Fervore nero

nero

Il sogno del freedom rider Martin Luther King

È la primavera del 1943 quando il quattordicenne Michael, che amici e parenti chiamavano Mike, prende un autobus a Dublin, Georgia, per tornare a casa sua, ad Atlanta, insieme a un suo professore. Mike è un ragazzino brillante e non si limita a prendere ottimi voti a scuola: l’anno prima, benché giovanissimo, è diventato vicedirettore dell’Atlanta Journal. Quel giorno ha appena vinto una disputa oratoria e non vede l’ora di tornare a casa per raccontarlo ai suoi genitori. Lungo il percorso, a 141 kilometri dalla meta, un gruppo di persone sale sull’autobus e il conducente si volta verso Mike e il suo insegnante, ordinandogli di alzarsi per far sedere i nuovi arrivati, perché costoro sono bianchi, mentre lui viene definito un “negro figlio di puttana”. Mike non scorderà mai quel viaggio, nemmeno quando tutto il mondo ormai lo avrà conosciuto con quel nuovo nome che suo padre, nel 1934, aveva affibbiato sia lui che a se stesso per onorare il fondatore del protestantesimo: Martin Luther King Jr.

Dopo una laurea a pieni voti in teologia, una borsa di studio lo aiuta a svolgere un dottorato in filosofia presso l’Università di Boston, dove conobbe la moglie Coretta Scott. Nel 1954, un anno prima di ultimare gli studi, il venticinquenne King divenne il pastore di una chiesa a Montgomery, in Alabama, nonché vicepresidente del Consiglio dell’Alabama per i rapporti umani. In un Sud flagellato da un odio razziale che in quegli anni cresceva insieme alla paura che molti bianchi nutrivano verso la possibilità sempre più plausibile di un cambiamento, King entrò a fare parte della National Association for the Advancement of Colored People, l’associazione per i diritti civili degli afroamericani nata a Baltimora sull’onda delle rivolte di Springfield del 1908 e promotrice di fondamentali campagne anti-linciaggio che cambiarono radicalmente la visione che di queste pratiche aveva l’opinione pubblica americana. Nella stessa associazione la segretaria della sezione locale era Rosa Parks che, il primo dicembre del 1955, decise di non cedere il posto sull’autobus all’ennesimo passeggero bianco che lo reclamava. Incarcerata per “condotta impropria”, fu liberata dall’avvocato antirazzista Clifford Durr che ne pagò la cauzione. La comunità afroamericana di Montgomery avviò allora un boicottaggio sistematico degli autobus, affinché la precedenza dei posti sui mezzi tributata ai bianchi venisse abolita, insieme all’esistenza di posti riservati esclusivamente a loro. King organizzò la protesta insieme all’amico Ralph Abernathy e al presidente dell’associazione, Edgar D. Nixon, cercando soprattutto di coinvolgere vari proprietari di auto affinché dessero dei passaggi agli aderenti. Lui stesso si preoccupava di elargirne e, mentre trasportava alcune persone, col pretesto di un ipotetico eccesso di velocità, fu intercettato da una volante, arrestato e incarcerato. Il Ku Klux Klan imperversava in città, aggredendo gli afroamericani e danneggiando le loro proprietà per farli desistere. La sera del 30 gennaio, danneggiarono anche la casa di King con un ordigno esplosivo, ma lui rispose a questa estrema intimidazione con un discorso mirato a placare gli animi dei suoi seguaci, convincendoli a non reagire sullo stesso piano. La giuria di Montgomery disseppellì un’ordinanza del 1921 contro i boicottaggi per dichiarare illegale quanto stava avvenendo e King fu nuovamente arrestato e costretto a pagare una multa di 500 dollari per non finire ai lavori forzati.

Martin Luther King

Il 13 novembre 1956, la Corte Suprema dichiarò, all’unanimità, la segregazione sui mezzi una norma anticostituzionale, dimostrando quanto efficace potesse essere la scelta della nonviolenza e delle campagne informative da parte della comunità di colore. Fu allora che King e Abernathy fondarono la Southern Christian Leadership Conference, al fine di coordinare gli sforzi delle varie parrocchie impegnate nella lotta contro il razzismo. Nel febbraio del ’57 King ne divenne presidente e il suo volto apparve su TIME. Divenuto ormai celebre in tutto il Paese, iniziò a organizzare campagne e discorsi pubblici in favore dell’estensione agli afroamericani del diritto di voto e all’abolizione delle leggi Jim Crow, arrivando a incontrare di persona il presidente Eisenhower. Fu nuovamente arrestato nel ’58 da un sergente che non intendeva farlo entrare nel tribunale di Montgomery per testimoniare in favore di Abernathy e che finse di non avere ricevuto da lui le opportune delucidazioni in merito alla propria presenza. Sanzionato per 14 dollari, rifiutò di pagare e il suo rifiuto impressionò il commissario di polizia al punto che decise di pagare al suo posto. Pochi giorni dopo, mentre firmava alcune copie del suo libro Stride toward freedom in un negozio di Harlem, fu pugnalato al petto con un tagliacarte da Izola Ware Curry, una donna malata di mente.

