Svellere la Mandragola

Callimaco, Nicia e Lucrezia nella tragedia della trasmissione

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Avviene che noi, frettolosi spettatori della natura, consegniamo al nostro sguardo foglie, tronchi, strutture, colori dei petali. Al contrario, nell’antichità, chi osava portare lo sguardo oltre, sradicando la pianta, spesso rimaneva colpito dalla forma di alcune radici come nel caso della mandragola: le sue radici erano considerate antropomorfe e le credenze popolari hanno attribuito alla pianta poteri magici e afrodisiaci, oltre a considerarla un ottimo rimedio contro la sterilità. Ma quelle stesse forme alimentavano anche credenze più oscure, ed ancora oggi letteratura e cinema non rinunciano a chiamare in causa la mandragola quando si tratta di preparare qualche pozione o rito di magia nera. Secondo Flavio Giuseppe, l’autore della Guerra Giudaica, su chi svelle la radice della mandragola indubia mors imminet e il suo consiglio è di eseguire l’operazione per mezzo di un cane che attiri a sé l’effetto mortale della pianta: munirsi dunque di un intermediario. Probabilmente questo consiglio piacque tanto a Niccolò Machiavelli, che lo utilizzò all’interno del suo capolavoro drammaturgico, La Mandragola. Una commedia che ci permette di conoscere più da vicino virtù ma soprattutto vizi della classe sociale al tempo dominante in Firenze, la borghesia. Una borghesia i cui desideri ruotano intorno all’orizzonte del sesso, del piacere, del denaro. Ed infatti Nicia, Lucrezia e Sostrata sono tutti personaggi ricchi, e lo stesso Callimaco – “cane intermediario” – che di cognome fa Guadagni, è andato a vivere nella sicura Parigi per non essere coinvolto nelle guerre d’Italia. A Parigi però arriva l’eco della bellezza di Lucrezia e così il giovane si pone come obiettivo la conquista della donna. La trama della Mandragola è nota ma approfitto di quest’opera per allacciarmi all’argomento di questo numero della rivista, proponendone una lettura che si allontani dalla commedia di Nicia il cornuto, e che sia piuttosto la tragedia della trasmissione.

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Da sei anni la coppia Nicia-Lucrezia prova invano ad avere un figlio, e la cagione è presto attribuita all’infertilità della giovane donna. Nicia, pur di avere prole, farebbe qualunque cosa; perché averne significa contare su un erede della ricchezza familiare, un continuatore del capitale: del resto il sesso senza figli è denaro non investito. Ma perché Nicia non riesce ad avere un figlio?

Le cause, come ci dice Callimaco travestito da Medico, possono essere diverse, ma forse più che in causa extrinseca, la causa bisogna indagarla nella virga del marito. Nicia se non è proprio un giovanotto non è neppure vecchio, e anche se manca nell’opera un accenno diretto alla frequenza dei rapporti della coppia, possiamo credergli sulla parola e togliere dal campo l’ipotesi più scontata: «Impotente io? Oh! Voi mi farete ridere! Io non credo che sia el più ferrigno ed il più rubizzo omo in Firenze di me!».

Nicia non è impotente, e sappiamo che impotenza e sterilità sono due cose differenti. La soluzione, che piace tanto a Nicia, è far ricadere la causa della sterilità sulla sua donna. Soluzione perfetta, perché l’infertilità di Lucrezia si può curare semplicemente facendole bere una pozione, un ipocrasso a base di mandragola, rimedio che a detta del medico-Callimaco funzionò anche con la Regina di Francia: oggi questo miracolo sarebbe del vin brûlé servito freddo.

