Facebook è la causa di tutto il male o un suo effetto?

Riceviamo e pubblichiamo questa interessante riflessione sui social network e la loro funzione nella società attuale. Come avvenuto in casi precedenti, invitiamo chiunque sia interessato a contribuire al dibattito a contattarci con un contributo. Buona lettura.

facebook

La notizia la conosciamo tutti: Facebook, dopo aver visto crollare le proprie quotazioni in borsa a causa del down dei propri server (che ha significato l’impossibilità di connettersi, oltre che alla creatura prima di Mark Zuckerberg, anche a WhatsApp e Instagram), ha confermato l’adagio “piove sempre sul bagnato” vedendosi piombare fra capo e collo le accuse di una ex dipendente, la trentasettenne Francis Haugen (dal 2019 Lead product manager per la Civic Misinformation e in seguito per il Counter-Espionage), apparsa prima al programma 60 Minutes della CBS e poi davanti al Congresso degli Stati Uniti per denunciare alcune pratiche scorrette della società di Palo Alto, California. I principali motivi della decisione di Haugen sono stati l’allentamento dei controlli sui contenuti riguardanti i risultati delle elezioni Usa del 2020 (secondo Haugen questo avrebbe avuto ripercussioni enormi su quanto successo in seguito, come l’attacco al Congresso del 6 gennaio 2021) e la decisione di ignorare gli esiti di una ricerca interna alla stessa azienda, riguardante gli effetti di Instagram sui giovani e che ha portato a stabilire quanto gli algoritmi del social network portino alla dipendenza e alla depressione, soprattutto nel caso specifico di ragazze afflitte da problemi di disordine alimentare. La notizia è eclatante, ma difficilmente qualcuno di noi avrà evitato di dire “lo sapevo”, perché per quanto sembri un discorso da boomer dire che i social creino dipendenza tutti abbiamo avuto a che fare, chi più chi meno, con l’ansia che generano le spunte rosse sul cellulare, fosse anche solo l’ennesimo messaggio inutile in un gruppo WhatsApp da cui abbiamo pensato già mille volte di toglierci.

Haugen facebook

Nessuno di noi si stupisce nemmeno che Zuckerberg (o qualunque dirigente di alto profilo faccia le sue veci) metta i profitti davanti alla sicurezza degli utenti, perché da molti anni si sono visti gestire con la stessa logica aziendale il sistema della salute e quello scolastico, portando a tagli con cui abbiamo fatto i conti durate la pandemia. Le dichiarazioni di Haugen davanti al Congresso hanno però mostrato quanto il sistema chiuso di Facebook sia autoalimentante, impossibile da scardinare: come in un Fight Club digitale ciò che succede all’interno di Facebook rimane al suo interno, a meno che non salti fuori come in questo caso una whistleblower che, con invidiabile coerenza, era entrata nella società motivata dalla radicalizzazione a causa dei social network di una persona a lei vicina.

Già negli anni passati le accuse su Facebook sono piovute da tutte le parti. Solo nel giugno 2020 la mancata presa di posizione contro il post di Donald Trump sugli scontri avvenuti dopo l’assassinio di George Floyd (l’ex Presidente scrisse «quando iniziano i saccheggi, si inizia a sparare») portò allo sciopero di 600 dipendenti, nello stesso mese 150 aziende (fra cui Starbucks, Honda e Coca-Cola) si unirono alla campagna Stop Hate For Profits, rimuovendo le proprie inserzioni pubblicitarie, mentre una ricerca indipendente compiuta dall’associazione Avaaz (di cui ho scoperto l’esistenza grazie a questa puntata del programma Nessun luogo è lontano di Radio 24) ha dimostrato quanto il social network sia pervasivo nel veicolare principalmente le fake news (aprendo due profili “vergini” con cui seguire pagine relative ai vaccini, questi sono stati reindirizzati verso 109 pagine con contenuti anti-vaccini). La stessa società aveva già ammesso nel 2018 di avere “sbagliato” con la propria politica sui contenuti in Myanmar, alimentando con gli algoritmi riguardanti la diffusione di fake news la campagna d’odio contro la minoranza dei Rohingya, ma senza assumersi la responsabilità delle conseguenze. Questa è l’ennesima batosta che si abbatte sul colosso statunitense, eppure gli scandali precedenti non hanno impedito alla società di arrivare a valere più di 1000 miliardi di dollari (dato aggiornato a giugno 2021, sceso intorno ai 990 dopo il down): siamo sicuri che bastino le dichiarazioni di Haugen per cambiare qualcosa?

