stefano Cucchi e, con un lavoro encomiabile sul proprio corpo, lo traduce in un intenso e magistrale assolo interpretativo.

Fotogramma del film Sulla mia pelle. Regia di Alessio Cremonini, 2018.

Fotogramma del film Sulla mia pelle. Regia di Alessio Cremonini, 2018.

Assolo non casuale. La storia di Stefano in Sulla mia pelle è infatti quella di un giovane che scivola progressivamente nell’inferno d’una solitaria agonia. Man mano che dietro lui si serrano le sbarre del carcere, anche Stefano si chiude a riccio. Rifiuta di denunciare ufficialmente le percosse per paura di ritorsioni e per ostinato orgoglio. È ostile nei confronti di coloro che potrebbero aiutarlo e che vede solo come burocrati interessati a sgravarsi d’ogni responsabilità. Stefano è solo. Una solitudine rimarcata dai suoi dialoghi con gli altri detenuti che, in certi passaggi, appaiono come compagni immaginari piuttosto che reali. È come se, nello scivolare nella solitudine, Stefano chiamasse a raccolta i fantasmi interiori. Più la sofferenza di Stefano si fa intensa, più il suo calvario si acuisce, più lo vediamo essere sincero e aprirsi solo con personaggi invisibili al di là della parete.

Questa solitudine è la forza ma anche il limite del film. È una forza perché facilita l’identificazione proiettiva dello spettatore. Tutti siamo soli con Stefano e patiamo con lui. Ciò che è accaduto sulla pelle di Stefano accade ora Sulla mia pelle di spettatore.

La visione di Stefano dolorante spinge così a una raccolta non tanto morale quanto cameratesca. Per paradosso, più esperiamo col film la solitudine di Stefano, più sentiamo la necessità di raccoglierci assieme ad altri e siamo chiamati a raccolta (esagramma 45) su quei due metri quadri di pelle sofferente. Si può dire, per assurdo, che un film che mostra la solitudine, distribuito oltretutto digitalmente su Netflix cioè commercializzato per una visione più individuale che collettiva (e boicottato perciò dalle sale cinema) ha spinto, al contrario, molti giovani a raccogliersi dal vivo, a organizzare proiezioni collettive del film e a raccogliersi vicino ai due metri quadri di pelle degli altri. Sulla mia pelle è un film che, attorno al corpo d’un uomo, chiama alla raccolta, perché Sulla mia pelle è un film che visto soli fa più paura.

Il piano personale del film ha però anche un limite. Talvolta appare come una fuga dal piano politico. Oggi il personale è politico si dirà. Vero. Com’è vero che non aveva senso filmare il caso Cucchi come Sacco e Vanzetti o Nel nome del Padre. Tuttavia, se è giusto che lo sguardo di Cremonini ci metta nei panni di Stefano è altrettanto vero che questo sguardo nel film non ricorda, viceversa, che il politico è personale e ci riguarda.

Qual è il fatto politico del caso Cucchi? Che la società non ha alzato lo sguardo sui lividi di Stefano. Alla sua famiglia è stato impedito e nessun altro ha voluto vedere o sapere di più su quelle ecchimosi. Questo sguardo assente il film lo racconta verbalmente ma non ce lo mostra. In particolare nella scena dell’udienza dove s’alternano campi lunghi della giudice che ascolta a primi piani o piani medi di Stefano. In questo modo è lo Stato che appare tenuto distante da Stefano, quando è lui che è viene tenuto a distanza dallo Stato e, poiché lo Stato siamo anche noi, con i due magistrati lo sguardo su Stefano e su quei due metri quadri di pelle segnata non l’abbiamo raccolto nemmeno noi. Non basta, forse, raccogliersi moralmente nel finale con la famiglia attorno al corpo di Stefano per guardarlo.

di Amedeo Liberti

1 Nel 2016 l’attuale Ministro degli Interni Matteo Salvini dichiarava: “Ilaria Cucchi? Capisco il dolore di una sorella che ha perso il fratello, ma mi fa schifo. E’ un post che mi fa schifo. Mi ricorda tanto il documento contro il commissario Calabresi” Cfr.: http://www.adnkronos.com/fatti/politica/2016/01/05/caso-cucchi-salvini-sorella-dovrebbe-vergognare-schifo_42NCMWy8nekzTbc1VZ1DTK.html

2 Sono parole contenute in una lettera inviata alla famiglia Cucchi in cui, tra l’altro, si afferma che è la famiglia che dovrebbe scusarsi per aver avuto un figlio spacciatore come Stefano Cucchi. https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/10/20/stefano-cucchi-ilaria-denuncia-insulti-minacce-e-auguri-di-morte-da-profili-di-simpatizzanti-della-lega/4707913/

3 Strenuo difensore dell’innocenza degli agenti è stato l’On. Giovanardi che ha sostenuto che Cucchi sarebbe morto perché, a causa del consumo di droga e della denutrizione, il suo stato fisico era già compromesso. Le vaste ecchimosi rinvenute sul corpo e sul volto di Cucchi sarebbero invece dovute alla malnutrizione. Cfr.: https://www.ilfoglio.it/articoli/2014/11/12/news/laltro-cucchi-78341/

4 http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Caso-Cucchi-pm-vicenda-piena-di-falsi-inquinamento-prove-Atto-modificato-per-ordine-alto-06ad0e82-21bf-4fa1-82ce-1194a677e47e.html