La ferita d’amore di Blensinbil

Amore e diritto vendicatorio nel Tristano e Isotta

di Ignasi Terradas Saborit e Riccardo Mazzola[1]

Non sento nessun dolore nelle mie membra, ma c’è un fuoco che mi brucia e non so da dove viene[2].

La prima parte della Tristrams saga ok Ísöndar (Saga di Tristano e Isotta) racconta una ferita d’amore: Blensinbil, futura madre di Tristano e sorella di Re Marco, assiste alle gesta di Kanelangre in occasione di un torneo, e rimane «accesa da molti pensieri, tormenti, grandi inquietudini». Ma cos’è, esattamente, una “ferita d’amore”?

Questo brevissimo articolo propone al lettore una “sfida” epistemologica: impiegare il linguaggio del diritto per interpretare un ambito della vita sociale non (necessariamente) giuridico[3]. Tale ambito è l’esperienza dell’innamoramento. Il linguaggio a cui ci riferiamo è quello della giustizia vendicatoria. L’espressione “giustizia vendicatoria” designa un sistema giuridico difficilmente riconducibile (se non a costo di forzature) all’area del diritto civile o a quella del diritto penale, e tipicamente radicato nel contesto di società “arcaiche”[4]. Fulcro del sistema è il riconoscimento di un atto come “offesa” e la conseguente previsione di un obbligo, ineludibile, di ripararla. La riparazione dell’offesa è anzitutto una composizione, morale e simbolica, eventualmente accompagnata da una dazione materiale, e soltanto in via residuale vendetta cruenta (autorizzata). Scopo preciso e fondamentale dell’ordinamento vendicatorio è conseguire giustizia: ripristinare l’equilibrio violato dall’offesa e riconciliare le parti in causa. Il linguaggio del diritto vendicatorio penetra molteplici idee e pratiche della vita sociale, e possiede un repertorio di nozioni pertinenti a diverse esperienze umane – tra cui, appunto, quella dell’amore – che implicano promesse, responsabilità, obblighi e risarcimenti. Si può addirittura sostenere che i concetti e la logica vendicatoria servissero per interpretare e dare un senso a questo tipo di relazioni.

L'embarquement de Tristan et Iseut. Miniatura su pergamena (1480) di Évrard d'Espinques

L’embarquement de Tristan et Iseut. Miniatura su pergamena di Évrard d’Espinques, 1480

Il modo in cui Blensinbil presenta i suoi sentimenti a Kanelangre dimostra la sua maggiore dimestichezza con il diritto, piuttosto che la sua familiarità con la psicologia dell’amore. È infatti attraverso il linguaggio del diritto – un linguaggio e una logica assai semplici per lei – che Blensinbil interpreta il proprio innamoramento. Attraverso il riferimento alla logica del diritto vendicatorio, la donna tenta innanzitutto di collegare la sua sofferenza a una colpa: «Non riusciva a riconoscere, capire o ricordare che cosa avesse potuto fare contro Dio o contro gli uomini per subire questo destino sciagurato». Poi indovina la causa del suo male. Queste le prime parole di Blensinbil a Kanelangre: «Buon gentiluomo, che Dio vi benedica e vi doni onore, se volete guarirmi dal male che voi m’avete inflitto». Il tono è amichevole, ma segue un’accusa: «Credo veramente che voi siate l’unico uomo, tra tutti quelli che mi circondano, consapevole del male che m’ha fatto». E ancora: «Mi sento triste, e adirata». Blensinbil sta segnalando le conseguenze di un’offesa, come farebbe l’attore di un procedimento vendicatorio: «In nessun modo discolperò l’aggressione che avete commesso contro di me, senza sapere prima come fareste per ripararla». Siamo di fronte a un’interpretazione vendicatoria della ferita d’amore. O, meglio: in parallelo all’innamoramento di Blensinbil, ha luogo un’azione vendicatoria. La “ferita” appare infatti, nei discorsi della fanciulla, come offesa vendicatoria convenzionale, che crea un obbligo di componere. Ma perché Blensinbil sceglie proprio il linguaggio del diritto vendicatorio per aprirsi al dialogo con Kanelangre?