E del resto, se lo ha fatto la regina di Francia, la reputazione è salva. Eccoci dunque arrivati a un secondo termine fondamentale dell’opera: la reputazione. Nicia, infatti, non vuole «far la mia donna femmina e me becco», oppure che il piano porti con sé lo scandalo, che ciò «sopra tutto che non si sappia» e che diventi un caso da Otto, cioè codice penale. Nicia è il borghese che ha paura di deviare dalla norma e che lo fa solo quando crede di aver la sicurezza di salvare la propria onorata reputazione. Eppure, Nicia, per quanto stolto, ha fatto degli studi, ed è avvocato. È più facile pensare che faccia lo scemo per non andare in guerra, pur di arrivare al suo obiettivo. Veramente crede al potere della Mandragola? Perché acconsente così facilmente? Nicia nasconde qualcosa. Ma cosa? La riposta forse, possiamo trovarla nella sua descrizione dettagliata dei momenti che precedono l’accoppiamento tra Callimaco e Lucrezia. «Ma tu non vedesti mai le più belle carni: bianco, morbido, pastoso!» «Poi che avevo messo le mani in pasta, io ne volsi toccare el fondo; poi volsi vedere s’egli era sano…come io ebbi veduto che gli era sano, io me lo tirai dietro, ed al buio lo menai in camera, messilo a letto e innanzi che io mi partissi, volli toccare con mano come la cosa andava…tocco e sentito che io ebbi ogni cosa, mi uscii di camera», ecco svelato il motivo della tanta fatica che Nicia prova a letto con Lucrezia – bella, giovane, tanto da far accorrere gli uomini da Parigi – Quante brutte parole ha nei suoi confronti! Mentre come sono dolci quelle rivolte al garzonaccio sacrificale («povero giovane, ch’egli abbia a morire si presto») e allo stesso Callimaco («questo tuo padrone è un gran valente uomo» «Costui è il più degno omo che si possa trovare»). Roberto Alonge identifica quella di Nicia come una omosessualità di tipo passivo. Nicia, dunque, è omosessuale e sterile. Sa di essere sterile, perché subito dopo la notte con Callimaco, la moglie deve entrare subito “in santo”, è chiaro e senza dubbi che, a differenza sua, il garzonaccio determinerà la gravidanza.

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Inoltre, il tema dell’anale ricorre un po’ in tutta l’opera come nel dialogo tra la Donna e il Frate Timoteo. Al confessore, infatti, la donna prima racconta le intime vibrazioni della carne, ricordando le pratiche sadomaso al quale la sottoponeva un tempo il marito, e poi subito domanda al frate del possibile passaggio in Italia dei Turchi: una domanda sorta più per l’interesse verso quell’impalare, supplizio destinato ai nemici, che non per motivazioni geopolitiche.

A veder bene, la vera protagonista dell’opera è Lucrezia: venuta a conoscenza del progetto del marito, incarna il sacrificio e la solitudine allo stesso tempo. Si duole nel sottomettere il suo corpo a questo vituperio e di essere «cagione che un uomo muoia per vituperarmi». Ma quando la donna conoscerà da Callimaco la verità, da Lucrezia sembrerà uscire un grido di ribellione muto, come quello di un condannato al supplizio: dopo la notte drammatica, la donna prova rabbia, è sola, senza marito e madre, e neppure ha trovato sollievo nei baci del giovane Callimaco così tanto diversi da quelli di Nicia: lei, esempio di etica e moralità, «onestissima e del tutto aliena dalle cose d’amore», reprime il desiderio sessuale, così da rendere possibile una convivenza con Nicia, da esserne moglie fedele. Quei baci non le piacciono perché non consenziente. Quanto è diversa Lucrezia da sua mamma Sostrata, che invece nel sesso trova piacere, che invidia la grande opportunità della figlia («moccicona – ci sono cinquanta donne in questa terra che ne alzerebbero le mani al cielo», la prima di quelle cinquanta, è lei) e che insieme a Nicia partecipa all’accoppiamento nella stanza accanto, applicando, come il vecchio, un transfert. Lucrezia invoca in suo aiuto “Dio” e la “Nostra Donna”, non chiede aiuto alla madre, ma tradita da tutti si affida direttamente alla divinità, condivide sul Monte Calvario con Cristo la stessa madre e la stessa sorte: e come la mandragola emette il suo grido sordo e disperato.

Ma quindi la mandragola non è una Commedia? Sì, lo era, e doveva far ridere finanche il Papa. Tutti ridevano, ma nel riso di Machiavelli c’è un ché di «triste e di serio che oltrepassava la caricatura» (De Sanctis). E se queste righe vi sono apparse sciocche o sconce, scusatemi: perché in questo periodo, dopo due anni di pandemia e venti di guerra alle porte, avevo bisogno di distrarmi un po’. Lo fece anche il Machiavelli, che compose la Commedia «per fare el suo tristo tempo più soave».

Di Antonio Carnevale

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