Folks On The Wild Side

La Wilderness è sempre stata un po’ amante e un po’ severa maestra nell’immaginario letterario e cinematografico, ma ultimamente, per via degli eccessi dell’Antropocene, al cinema sembra le sia rimasto solo il ruolo dell’amore impossibile fra Uomo e Natura e del rifiuto di qualsiasi compagnia fra gli uomini.

wild side bn

«Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita (…) succhiare tutto il midollo di essa, vivere da gagliardo spartano (…)»


Henry David Thoreau

«Vi è una pazienza della foresta, ostinata, instancabile, continua come la vita stessa.»


Jack London

«Siamo definiti non dalle nostre parole ma dalle nostre azioni»


Noam Chomsky (citato in Captain Fantastic)

L’esperienza della Natura, incontaminata e selvaggia, il godere d’un paesaggio privo o quasi di traccia d’uomo. È un desiderio che (specie in questi tempi di pandemia, in cui la vicinanza a altre persone è vissuta sempre in maniera ambivalente) nell’immaginario sia colto che popolare, ricorre spesso, Si pensi alle foreste nelle fiabe di Cappuccetto Rosso e Pollicino oppure alla casa isolata nel bosco di Thoreau.

Storie che stimolano un sentimento spontaneamente romantico per la Natura e, in special modo, per la natura selvaggia. È come se in noi scattasse qualcosa, una specie di easter-egg nell’amigdala cervicale che ci apre alla nostalgia per l’ominide vagabondo cacciatore-raccoglitore che fummo, prima dell’invenzione dell’agricoltura e dell’urbe. Una fascinazione che si condensa in una parola: Wilderness. In molti avranno incontrato questo termine riferito al pensiero ecologista e ai movimenti culturali che mettono al centro il rispetto sacrale per la Natura.

La Wilderness è però qualcosa di più, o forse qualcosa di meno, d’una filosofia o di un’idea: è uno stile esistenziale collocato tra pensiero e istinto, tra intenti etici e sensazioni profonde.

L’idea di Wilderness sembra originare nelle selve dell’America per poi, col tempo, impiantarsi anche nella più coltivata Europa. Bisogna dire però che le idee sono come i pidocchi. Non solo perché danno grattacapi, ma perché tendono a saltare di testa in testa. Così non c’è da sorprendersi se mai scoprissimo che sono stati i cuori intrepidi del Vecchio Continente, quelli amanti delle ruvide carezze dello Sturm Und Drang, oppure del genio scorbutico di Rousseau a influenzare i Trascendentalisti americani, cioè i romantici dell’Atlantico, quegli scrittori del calibro di Waldo Emerson e Thoreau che poi, a loro volta, hanno fatto sentire gli echi dell’ululato della Wilderness dal Tamigi alla Neva.

La suggestione alla base della Wilderness è che è il rapporto con il paesaggio, più o meno selvatico, a definire due diverse forma mentis dell’Occidente; l’anima americana e quella europea. La suggestione alla base della Wilderness è che è il rapporto con il paesaggio, più o meno selvatico, a definire due diverse forma mentis dell’Occidente; l’anima americana e quella europea. La suggestione alla base della Wilderness è che è il rapporto con il paesaggio, più o meno selvatico, a definire due diverse forma mentis dell’Occidente; l’anima americana e quella europea. L’idea è che l’americano (del Sud come del Nord) si sia forgiato nel corpo a corpo con le giungle, con la vastità delle foreste e coi deserti; nel mentre l’europeo moderno era invece preso dalle lotte sociali fra entità politiche o religiose; perché la Natura Selvaggia, in Europa, era un lupo ammansito già a partire dai tempi di San Francesco.

Che l’uomo sia un animale sociale, insomma, è più vero, per un europeo che per un americano, il quale, invece, sembra richiamarsi più all’istinto o, per usare un’espressione di un noto economista, Keynes, ai suoi animal spirits,

La Wilderness è sempre comunque duale, è un proscenio su l quale si affrontano i due aspetti che per Pascal componevano l’essenza umana: l’«angelo» e la «bestia», la Sapienza e l’Istinto; ma con un atteggiamento valoriale del tutto capovolto. Nella Wilderness la Ragione, la Giustizia e l’Innocenza stanno nella «bestia» invece che nell’«angelo».

Ad esempio nella Wilderness non è l’Umanità tutta che è in lotta contro la Natura, anzi, vi è alleanza e conflittualità ad un tempo. L’Uomo si allea con la propria parte istintiva naturale per affrontare altri istinti e forze naturali. Invece che una guerra totale abbiamo dei duelli , come in un western.

