Liberazione, logica di un processo storico

Gramsci: fra carcere e liberazione

Allora finalmente la società potrà scrivere sulle sue
bandiere: «Ognuno secondo le sue capacità, a ognuno
secondo i suoi bisogni».
(K. Marx, Critica al programma di Gotha)

Quando ho preso carta e penna, anzi monitor e tastiera, per scrivere questo articolo ho provato un senso di smarrimento. Come affrontare un tema così vasto, che tanto spazio e tanta importanza ha avuto nelle riflessioni filosofiche, come quello di “libertà”? Bisognerà che restringa il campo, mi sono detto. Sì, ma come fare? Bisognerà che innanzitutto scelga un autore. Certo, ma quale? E poi, davvero si può spiegare un pensatore senza citarne i riferimenti? E i riferimenti dei riferimenti? E i riferimenti dei riferimenti dei riferimenti? E così via, a piacimento…?

Il problema è insolubile. Per questo, molto semplicemente, inizierò ex abrupto, tratteggiando le riflessioni di un autore che come pochi altri ha saputo porsi al crocevia di filosofia e politica.

Il concetto di libertà, secondo Gramsci, deve cedere il passo al concetto di liberazione. I due termini – libertà e liberazione – a un primo sguardo sembrano equivalenti. Soffermandoci più da presso però si nota una differenza.

La libertà è un concetto statico: si è o non si è liberi. La liberazione invece introduce già una certa qual irrequietezza, un certo dinamismo, un accenno di processualità. Gramsci, da allievo di Hegel e soprattutto di Marx, è per l’appunto un pensatore dell’irrequietezza, del dinamismo e della processualità. In una parola: è un pensatore della dialettica.

Murale realizzato da SOLO, sulla facciata di ingresso della scuola media Antonio Gramsci a Roma

Murale realizzato da SOLO sulla facciata di ingresso della scuola media Antonio Gramsci a Roma

La storia è per Gramsci movimento. Movimento che affonda le proprie radici nelle contraddizioni. Senza contraddizioni – o meglio: senza contraddizioni “complementari” – la realtà sarebbe stasi, morte, uno stagno putrido. Nella fattispecie, per quello che è il tema che a noi qui interessa, la contraddizione centrale che Gramsci fa emergere nei Quaderni del carcere è tra i bisogni soggettivi della collettività e le condizioni oggettive in cui i vari individui si trovano ad agire. A un lettore attento non sarà sfuggito che questa contraddizione ne cela un’altra: quella tra singolo e gruppo, tra individuo e collettività. Lasciamola per il momento tra parentesi.

Come risolvere la contrapposizione bisogni-contesto, dove trovare l’Aufhebung, la coincidentia oppositorum? La risposta di Gramsci è abbastanza inaspettata. Nella disciplina, ci dice il nostro. Questo concetto è tematizzato in particolar modo nel §48 del Quaderno 14, intitolato significativamente Passato e presente. Centralismo organico e centralismo democratico. Disciplina.

Come deve essere intesa la disciplina, se si intende con questa parola un rapporto continuato e permanente tra governanti e governati che realizza una volontà collettiva? Non certo come passivo e supino accoglimento di ordini […] ma come una consapevole e lucida assimilazione della direttiva da realizzare […] La disciplina pertanto non annulla la personalità in senso organico, ma solo limita l’arbitrio e l’impulsività irresponsabile[1].

Potremmo dunque dire “autodisciplina”, evidenziando come l’accento, nella definizione di Gramsci, venga posto sul ruolo di mediazione rappresentato dalla riflessione critica dell’agente. Ma non basta. Qui infatti non viene solo tracciata una definizione molto particolare di “disciplina”, ma emerge l’attenzione che Gramsci riserva all’elemento materiale dell’analisi. La sua disamina non viene condotta sul piano astratto della disciplina come “forma dell’agire”, ma viene calata nel concreto, cercando di delucidare il rapporto che sussiste tra la disciplina e il contesto in cui l’individuo (e la massa) si trova a operare. Poche righe sotto infatti egli argomenta:

La questione della “personalità e libertà” si pone non per il fatto della disciplina, ma per l’“origine del potere che ordina la disciplina”. Se questa origine è “democratica”, se cioè l’autorità è una funzione tecnica specializzata e non un “arbitrio” o una imposizione estrinseca ed esteriore, la disciplina è un elemento necessario di ordine democratico, di libertà[2].

