L’attore che attende

Dialogare con il vuoto aspettando che il vuoto risponda

attore

Se l’artista tu vuoi fare,
quanto devi faticare,
notte e giorno senza sosta
perché l’arte cosa costa![1]

L’attore non nasce attore, per poterlo diventare deve studiare molto, se possibile iniziando da giovanissimo: ne sono testimonianza le arti sceniche orientali nelle quali l’attore generalmente comincia l’apprendistato in tenerissima età. Dopo molti anni di scuola-laboratorio e pratica di palcoscenico, seguito da un maestro, l’attore orientale riesce a fare proprie le tecniche codificate che gli permettono di interpretare l’arte scenica che ha scelto, che si tratti di Kathakali, Odissi, Danza Balinese, Teatro Nō, ecc.

Solamente alla fine del proprio apprendistato un attore può considerarsi tale, poiché le tecniche necessarie per dominare il corpo-voce, e allenare la mente a obbedire allo spirito, richiedono un certo tempo e molta fatica per poter essere apprese: fatica vera, essendo le forme artistiche orientali basate su un allenamento prettamente fisico. Questo faticoso tempo deve necessariamente passare, non è possibile fare altrimenti: è un bisogno fisiologico che l’essere umano ha per in-corporare e in-carnare una forma d’arte il più fedelmente possibile. L’attore orientale questo lo sa bene, e attende pazientemente di sbocciare, come il fiore che aspetta la primavera.

«Darei cinque minuti della mia vita per imparare a suonare questa lira»[2].

In occidente invece, il tempo dell’apprendistato teatrale pare quasi un fastidio da by-passare, qualcosa che ci separa dal nostro bisogno di esprimerci. Intanto, chi decide di fare questo mestiere è ormai in un’età nella quale è tardi per poter incorporare le tecniche psico-fisico-vocali necessarie, e in generale per svincolarsi da quel obbrobrio che la società occidentale ha fatto dei nostri corpi. E anche se fosse in tempo, difficilmente troverà dei veri maestri che lo spingeranno al massimo delle proprie potenzialità. L’istruzione artistica occidentale è un’industria, non una bottega artigianale.

L’attore occidentale vuole quindi avere la capacità di poter fare, senza darsi il tempo per sostenere la fatica di imparare a fare. Pensa di conoscere il proprio corpo, la propria voce, le proprie manifestazioni mentali, di riuscire a controllare le proprie emozioni. Questa è l’immane tragedia dell’occidente: credere di avere capacità che non si possiedono; e più si è convinti di averle, meno le si hanno. Il sedicente attore quindi, impaziente di calcare i palcoscenici, approda all’ambiente artistico non avendo né la necessaria preparazione tecnica necessaria, né tantomeno quella umana, fatta di sensibilità, presenza e amore che ogni interprete dovrebbe avere. Si trova quindi davanti a una distanza che non sa come colmare, distanza che porta inevitabilmente alla falsità in scena. Ha scarsissime capacità tecniche e non è aperto al vero ascolto: non è cresciuto in consapevolezza ma ha aumentato solo il proprio ego. Bisogna comprendere che il mestiere dell’attore è indissolubile da un paradosso molto semplice da comprendere e tuttavia molto difficile da attuare: l’attore deve essere un artista perfetto per poter interpretare in scena personaggi imperfetti. Ad esempio, deve non farsi prendere dalla collera per interpretare la rabbia; deve poter resistere alla bellezza per poter interpretare l’amore; deve non essere depresso per interpretare la morte… deve insomma saper agire consapevolmente.

Kathakali attore

Agire non significa reagire. O meglio, agire significa non reagire. Significa attendere, superare la cresta dell’onda del riflesso automatico. Attendere è uno stato di tensione verso nessun oggetto particolare: vuol dire quindi essere ricettivi e presenti nello stesso momento. Attendere significa dialogare con il vuoto, aspettando che il vuoto, questo misterioso e inafferrabile concetto, ci risponda dalla profondità abissale della sua infinità. Il vuoto può avere diversi nomi: a volte qualcuno lo chiama anche ispirazione: noncurante di come lo si appelli, il vuoto avvolge tutto l’universo, noi compresi; è quel silenzio perfetto, dove tutte le domande trovano risposta, dove tutte le intuizioni umane germogliano, è quel vuoto che per ignoranza tentiamo di colmare con qualsiasi banalità perché abbiamo paura della sua vastità, mentre invece bisogna dialogarci. Dialogarci, certo, ma come il discepolo dialoga con il proprio maestro: ovvero ascoltando in silenzio, attendendo che il maestro parli e gli riveli una risposta che lo illuminerà. L’attore quindi, per interpretare questi personaggi imperfetti, deve fingere di reagire. Deve agire consapevolmente la reazione.