Si cita il far West non a caso. Niente ha mai reso meglio l’idea di Wilderness dell’ampio formato filmico del Cinemascope e la semplice, diretta, fotografia delle lande desolate predilette nei western, dove la Wilderness si è manifestata, fin da subito, come lotta fra due idee di territorio. Un territorio che non è solo fisico, diviso fra spazi dell’uomo civile e spazi ostili degli uomini selvaggi, ma è anche culturale, progresso contro natura, civiltà moderna contro civiltà primitive.

Si pensi all’arrivo della ferrovia di C’era una volta il West, ma anche alla lotta per il territorio fra Yenkee e nativi. Si è passati, ad esempio, dal fotografare gli indiani come elementi della selvatichezza belluina, forze naturali di un continente indomito, le Ombre Rosse di Ford, al rappresentarli come dei rousseauiani buoni selvaggi, come Adami e Eve dell’Eden americano; anzi dei John Smith e Pocahontas, per rifarci a The New World di Malick.

Tra Ford e Malick ci sono state anche alcune buone pellicole influenzate dalla storiografia recente che ha, gradualmente, compreso l’entità dello sterminio, anzi una parzialmente involontaria Shoah, dei popoli indigeni d’America: Piccolo Grande Uomo, Corvo Rosso non avrai il mio scalpo, Un uomo chiamato Cavallo… in cui cultura e ambiente sono due aspetti di un’unica relazione; fino a Balla Coi Lupi, in cui i nativi americani diventano l’emblema stesso di un ambientalismo ante litteram.

La cultura amerindia è oggi definitivamente messa in scena come occasione perduta, chance mancata d’un equilibrio tra Natura e Uomo. Rousseau e il pessimismo storico di Leopardi banalizzati d’un colpo dalla New Age in salsa Disney.

Eppure se le civiltà amerindie erano grandi e popolose di conseguenza anche il loro l’impatto sull’ambiente lo era. Se i padri pellegrini e i coloni spagnoli hanno trovato ampi spazi ed una natura florida è successo solo perché i primi Conquistadores, a cominciare da Hernando De Soto, portarono con sé armi biologiche di massa, i maiali, che involontariamente diffusero malattie inedite per il sistema immunitario degli Indios.

La Wilderness americana non è mai stata l’effetto d’una relazione irenica con la Natura elaborata da Indios e i Pellerossa, ma l’effetto del declino dell’Uomo; una tregua tra Uomo e Natura.

No Men’s land

Così nel tempo nell’immaginario, la concezione della Wilderness, sia al cinema sia in letteratura, ha iniziato a manifestare mutamenti che rispondessero all’idea che nessuna civiltà possa integrarsi con la natura selvaggia. Basti pensare al romanzo The Road di Cormac McCarthy e al film da esso tratto. In The Road la civiltà è collassata e l’Umanità stessa è regredita al cannibalismo, proprio perché la Natura è scomparsa.

La Wilderness di McCarthy è paradossale e rovesciata, come il riflesso di un bosco nel lago Walden di Thoreau, perché, benché sia tutta nel sociale, nell’homo homini lupus di hobbesiana memoria, la Wilderness si manifesta con ancora più ferocia proprio perché con la morte della Natura anche gli equilibri ecologici cedono e non rimangono che animal spirits. Non a caso il romanzo e il film hanno rappresentato pensieri e sentimenti dell’Occidente di fronte alla Grande Depressione 2,0 del 2008. La vera Wilderness è nella bulimia antropofaga del Capitalismo.

Del resto il nuovo immaginario della Wilderness aveva già spostato il duello tra Natura e Cultura, tra ambiente circostante e panorama interiore tutto sul piano intimo dell’animo e dello spirito umano. In un certo senso senso la Wilderness era ritornata ai primordi dello Sturm und Drang e del cinismo filosofico Thoreau grazie a Into the Wilde, il road movie che più d’ogni altro ha segnato l’immaginario recente della Wilderness.

wild side into the wild

Chi abbia letto Walden sa che questo diario di Thoreau è una sorta di paideia che insegna a vivere con poco e nulla, alla maniera di Diogene di Sinope (guarda caso un filosofo che viveva in una botte sottratta al tempio di Cibele, la dea delle bestie selvagge). Lo scopo non è tanto economico; l’essenziale è la selezione della verità: capire cos’è l’Uomo.

È esattamente quel che cerca di fare il protagonista di Into the Wild, Christopher McCandless; Chris rifiuta la carriera, i begli abiti, i pasti sofisticati e abbandona la benestante, ma psicologicamente violenta famiglia d’origine, nucleo economico di base che rispecchia la violenza e l’ipocrisia della Civiltà economica americana, per vivere vagabondando tra gli Stati Uniti a piedi; seguendo i precetti dell’arte del Camminare di Thoreau.