Sia chiaro, per me che scrivo Haugen merita solo applausi, eppure io stesso ho un profilo attivo, gestisco la pagina del mio blog e pure le aziende firmatarie di Stop Hate For Profits, secondo il corrispondente dagli Stati Uniti Marco Valsania de Il Sole 24 Ore, hanno fatto marcia indietro dopo un solo mese, ammettendo che il social network era troppo influente per boicottarlo: in maniera più o meno marcata tutti cerchiamo all’interno di Facebook un qualche guadagno, una riconoscibilità o anche solamente un palliativo per il nostro ego.

facebook capitalismo

All’inizio dell’articolo parlavo del down durato sei ore di Facebook, WhatsApp e Instagram: le stime parlano di mancati profitti per 100 milioni di dollari, bruscolini rispetto al valore di mercato della società ma una cifra che probabilmente nessuno che leggerà queste parole vedrà mai in tutta la sua vita. Pensare che queste cifre sono veicolate dal parto creativo di un ragazzo che ha avuto un’ottima idea davanti al proprio computer è straniante, più ancora lo è pensare che questa macchina ormai “deve” andare avanti, massimizzare i propri ricavi, a qualunque costo: lo vogliono gli investitori che devono ottenere ricavi sempre più alti, lo vogliono i dirigenti che devono guardarsi dalla possibile concorrenza ed essere sempre un passo avanti. Tutto questo è possibile grazie a una società della performance che si lega a doppio filo con qualcosa che esisteva da prima di Facebook e a cui non abbiamo ancora trovato un’alternativa su larga scala: il “caro”, vecchio capitalismo.

Facebook è frutto della mentalità capitalistica tanto quanto quella mentalità viene alimentata da Facebook. Non è come il paradosso dell’uovo e della gallina, perché sappiamo bene cosa è nato prima, ma lo stimolo alla competizione ci viene instillato ogni volta che vediamo un profilo Instagram con più follower del nostro, una pagina Facebook più seguita della nostra: non tutti possono avere successo su Internet, questo lo abbiamo capito dopo la prima sbornia di possibilità infinite, ma non è mica detto che dovremo essere noi quelli che falliscono, soprattutto se ci viene inculcato il concetto che il fallimento è causato solo dalla nostra mancanza di impegno e non da possibili barriere sociali.

Dovremmo quindi mollare tutti i nostri profili e tornare a giocare a un, due tre, stella come facevano i nostri padri-nonni per strada? No, perché per quanto possa essere subdolo il mezzo ha anche i suoi lati positivi (io utilizzo Facebook principalmente per seguire band che apprezzo, e conosco molte persone che utilizzano Instagram per fare attivismo sociale). Cerchiamo di essere però fruitori consapevoli delle piattaforme che utilizziamo, dei meccanismi che cercano di controllare le nostre scelte e, per dio, smettiamola di perdere tempo a litigare online con persone a cui siamo sicuri di non riuscire a far cambiare idea e, piuttosto, litighiamoci di persona: nel frattempo il Congresso statunitense (e l’antitrust) prenderanno o non prenderanno provvedimenti contro le logiche di massimizzazione del profitto in vigore a Palo Alto, ma noi ci saremo un minimo cautelati dalle sirene dei social network. Non è una strategia molto originale, ne sono consapevole, ma se avete suggerimenti sono ben accetti.

E ora andate tutti a mettere “mi piace” alla mia pagin… ah no, scusate, ho avuto un attacco di capitalismo. Passerà.

di Stefano Ficagna

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