Il mite scatenato

Ovvero l’andata e il ritorno di Hans Kuperus

Quando scrisse L’assassino, nel dicembre ‘35, Georges Simenon (Liegi, 1903 – Losanna, 1989) era un autore appena trentenne con all’attivo centosettanta romanzi e settecento racconti. Il commissario Maigret, apparso nel ‘29, gli aveva assicurato il successo internazionale. Questi numeri, già vertiginosi, diverranno impossibili al termine della carriera: quattrocentocinquanta romanzi “da bancarella”, centosette storie con Maigret protagonista, tremila articoli e diciassette pseudonimi accertati. Soprattutto, centonovantatré romanzi “duri”, tra i quali una dozzina di capolavori. Sommamente sconcertante: ventiquattro libri di memorie (!). Pare che Simenon fosse in grado di concludere un romanzo in una settimana, al ritmo di sessanta cartelle al giorno. Non a torto Andrea Camilleri lo ha definito «una macchina per scrivere umana»[1].

Nonostante il plauso di scrittori di assoluto livello (André Gide non si perdeva una pubblicazione, Céline amava follemente I Pitard[2]), Simenon è considerato un autore prevalentemente commerciale. Il suo stile spoglio e splendidamente semplice non sempre ha incontrato i favori dell’accademia. Al contrario, il successo di pubblico fu strepitoso; ad oggi si stimano almeno cinquecento milioni di copie vendute.

Rileggendo in età matura L’assassino, Simenon appuntò: «Se non uno dei migliori, uno dei più significativi, e ogni cosa è disperatamente al posto giusto. Bisogno di uscire dalla realtà»[3]. Il vostro recensore concorda con questa analisi e nell’imbattercisi si è sentito rinfrancato (vista la produzione oceanica, reperire critica non delirante sul singolo titolo non è sempre facile); vediamo di esplicitarne un possibile significato.

mite cezanne

Il dottor Hans Kuperus, medico condotto di Sneek, onesta cittadina della Frisia olandese, è il più mite degli uomini. Possiede una casa perfettamente conforme al suo rango. Ha una moglie, Alice, che somiglia a una caramella e si nutre di pasticcini. La signora sceglie una specifica marca di cioccolata perché ogni confezione contiene delle figurine, tutti i fiori del mondo, che ella raccoglie in un album. Per tutta la vita il dottor Kuperus si è comportato come «un olandese identico a tutti gli altri, un dottore come tutti i dottori di provincia, un marito come tutti i mariti»[4]. Un solo tradimento, in viaggio di nozze a Parigi (ma è risaputo che i tradimenti, a Parigi, non valgono); una stupida avventura di cinque minuti, a pagamento, che gli ha procurato settimane di incubi. Sua massima ambizione è la presidenza del circolo del biliardo, ritrovo serale dei borghesissimi notabili locali. A frustrarne le speranze provvede Cornelius (nomen omen) Schutter, la sua nemesi. I due hanno la stessa età, 45, ma Shutter ne dimostra dieci meno, si fa vestire da un sarto inglese e ha la casa più bella del borgo. È l’unico abitante di Sneek cui sia concessa una cattiva reputazione. Di lui bisogna dire: «Sono tutte ai sui piedi!».

Il dottor Kuperus, che una volta al mese si reca ad Amsterdam per un congresso, sta tornando in treno a Sneek. È in anticipo di un giorno e in ritardo di un anno. Osserva dal finestrino il paesaggio placido della fredda Olanda e avverte la sfasatura dei ritmi: nell’immobile Frisia i secondi durano più a lungo del dovuto, dentro di lui scorrono velocissimi.

È trascorso esattamente un anno da quando ha ricevuto una lettera anonima. Denunciava la relazione di Alice con Shutter. Kuperus ci ha messo tre mesi per decidersi a verificare. Tutto vero: sua moglie e il suo avversario. Poi, altri nove mesi per risolversi ad agire.

Oggi, primo martedì di gennaio, il dottore ha comprato un revolver. Scende dal treno in aperta campagna, raggiunge la casupola che ospita gli amanti e spara a sangue freddo. Poi spinge i corpi in un canale. Ma non si suicida, come aveva progettato di fare. Ci ha pensato troppo a lungo, per questo all’ultimo cambia idea. C’è uno sfizio che da tempo vuol togliersi: Neel, la cameriera. Non si è mai arrischiato a sfiorarla, per evitare complicazioni, ma ormai… che importanza può avere? Neel gli si concede con facilità, la notte stessa, con suprema indifferenza. Fuori nevica. Kuperus sa che fino al disgelo i corpi non verranno trovati.