Nell’avanzare la sua azione vendicatoria, Blensinbil produce un effetto ulteriore: l’esibizione della ferita d’amore trasmette empaticamente a Kanelangre l’offesa e la sofferenza che ne è conseguita. L’uomo si sente inizialmente innocente e non comprende quale sia l’offesa lamentata da Blensinbil: «Quanto più rifletteva meno capiva quello che lei gli aveva detto. Durante tutto il giorno fu assorto in profonde riflessioni. E anche di notte, continuava a esaminare la questione, e perdeva il sonno e il riposo». Poi però, gradualmente, arriva a condividere il sentimento di offesa della donna. Si ha, dunque, una riconciliazione “morale” (e non una composizione materiale) tra le due parti, attraverso la condivisione della sofferenza per l’offesa che ha azionato il meccanismo vendicatorio. Tale sofferenza è, in altre parole, trasposta da un piano puramente soggettivo a un piano inter-soggettivo. La riconciliazione è, si ricordi, fine ultimo del diritto vendicatorio, che sana lo squilibrio iniziale causato dall’offesa. Il quesito iniziale resta tuttavia insoluto: perché servirsi del linguaggio vendicatorio, e non dichiarare semplicemente il proprio amore a Kanelangre?

Morte di Tristano e Isotta. Olio su tela di Rogelio de Egusquiza, 1910.

Morte di Tristano e Isotta. Olio su tela di Rogelio de Egusquiza, 1910.

«Conviene che sia lui e non io quello che sollecita, io non posso agire da sollecitante. Se fossi io, coprirei di vergogna e di disonore me e tutta la mia famiglia […] Per di più, si potrebbe pensare che io sono avvezza alle vicende d’amore, e lui mi potrebbe rifiutare subitamente, di un modo affatto disonorevole per me». Blensinbil, in quanto donna, non può, secondo la cultura del tempo, prendere l’iniziativa attraverso una dichiarazione d’amore. Se lo facesse, se riconoscesse il suo innamoramento senza altra “colpa” se non la sua, tale iniziativa costituirebbe un’umiliazione, un affronto, senza possibilità di difesa. Così, invece di rivelare apertamente il proprio amore, la donna segue l’iter della giustizia vendicatoria, presentando a Kanelangre la sua ferita d’amore, che le permette d’ottenere il diritto di esigere una riparazione. In questo caso, l’iniziativa di Blensinbil non è più disonorevole, ma è anzi necessaria. Kanelangre, consapevole di questo problema, non cercherà mai di costringere Blensinbil a una dichiarazione. Anche quando l’amore tra i due sarà conosciuto dal Re e dalla Corte, resterà tra loro implicito: «Lei gli vuole molto bene e lui l’ama con una perfetta costanza, ma nessuno di essi conosce i sentimenti dell’altro». La dichiarazione e il riconoscimento dell’amore sono infatti già avvenuti per mezzo della formula vendicatoria, che protegge l’onore di Blensinbil. Non è stata necessaria una dichiarazione reciproca d’amore, bensì una dichiarazione vendicatoria d’offesa e una richiesta di riparazione, assieme a una riconciliazione che si rivela presto come atteggiamento amoroso, anzi come un «fervido amore». Il segreto di Blensinbil e Kanelangre non è infatti, semplicemente, l’amore, ma l’abilità nel riconoscerlo senza inficiare l’onore.

Note

[1] L’articolo rielabora l’intervento La ferita d’amore di Blensinbil. Perché nel medioevo si poteva capire l’amore con il linguaggio del diritto di Ignasi Terradas Saborit (Università degli Studi di Milano, 3 giugno 2015).

[2] Tutte le citazioni dalla Saga sono tratte da D. Lacroix, Tristan et Iseut. Les poèmes français. La saga norroise, Librairie Générale Française, Paris 1989.

[3] Questa tendenza è stata rilevata, nell’epica medievale, dal giurista italiano Nino Tamassia (1860-1931).

[4] Cfr. in generale I. Terradas Saborit, Justicia vindicatoria, CSIC, Madrid 2008.

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