Il romanticismo dei grandi spazi ha raggiunto il grosso del pubblico non soltanto (o perfino non tanto) attraverso la filosofia o la letteratura colta, ma attraverso la letteratura popolare, quella dei romanzi avventurosi ambientanti nella vita selvaggia, il cui massimo campione si può ravvisare in Jack London; alcuni suoi racconti, come Farsi un fuoco o il suo dittico di romanzi Zanna Bianca e Il richiamo della Foresta,sono pura Wilderness. Non a caso fra le letture preferite da Christopher McCandless c’è proprio London.

Christopher è anch’egli radicalmente avventuroso. Attraversa il Grand Canyon facendo rafting su una canoa e raggiunge via fiume il Golfo del Messico, ma il suo sogno è fare una grande esperienza in Alaska. Sopravvivere solo di caccia e pesca, dimostrando a se stesso e al mondo che esiste un’alternativa alla cattiveria sociale e alla spietatezza economica: la libertà. A questo sogno sacrifica tutto: denaro, beni, ma anche l’amicizia e l’amore; perché per Christopher non è in compagnia degli uomini, per rifarci all’esagramma dell’I-Ching che si può cogliere la verità su se stessi, ma solo entrando in rapporto diretto col non umano; uomo sociale e uomo libero della Wilderness si contrappongono. Alla fine il film si conclude scetticamente circa la relazione tra uomo e Wilderenss. Uno scetticismo forse più radicale di quello di The Road. La Wilderness non tollera presenza umana alcuna, neanche del singolo.

Echi di un’influenza di London, anche se più del suo socialismo ibridato con il darwinismo sociale di Spencer, piuttosto che delle sue avventure lungo lo Yukon, si odono anche nel più recente Captain Fantastic, Qui a mettere in discussione lo stile di vita consumistico americano è un’intera famiglia che, in seguito alla scelta radicale di una coppia di hippy fuori tempo massimo, vive nella foresta. Una di quelle famiglie un po’ strambe che festeggia il compleanno di Noam Chomsky e non il magico elfo Santa Klaus. Lo scopo è sempre pedagogico. Insegnare ai propri ai fanciulli a vivere con poco e nel rispetto dell’ambiente.

Nel film è chiara e forte la critica alla decadenza americana e al darwinismo sociale delle élite che, in realtà, è un lamarckismo, perché si pretende di trasmettere alla prole i vantaggi della propria rendita sociale di posizione. A questa logica (che è la logica comune ormai) il film ne oppone un’altra. La selezione dei migliori sta in un processo di costante apprendimento, nel mettersi alla prova incessantemente. La grandezza non si eredita insomma, si apprende e vivere nella Wilderness è il modo migliore per farlo.


Cosa significa però apprendere? Leggere un libro o correre nei boschi? Nel film sono richiamate costantemente le copertine dei libri. Prima di andare a letto c’è chi legge Armi, acciaio e malattie di Jared Diamond; ma un libro, se apprendere è mettersi alla prova, è un test più che un testo. perché la verità non risiede nelle parole, ma nei gesti e nelle azioni. In questo si ravvisa la contraddizione e lo scetticismo verso la Wilderness del film. Vivere nella foresta e circondarsi di libri, di parole, dei segni sociali, non è un contro senso? Se l’apprendimento è una prova individuale, avvalersi di un Sapere trasmesso non è come barare? Non è come cercare una rendita di posizione? Come si conciliano poi Wilderness e Scienza, un’attività collettiva, che ha senso solo in compagnia fra gli uomini?

Fino a dove, inoltre, può spingersi un educatore per insegnare a un bambino o a un ragazzo a mettersi in gioco sempre? Fino a lasciarlo giocare con coltellacci? Fino a costringerlo a scalare una parete? Fino a farne un disadattato che sa apprendere in autonomia, ma non sa relazionarsi coi coetanei? Fino a negare ai figli l’Università?

Il suicidio della moglie, affetta da depressione post partum, costringerà il protagonista, il padre dei pargoli, a rivedere le proprie convinzioni, costringendo anche noi a rivedere le nostre. Nel frattempo nel film ci sono restituiti, in piccolo, tutti modelli alternativi alla società dei consumi; quelli dei popoli nomadi e dei popoli primitivi; non a caso il film si apre con una caccia al cervo che è un rituale di iniziazione: il figlio che uccide il cervo uccide anche se stesso. Il ragazzo muore e nasce l’uomo; ma vengono proposte nel film, anche se in piccolo, anche strategie del passato o dei popoli nomadi, dalla razzia all’economia del dono e del furto.

Si giunge così alla risposta finale che è consolatoria e deludente al tempo stesso: il modello migliore è quello eco-sostenibile dei padri pellegrini americani. Una piccola casa vicino al bosco, ma autosufficiente dal punto di vista alimentare con galline, uova, mais, i figli a scuola. Una vita semplice, la vita di un popolo a metà tra l’addomesticamento e la Wilderness. Folks on the wild side.

di Amedeo Liberti

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