Un ragazzo

ragazzo murales

Un ragazzo resta fermo in mezzo a una folla esagitata e fissa l’orizzonte. È vestito in modo paradossale: indossa una canottiera bianca che fa a pugni con quella specie di passamontagna nero che ha calato sulla testa. Il ragazzo, a guardarlo bene, sembra un bambino: non è molto alto e la canottiera, un po’ ampia, esalta la sua naturale magrezza, ma ancora di più l’esalta quel rotolo di scotch nero che ha infilato nel minuto braccio destro a mo di bracciale: è un punto esclamativo all’estremo di un verso ermetico.

Attorno a lui molti altri giovani; tutti appaiono, ugualmente, vestiti in modo strambo, come per una specie di Carnevale furioso. Indossano caschi gialli da operaio, elmi scuri o bianchi da scooterista, stracci intorno al capo, cappucci di felpa calati sul volto e, quasi tutti, hanno fazzoletti o bandane attorno al volto. Si odono strepiti che sovrastano un continuo e cupo ruggito di voci. Alcuni ragazzi lanciano pietre nella stessa direzione dello sguardo del ragazzo immobile.

All’orizzonte, in direzione di quello sguardo, ci sono uomini vestiti con una divisa scura. Indossano caschi, impugnano scudi, manganelli, fucili lancia-lacrimogeni, qualcuno ha anche la mano sul fodero della pistola. Poco prima si sono uditi dei colpi. Gli uomini in scuro sono membri delle forze dell’ordine.

Un ragazzo sta fermo di fronte a un muro bianco e guarda in direzione d’un televisore. È vestito con una canottiera bianca e dei pantaloncini di jeans. Attorno a lui non c’è ormai più nessuno. È sera tardi e gli scolari che schiamazzavano nel cortile della scuola, la scuola in cui il ragazzo da circa una settimana alloggia, a quest’ora sono tutti a casa. Il muezzin ha già fatto sentire il suo richiamo alla preghiera dagli altoparlanti intorno e nell’aria c’è solo la vaga presenza ronzante del condizionatore e di qualche radio del quartiere di Shubra che, in lontananza, rimanda l’eco fantasma di vecchie canzoni, forse si tratta di Oum Kulthum.

All’orizzonte, oltre la corniche, si accendono le luci degli edifici lungo il Nilo, mentre sulla tangenziale del Cairo qualcuno passeggia con in mano un’aranciata, facendosi catturare dalla brezza fresca che risale dal fiume.

Carlo Giuliani un ragazzo

Al ragazzo in canottiera e jeans tutto questo non interessa. Guarda verso il televisore su cui scorrono immagini d’una specie di Carnevale furioso nel quale, poche ore prima, un ragazzo con la canottiera bianca come la sua è morto. Guarda verso il televisore e pensa che lì, sul selciato, avrebbe potuto esserci lui se poco tempo prima non avesse scelto di seguire la sua ragazza in quel progetto in una scuola al Cairo.

Scelte, Scelte, Scelte… Riguardando le immagini del documentario di Francesca Comencini Carlo Giuliani, ragazzo, ascoltando la voce pacata di Adelaide, la madre di Carlo, che ricostruisce a distanza d’un anno le ultime ore del figlio, ucciso in piazza Alimonda dalle Forze dell’Ordine italiane, la prima cosa che colpisce lo spettatore è proprio l’idea che siano state una serie di scelte, di svolte della vita, di quelle che apparentemente sul momento appaiono poco significative ma che invece poi risultano determinanti, a condurre Carlo Giuliani sul luogo della propria morte.

Quel giorno Carlo avrebbe potuto andare al mare e invece sceglie di restare a Genova nel caldo giorno del corteo Anti-G8. È il venti luglio, i No-Global hanno dichiarato che proveranno sfondare la Zona Rossa per violare, simbolicamente, quel muro posto fra cittadini comuni e potere politico; un muro che concretamente è formato dalle migliaia di poliziotti dietro cui si sono arroccati i potenti del mondo per decidere le sorti del nostro globo.

Quel giorno a Genova Carlo incontra degli amici con cui va a zonzo, curiosando in una città blindata dove, però, ad alcuni gruppi radicali ben organizzati (Black Bloc) riesce ripetutamente di mettere facilmente a ferro fuoco diversi punti della città ben prima che passi il corteo. Se Carlo fosse rimasto insieme ai suoi amici sarebbe ancora vivo, ma invece sceglie di infilarsi in via Tolemaide a dar una mano ai manifestanti del corteo, caricati a freddo in quel momento dalle Forze dell’Ordine. Da lì in poi compirà una serie di scelte che lo porteranno verso la sua tragica fine.