La coppia disciplina-libertà (e personalità) viene presentata in una relazione dialettica tale che, quando i meccanismi organizzativi sono all’insegna della democrazia, l’una è condizione di possibilità dell’altra. Senza libertà infatti non può esserci «consapevole e lucida assimilazione», non può esserci autonomia e dunque, per tornare a noi, (auto)disciplina. Proprio questa dialettica dicevamo non annichilisce la personalità individuale, che viceversa trova favorevole terreno di coltura per una propria emancipazione. La dimensione eticopolitica propria di una riflessione sulla libertà riceve così una torsione. La disciplina, come spontanea adesione a un certo programma, a una certa linea di azione, eccetera, si traduce nel forgiare un «nuovo tipo umano» consapevole del suo essere un individuo sussunto nella collettività.

Il rapporto dialettico individuo-collettività si esplica qui nel suo lato pratico e concreto e trova una sua possibile soluzione. Da una parte infatti si ha la dignità intrinseca dell’uomo in quanto soggetto, dall’altro il contesto in cui necessariamente si trova ad agire e i vincoli (anche etici) che esso impone. La costruzione dell’autodisciplina è quindi la costruzione della consapevolezza dei vincoli sociali cui si accompagna ed è resa possibile dalla dignità del soggetto che si fa cosciente di ciò. Gramsci non era nuovo a una riflessione su questi temi. Già quindici anni prima circa, in un articolo intitolato Il nostro Marx, aveva avuto modo di scrivere:

L’uomo conosce se stesso, sa quanto può valere la sua individuale volontà, e come essa possa essere resa potente in quanto, ubbidendo, disciplinandosi alla necessità, finisce col dominare la necessità stessa, identificandola col proprio fine. Chi conosce se stesso? Non l’uomo in genere, ma quello che subisce il giogo della necessità. La ricerca della sostanza storica, il fissarla nel sistema e nei rapporti di produzione e di scambio[3].

Non può che venire in mente il rapporto tra la comprensione del mondo e la sua modifica e la centralità delle undici tesi su Feuerbach di Marx, che non a caso Gramsci tradusse durante gli anni di carcere, per il pensiero del fondatore del PCd’I. Novant’anni prima scriveva infatti Marx:

La questione se al pensiero umano spetti una verità oggettiva, non è questione teoretica bensì una questione pratica. Nella prassi l’uomo deve provare la verità, cioè la realtà e il potere, il carattere immanente del suo pensiero[4].

Il punto focale risiede dunque in due coppie di nozioni: verità-pensiero e prassi-potere, coppie che però indicano una sola inscindibile unità. La questione della verità è infatti un problema essenzialmente pratico, che trova le sue condizioni di possibilità nell’auto-organizzazione degli
individui fino a formare una collettività organica, un «organismo sociale vivo». Quando la società sarà in grado di fare questo, in modo coerente, il “regno della necessità” lascerà posto al “regno della libertà” – o, meglio, al “regno della liberazione”.

Note

[1] A. Gramsci, Quaderni del carcere, a cura di V. Gerratana, Einaudi, Torino 2014, Q 14, §48, p. 1706.

[2] Ivi, pp. 1706-1707.

[3] A. Gramsci, Il nostro Marx, pubblicato il 18 maggio 1918 su Il Grido del Popolo, in Id., Scritti (1910-1926), a cura di L. Rapone, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 2015, pp. 5-6.

[4] F. Engels, Ludwig Feuerbach e il punto di approdo della filosofia classica tedesca, tr. it. di M. Rossi, Editori Riuniti, Roma 1985, pp. 82-83.

di Simone Coletto

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