«Noi siamo delle macchine. Siamo totalmente condizionati dalle circostanze esteriori. Tutte le nostre azioni seguono la linea di minor resistenza alla pressione delle circostanze esterne»[3].

Nella vita, lo sforzo di concentrazione che ci è richiesto per agire è molto più alto di quello richiesto per re-agire, ecco perché il mondo è colmo di banalità: perché lo sforzo dell’essere umano di creare vera arte, agendo consapevolmente, dialogando con il vuoto, è molto più alto di quello che serve a vomitare le proprie insulsaggini, che portano all’inutile e al dannoso. Il vuoto è come un pozzo, se ci si butta l’immondizia non ci si potrà più bere, né tantomeno specchiarcisi. Anche l’essere umano deve imparare a dialogare con il vuoto, facendone il proprio maestro, attendendone le risposte. Per attuare questo, bisogna fare silenzio dentro di sé, un silenzio ricettivo e attivo, senza cedere al rumore della propria mente. Allora tutte le risposte che attendiamo arriveranno a illuminarci il cammino, sia in palcoscenico (la scena piccola), che nella vita (la scena grande).

L’essere umano attore e il vuoto, quindi, devono avere un dialogo sotterraneo, invisibile agli occhi estranei. Per poter arrivare a questo nella pratica, serve lavorare su di sé, riappropriarsi della propria percezione, affievolita dalla vita cittadina. Bisogna riguadagnare l’ascolto puro, senza giudizio di valore: ovvero operare un “meditare in azione”, per riprendersi la capacità di osservare la vita come testimoni imperturbabili, osservare sé stessi e le proprie manifestazioni automatiche, per non cedere alla reazione istintiva. Serve in definitiva e assolutamente un contatto costante e duraturo con la natura, nel senso più letterale del termine: l’essere umano attore deve fare lunghe passeggiate solitarie per boschi, monti e rive, lontano dagli stimoli artificiali. Solo se queste e altre circostanze pratiche verranno soddisfatte, un dialogo sarà possibile, e il vuoto si materializzerà in un’idea illuminante oppure in un’azione perfetta.

«Noi reagiamo a tutto ciò che ci colpisce dall’esterno. Obbediamo a degli ordini… Quella donna è gentile, e io sono gentile; essa è scortese, e io sono scortese. Io sono come lei vuole che sia, sono una marionetta»[4].

attore tempio buddha

L’attore ha quindi la possibilità di poter svolgere questo effettivo lavoro pratico di puro ascolto, facendone il proprio mestiere: questo lo rende un privilegiato. Guidato da un vero maestro durante il proprio apprendistato e dallo sforzo costante di rimanere presente mentre si trova in palcoscenico, egli ha l’opportunità pratica di attendere, di ascoltare il vuoto, in un ambiente protetto e controllato come quello laboratoriale. Questo gli concede la possibilità, data a pochi, di aumentare il proprio valore, sia come artista ma soprattutto come uomo.

«Per essere un vero attore, bisogna essere un vero uomo. Un vero uomo può essere un attore e un vero attore può essere un uomo. Tutti dovrebbero cercare di essere attori. È una meta molto elevata. La meta di ogni religione, di ogni conoscenza, è di essere attori. Ma oggi sono tutti “attori”»[5]..

Dall’immagine tesa
Vigilo l’istante
Con imminenza di attesa –
E non aspetto nessuno:
[…]
Ma deve venire,
Verrà, se resisto
A sbocciare non visto,
Verrà d’improvviso,
Quando meno l’avverto:
Verrà quasi perdono
Di quanto fa morire,
Verrà a farmi certo
Del suo e mio tesoro
Delle mie e sue pene,
Verrà, forse già viene
Il suo bisbiglio[6]

Note

[1] C’era una volta… Pollon, stagione 1, ep. 15 – “La lira di Orfeo”, 14 agosto 1982

[2] Ivi

[3] G.I. Gurdjieff, Vedute sul mondo del reale, Neri Pozza, 2000

[4] Ivi

[5] Ivi

[6] Clemente Rebora, Canti anonimi raccolti da C.R., Il Convegno editoriale, Milano 1922

di Mateo Çili

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