Sulla scomparsa dei due amanti, il paese mormora. Una sera, al circolo del biliardo, compare la protetta di Shutter. Una raffinata cortigiana in cerca di nuova tutela. Al contrario di Kees Popinga, protagonista de L’uomo che guardava passare i treni[2], Kuperus non completa l’opera. Non si prende la donna del nemico. «Sceglie Neel, malvestita e spettinata. Neel, con le sue forme prive di finezza, gli infiammava le guance».

Il dottore ha ucciso due persone, si è preso l’amante desiderata e nessuno viene ad arrestarlo. Si sente leggero «come se si fosse spezzato il filo che lo teneva ancorato a terra», e per un lungo istante continua a comportarsi d’istinto. Ammirato, persino stupito del suo ardire, tenta di adeguarsi al nuovo status di “mite scatenato”. Per elevarsi pranza in quel costoso ristorante dove non si era mai azzardato. Diventa munifico; per spolverarsi di dosso la grettezza del borghese di provincia lascia ricche mance. Riesce persino a farsi eleggere presidente del circolo! Eppure ha scelto Neel e il bicchiere di acquavite va a berselo al solito caffè di fronte alla stazione. Ad Amsterdam si sente un pesce fuor d’acqua. Invece di andarsene a Roma o a Londra, come tutto il paese gli intima a gran voce, rientra in una nuova-vecchia routine. E, rovinosamente, ricomincia a pensare. Perché ha ucciso? Non era geloso, della moglie gli importava ben poco. Di orgoglio nemmeno a parlarne; il mite sopporta l’umiliazione. Chi voleva uccidere? Shutter, certamente! Ma tra il dire e il fare… Come ha potuto risolversi a uccidere davvero?

Qui la svolta è magistrale: Hans Kuperus, assassino timido e riflessivo, diventa il detective psichico di questo giallo stravolto. La sua indagine è una disperata autoanalisi; lentamente penetra nell’inconscio rivelando al lettore pulsioni segrete. Tale rovesciamento è esemplificativo della trasformazione operata da Simenon nella letteratura di genere: il mistero non è più il “chi” ma il “perché”. La verità che si cerca è intima, la scoperta di una complessità individuale. Ne L’assassino, l’esito è, a parere del vostro recensore, uno dei moventi meglio costruiti in letteratura.

Per tutta la vita Hans Kuperus si è comportato come la società imponeva. Lo ha fatto perché così voleva, perché così doveva essere. Ecco che invece sua moglie… con Shutter! Quello che non segue la strada comune, che vive come più gli piace. «Questo significava che Kuperus si era sbagliato, che si era fatto fregare. Significava che era tutto falso» E allora «ha ucciso perché ormai si annoiava a morte, perché non credeva più alla bottiglia di Borgogna accanto al camino». Ha ucciso per dimostrare che ne era capace, che poteva rivoltarsi contro il mondo e contro se stesso. Ha mandato all’aria la rispettabilità attratto dalla libertà del male. Ha scoperto che «per fare il male basta chiudere gli occhi e farlo»[6], per dirla con Philip Roth.

Ma ora, ora che sa, cosa può fare Hans Kuperus? Non può diventare Shutter e non può diventare Karl, l’amante di Neel, un assassino fuggiasco che vive di espedienti. Karl, che della sua vittima dice con una punta di malinconia: «Che peccato… era una brava ragazza», ha un distacco, una durezza che Kuperus non può maneggiare. La libertà estrema del criminale, del sovversivo, è solo per i forti. Hans Kuperus ha una sola possibilità: tornare ad essere Hans Kuperus.

In fondo, la casa è sempre lì. La bottiglia di Borgogna attende sul camino e «la bocca di Neel sa di cioccolato, come quella di Alice». La serva divenuta padrona dice persino le stessi frasi che diceva sua moglie! Rivestita degli abiti dell’assassinata potrebbe diventare Alice (Vertigo![7]). Ogni cosa resta ostinatamente al suo posto, dando a Kuperus l’illusione di poter tornare a essere se stesso. Ma la mitezza, la rispettabilità borghese nella quale egli si era rinchiuso è stata frantumata. Egli stesso l’ha frantumata per scoprire che era il suo unico spazio possibile. Verrà allora la consapevolezza del peccato a rende insopportabile l’inferno e Hans Kuperus, finalmente, crollerà.