Sono passati venti anni e il film di Francesca Comencini non ha comunque perso la sua necessità a differenza delle critiche che lo hanno accolto alla sua uscita. Carlo Giuliani, ragazzo è stato criticato per essere un documentario schierato; anche per il solo fatto di aver dato voce solamente alla madre di Carlo, invece che crogiolarsi nel solito ping-pong di opinioni discordanti. È stato detto che il film ha lasciato dello spazio a teorie del complotto. C’è troppo margine per suggerire l’idea che l’incidente in cui ha perso la vita Carlo fosse in realtà stato cercato dalle Forze dell’Ordine. Questo semplicemente perché Adelaide Giuliani fa notare che il Rover attaccato, quello da cui poi partirà il colpo che ucciderà Carlo e che passerà due volte sul suo corpo, appare bloccato troppo misteriosamente a cinquanta metri da un plotone di agenti che sarebbero potuti facilmente accorrere (ma non lo hanno fatto) e troppo misteriosamente poi il Rover si svincola (in quattro secondi netti) dopo la morte di Carlo. Dietro alle critiche si nasconde l’imbarazzo che possa trovare una smentita l’idea che membri delle Forze dell’Ordine Italiane mai potrebbero perpetrare trappole, inganni, mentire, fabbricare prove false, sviare le indagini, coprire agenti disonesti. Semplicemente certe cose non è educato pensarle e men che meno alludervi. Né la Uno Bianca né i fatti della Diaz erano bastati a smentire l’idea che le Forze dell’Ordine non necessariamente giocan sempre nel campo dei buoni. Né serviranno poi i casi Aldrovandi, Cucchi e nemmeno serviranno oggi le torture di Santa Maria Capua Vetere.

In ogni caso è proprio questo imbarazzo a svelare la falsa coscienza dietro a ventennali critiche nei confronti del film; falsa coscienza che si rivela anche in chi dice che in fondo il film sbaglia perché non ci spiega le ragioni profonde dei No-Global e, quindi, non ci fa capire bene perché Carlo fosse lì. Come a dire che la morte di Carlo e il film che ne parla, debbano comunque essere messi al servizio di un’immagine: quella del militante No-Global, del giovane radicale, dell’aspirante “CheGuevarSubComandanteZorro”. Il tutto a uso e consumo dei dibattiti politici. Critica, oltre che fuorviante, anche invecchiata male.

Targa Carlo Giuliani un ragazzo

Le ragioni politiche dei No-Global in venti anni sono tutte lì. Sono lì nei i morti in Germania per le alluvioni o in Canada per il caldo eccessivo; lì fra i morti in mare nel tentativo di migrare o fra i morti nei campi di concentramento in Libia; sono lì fra i morti nelle guerre civili o negli attentati terroristici; sono li negli squilibri finanziari, nelle tasse mai fatte pagare per il trading on-line o alle multinazionali con le sedi nei paradisi fiscali; sono lì nella mancanza di strutture sanitarie pubbliche di livello adeguato per tutti o nella mancanza di scuole che consentano un accesso al sapere che non sia classista. Sono ragioni che tornano e ritornano eternamente, come in un ciclo nicciano; sono tornate nel 2011 a Occupy Wall Street e sotto l’Acropoli di Atene aggredita dalla Troika, nelle strade di Tunisi e nelle piazze del Cairo; sono ragioni che sono tornate nelle scelte di Regeni e in quelle di Zaki. Non serve un film per spiegare le ragioni politiche di Genova 2001.

Quante interpretazioni depistanti circa il senso di Carlo Giuliani, ragazzo. Un film non è un servizio giornalistico, non è un’inchiesta giudiziaria e se Carlo Giuliani ragazzo fosse un documentario a tesi, la tesi sarebbe una sola: Carlo Giuliani era un ragazzo ma ora è morto.

Carlo Giuliani, ragazzo è un film che dice solo una cosa: Carlo era un ragazzo e come molti ragazzi faceva le sue scelte di vita. Ora non potrà scegliere più. Scelte giuste, sbagliate, comprensibili, incomprensibili ma, come tutte le scelte e solo per il fatto di essere delle scelte, tali scelte esprimevano la necessità di esistere e quindi, in fondo, anche quella di resistere. Non è stato il Caso quindi a uccidere Carlo, bensì un complotto. Il complotto delle scelte imposte, cioè delle scelte di chi aveva già scelto per lui; perché c’è sempre qualcuno che vuole scegliere al posto di qualcun altro, anche a costo di mettere in conto la morte di un ragazzo. Qualcuno aveva scelto ad esempio di militarizzare Genova invece che dialogare con un Movimento di giovani preoccupati delle scelte circa il futuro. Quel futuro che ora è qui, ma senza che ci siano più due ragazzi del venti luglio 2001 a sceglierlo. Uno non è più un ragazzo, è diventato uomo; l’altro resterà per sempre Carlo Giuliani, ragazzo.

di Amedeo Liberti

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