All’inizio degli anni Sessanta, King si avvicinò a John F. Kennedy e gli dette il proprio endorsement, garantendogli il voto dei propri simpatizzanti. Nel mentre si associò anche ai nascenti movimenti studenteschi e durante un sit-in tenutosi ad Atlanta fu arrestato per l’ennesima volta e, in quanto recidivo, condannato ai lavori forzati dai quali fu lo stesso Kennedy a salvarlo. Nel 1961, alcuni attivisti iniziarono ad assumere il rischioso ruolo di freedom riders, prendendo linee interstatali di autobus con lo scopo di far valere le sentenze della Corte Suprema. Vi furono varie aggressioni e incarcerazioni ai loro danni, ma l’iniziativa aumentò l’interesse dell’opinione pubblica anche nel Sud. King si recò allora ad Albany, in Georgia, per una dimostrazione, ma fu arrestato insieme ad altre 700 persone e condannato a pagare l’ennesima multa. A quel punto, King non intendeva più pagare e voleva finire in prigione, ma un anonimo pagò nuovamente al suo posto. Dopo un ennesimo arresto, King lasciò la Georgia e si spostò in Alabama, dove organizzò una serie di sit-in di protesta, durante i quali alcuni afroamericani si sedevano sul pavimento di luoghi ai quali era proibito loro accedere finché la polizia non li trascinava in prigione. La disobbedienza civile nonviolenta aveva l’obiettivo di riempire le celle fino a mandare in tilt il sistema carcerario e, il 12 aprile 1963, ci finirono anche King e Abernathy per otto giorni. In quell’occasione pubblicò la Lettera dalla prigione di Birmingham, spiegando sia le basi teologiche e filosofiche del proprio agire, sia quelle storiche che per gli americani si riallacciavano direttamente alle prime dimostrazioni in favore dell’indipendenza. Il 3 maggio, una marcia che vedeva il coinvolgimento di bambini e ragazzini fu dispersa con brutalità, gettando discredito sulle forze dell’ordine dell’Alabama. Il 5 i poliziotti si rifiutarono di opporsi all’ennesima marcia e cinque giorni dopo, le autorità stipularono degli accordi con i manifestanti, ma i razzisti radicali iniziarono a scatenare rappresaglie ovunque a suon di attentati dinamitardi e pestaggi e provocando l’intervento della Guardia Nazionale e inducendo il governo dell’Alabama ad abolire le leggi Jim Crow. Il 28 agosto, forte di questi risultati, King organizzò e guidò l’enorme marcia per il lavoro e la libertà, raggiungendo Washington DC insieme ai rappresentanti di tutte le più grandi organizzazioni per i diritti dei neri. Kennedy appoggiò l’impresa, strinse la mano a King e ne ascoltò la cruciale orazione I have a dream. King continuò a predicare la nonviolenza anche quando l’ennesimo candelotto di dinamite scagliato a Birmingham finì con l’uccidere quattro bambine in una chiesa e anche quando Kennedy fu assassinato, il 22 novembre. Nel ’64, dopo avere partecipato alle proteste di Augustine, essere stato di nuovo arrestato e avere presenziato a una grande manifestazione nel Mississippi, conobbe Malcolm X, il cui attivismo intransigente non vedeva di buon occhio la nonviolenza. A febbraio, grazie alla mediazione di Coretta, i due si stavano avvicinando, quando Malcolm fu assassinato.

Linciaggio nero

Il 14 ottobre 1964, a Oslo, King ricevette il premio Nobel per la pace e cercò di convincere il presidente Johnson a estendere la partecipazione al voto degli afroamericani. Tornato in Alabama, organizzò marce a Selma e Marion, facendosi arrestare per l’ennesima volta, mentre le violenze contro i manifestanti dilagavano. Il 18 settembre, papa Paolo VI lo incontrò per appoggiarne il pensiero e la linea d’azione. Il 7 marzo 1965, le violenze da parte della polizia di Selma sui manifestanti furono così platealmente ingiuste che l’episodio fece il giro di tutte le testate e King riuscì a mettere in piedi una marcia da lì a Montgomery alla quale si unirono ventimila persone e che offrì il destro a Johnson per annunciare la Voting Rights Act, firmata il 6 agosto.

King era instancabile e nessuna vittoria sembrava poterlo sottrarre al proprio slancio idealista. Deciso a rimanere “a valle” per analizzare la realtà e progettare le proprie mosse, andò a vivere negli slum di Chicago. Si rese conto del fatto che nelle grandi metropoli industriali spesso serpeggiava più razzismo che nelle campagne. Organizzò numerose marce, spesso osteggiate violentemente dai disagiati bianchi che vedevano negli afroamericani gente pericolosa o lavoratori concorrenti per i mestieri e gli alloggi più umili. Sia lui, sia altri organizzatori furono colpiti da lanci di oggetti e continuarono a marciare anche se feriti. Il suo fervore e quello che accendeva negli altri gli permisero di mettere in piedi moltissime associazioni di cittadini e professionisti che migliorarono la gestione degli affitti, la condizione delle palazzine e la distribuzione del lavoro salariato. Nel ’66, nasceva il Black Power e King si prodigò di moderarne le fazioni il più possibile, evitando soprattutto di perdere l’appoggio dei sostenitori bianchi. Il 4 aprile fu assassinato con un colpo sparato da un fucile di precisione Remington, impugnato da James Earl Ray, un rapinatore prezzolato nel quadro di una cospirazione da due soldi. Ma questo non è importante, perché come disse lo stesso King con riferimento all’assassinio di Kennedy: «Più che chiedersi chi l’abbia ucciso ci si doveva chiedere cosa lo avesse ucciso».

di Ivan Ferrari