mite munch

Sebbene non raggiunga i picchi di tensione di La neve era sporca[8] (uno dei pochissimi romanzi che il vostro recensore non abbia terminato in vita sua, non perché non ne valesse la pena, anzi, ma la suddetta tensione, che aveva raggiunto livelli da tortura psicologica, dolorosamente contraeva lo stomaco del vostro non appena tentasse di allungare la mano verso l’elegante volume Adelphi. Prima o poi dovrà riprovarci, il recensore, ma non oggi), L’Assassino eccelle nella produzione simenoniana in tre aspetti. Primo è la perfetta articolazione narrativa. Due segmenti uguali e consecutivi, spezzati dal sussulto che incrina la normalità così tipico dei romanzi di Simenon. Il movimento che giunge a compimento nell’omicidio dura un anno. Un anno di lavorìo mentale, il tempo della determinazione, che per il protagonista è memoria. Un altro anno, rarefatto, trascorre dall’omicidio alla conclusione della vicenda. Questo è il tempo del racconto, l’adesso in cui il lettore è immerso. Il cammino di Kuperus procede in senso inverso: è un tentativo di un ritorno all’origine, un romanzo in retromarcia verso un Eden proibito. Il secondo frammento è quindi speculare al primo, rovesciato si potrebbe dire, ripiegato a fisarmonica. Straordinaria è la naturalezza di questo equilibrio. La simmetria che ne scaturisce non è ingessata (come accade a certi autori che confezionano quattro capitoli di esattamente trentatré pagine, uno scambio di mummificazione per eleganza formale che irrita profondamente il vostro recensore e tradisce la cecità di chi vede l’eleganza nel capo e non nella dama), emerge all’analisi ma scompare nella lettura, che, semplicemente, scorre e avvinghia. Il diagramma qui sotto, bel giochino per perditempo, mette in risalto l’equilibrio dell’architettura.

Il secondo aspetto, derivante in parte dal primo, riguarda la “giusta misura”. L’Assassino è uno di quei rarissimi romanzi in cui una pagina in più sarebbe stata di troppo e una di meno sarebbe mancata. La vicenda e la penetrazione psicologica stanno tutte, perfettamente, nel recinto narrativo. Su questo aspetto non si può argomentare granché; è concesso gridare al miracolo o ululare alla luna, a scelta.

Il terzo aspetto, il più importante, ha a che fare con il processo di adeguamento alla propria natura dei personaggi, eccellenza della miglior produzione simenoniana. Harold Bloom sosteneva che l’eccezionalità di Amleto stesse nella sua capacità di trasformarsi, di mutare origliando la propria voce[9].

Pur con le dovute proporzioni, c’è qualcosa di shakespeariano in Kuperus: il dottore arriva a conoscere se stesso attraverso le reazioni emotive e i pensieri che le sue azioni gli suscitano. (È interessante notare, per inciso, che questo procedimento è identico e opposto alla celebre strategia investigativa “ad immersione” del commissario Maigret.) Al pari di altri protagonisti di Simenon, Hans Kuperus ha una densità, un realismo tale da sfociare in un determinismo narrativo: le sue azioni scaturiscono naturalmente dal suo carattere, e a loro volta lo determinano. La fusione tra personaggio e ingranaggio letterario si realizza con una limpidezza che appare al lettore come destino. Turista da banane[10] e Il presidente[11] (altro capolavoro) sono buoni esempi di questa diabolica qualità letteraria; L’assassino ne è paradigma. Ascoltandosi, Hans Kuperus trova la forza per uscire da se stesso nell’azione e da questa scopre la disperata necessità di annullare la trasformazione. L’omicidio è occasione per la scoperta del sé, non il contrario. In questo senso, l’azione è individuante; in essa il personaggio compie se stesso. Alla mutazione di Kuperus da larva in scorpione (e ritorno) si assiste in questo giallo gelido, ideale per i primi caldi dell’estate, al microscopio.

– Bel tempo ad Amsterdam? –

– Non vale la nostra Frisia! –

Si è sempre un anno in ritardo per cambiare la propria vita.

Note

[1] Andrea Camilleri, Camilleri racconta Simenon: la “macchina da scrivere umana”, in Il Venerdì di Repubblica, 17/5/2019..

[2] Georges Simenon, I Pitard, Adelphi, Milano, 2000.

[3] Pierre Assouline, Simenon, Paris, Gallimard, 1996.

[4] Questa e tutte le seguenti citazioni prive di specifica nota: Georges Simenon, L’assassino, Adelphi, Milano, 2011.

[5] Georges Simenon, L’uomo che guardava passare i treni, Adelphi, Milano, 2004.

[6] Philip Roth, Lamento di Portnoy, Einaudi, Torino, 2005.

[7] Alfred Hitchcock, La donna che visse due volte (Vertigo), 1958.

[8] Georges Simenon, La neve era sporca, Adelphi, Milano, 2010.

[9] Harold Bloom, Shakespeare, centro del canone, in Il canone occidentale, Bompiani, Milano, 2005.

[10] Georges Simenon, Turista da banane, Adelphi, Milano, 1996.

[11] Georges Simenon, Il presidente, Adelphi, Milano, 2007.

di Tommaso D’Orfeo

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