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Temporeggiamenti, obiezioni di coscienza, fughe: quando la guerra si vince con la mitezza

Sondandone anche superficialmente la carriera politica e militare, appare curioso il fatto che Quinto Fabio Massimo sia stato ricordato con l’appellativo di “Temporeggiatore” (Cunctator). Il nomignolo gli era stato affibbiato con disprezzo dai suoi contemporanei, che ritenevano la sua linea d’azione troppo mite. Non sappiamo cosa abbia fatto durante la Prima guerra punica, ma poco dopo, nel 233 a.C., Fabio sottomise i Liguri e fu portato in trionfo. Allora fece erigere l’oggi scomparso Tempio a Onore e Virtù che, insieme alla più celebre ara vestale di Fortuna Redux, originava un sacro abbraccio monumentale rivolto a chiunque, percorrendo la Via Appia, entrasse a Roma da Porta Capena. Censore nel 230 a.C. e dittatore nel 221, fu scelto dal Senato per confrontarsi diplomaticamente con la propria controparte cartaginese, in seguito alla presa di Sagunto da parte di Annibale. Quando domandò al Governo punico di scegliere la guerra o la pace con Roma, i suoi rappresentanti gli risposero che preferivano far scegliere a lui. Se davvero c’era stato un momento nella vita di questo condottiero in cui avrebbe potuto dimostrare mitezza in senso lato, fu quello in cui, invece, si strappò la toga per esporre i pettorali a quel consesso di spettabili uomini di Stato, urlandogli in faccia la propria, tutt’altro che mite, scelta. Eppure una qualche forma di mitezza ebbe poi a dimostrarla, ma essa non fu frutto che della sua intelligenza. Con i popoli iberici e gallici decisi a non aiutare in nessun modo i Romani sotto attacco, se non altro perché questi ultimi avevano preferito consolidarsi in Illiria piuttosto che difendere i loro fedeli alleati saguntini, egli comprese presto che la Seconda guerra punica sarebbe stata vinta solo se protratta nel tempo. Come disse Theodor Mommsen[1], Annibale Barca fu il più grande comandante militare di tutti i tempi. Fabio ebbe il merito di comprendere rapidamente quanto sarebbe stato disastroso affrontarlo con un metodo ortodosso.

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The 47 Ronin Series, Utagawa Kuniyoshi, 1917.

Nel 217 a.C., dopo la disfatta sul Trasimeno, Fabio divenne prodittatore e adottò immediatamente una politica difensiva. Come scrisse Cicerone, il suo attendismo snervò la Seconda guerra punica[2]. Evitando la forza d’impatto della cavalleria numida mediante un continuo ciclo di creazione e di smantellamento degli accampamenti militari sui declivi laziali, costrinse Annibale a continue e futili manovre di riposizionamento tattico, nonché a perenni richieste di rifornimenti ai propri sempre meno solerti alleati. Polibio[3] riferì che l’efficacia della tattica di Fabio fu presto chiara a tutti, mentre stando ai sommari[4] di Tito Livio il riconoscimento è stato assai arduo. Fabio fu accusato di inettitudine e persino di tradimento, grazie a un’autentica azione di intelligence portata avanti dai Punici che, sistematicamente, evitavano di ledere nella loro avanzata tutti i possedimenti della gens Fabia, così da far cadere gravi sospetti di collaborazionismo sul dictator. Infatti, l’unico uomo di potere che riconobbe sin dall’inizio delle ostilità le abilità del “Temporeggiatore” fu proprio Annibale. Marco Minucio Rufo, magister equitum, con l’appoggio della plebe, ottenne dal Senato la prima duplice dittatura della storia repubblicana e, proprio perché questa soluzione non aveva precedenti, poté autonomamente gestirla con la stessa impulsività con cui se l’era procacciata: dividendo l’esercito in due parti indipendenti. La prima volta che portò la propria divisione sul campo di battaglia rischiò di vederla decimata e fu solo l’intervento del suo più esperto oppositore a salvargli la vita. Minucio ebbe allora l’onestà di dimettersi, ma il suo esempio non bastò al console Gaio Terenzio Varrone, principale decisore della rovinosa Battaglia di Canne del 216 a.C., durante la quale perse la vita il suo collega Lucio Emilio Paolo. Questo scontro rimane oggidì uno dei meglio orchestrati di tutti i tempi e dimostrò nuovamente che Annibale era proprio quello stratega assolutamente eccezionale che Fabio aveva identificato sin dall’inizio. Dopo l’inverno che seguì, con l’Italia quasi interamente nelle mani del condottiero cartaginese, Fabio non ebbe più un ruolo di primo piano nella politica romana, limitandosi a guidare le truppe in Campania e nel Sannio, finché non riuscì a recuperare Taranto nel 209. Morì nel 203, quando il ritiro dall’Italia di Annibale stava rendendo il valore delle sue scelte indiscutibile. L’anno dopo, Scipione trionfò a Zama e indusse Cartagine alla resa, mettendo a frutto la propria esperienza personale di sopravvissuto alla disfatta di Canne. Quella battaglia fu un capolavoro strategico da entrambi i lati del fronte. Spesso si scrive che la vittoria romana derivò dalla scelta di rinunciare alla formazione a scacchiera, favorendo una disposizione a file che consentisse di incanalare la carica dei pachidermi. Tuttavia, quella formazione rese molto difficile per le truppe di Scipione affrontare la fanteria cartaginese che seguiva gli animali. Sembra verosimile che tale difficoltà fosse esattamente ciò che Annibale aveva inteso produrre[5] e l’idea vincente fu casomai quella successiva di allargare il fronte assottigliando i ranghi nella ben riposta speranza che i reparti della cavalleria latina avessero già disperso i loro omologhi e potessero calare rapidamente sui fanti nemici. L’esito finale fu appeso a un filo così sottile che solo il caso o il destino poté farlo resistere.

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The 47 Ronin Series, Utagawa Kuniyoshi, 1917.

Può sembrare curioso da parte mia scegliere guerre combattute al posto di guerre evitate per parlare di mitezza, ma molte delle più rovinose sconfitte militari della storia sono state provocate proprio dall’incapacità dei generali di mitigare lo slancio delle truppe o la propria stessa veemenza. Quando Fīrūzan lanciò le truppe sasanidi fuori dai sicuri bastioni di Nahâvand e le fece scivolare tra le ombre della gola in cui gli arabi stavano soltanto fingendo di fuggire, quando Custer decise di non ascoltare né Alfred Terry, né i propri scout nativi e avanzò verso un villaggio del quale non sapeva praticamente niente, quando il principe zulu Dabulamanzi kaMpande, reso imprudente dalla vittoria dell’impi presso il monte Isandlwana, volle ignorare tanto la stanchezza collettiva quanto gli ordini del re pur di piantar zagaglie nelle britanniche terga asserragliate a Rorke’s Drift, la mancanza di mitezza ha portato soltanto rovina. Una certa qual mitezza, sepolta e larvata nelle profondità dell’animo combattente, si è rivelata decisiva soprattutto laddove ebbe a mancare.

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The 47 Ronin Series, Utagawa Kuniyoshi, 1917.

Una risposta mite non è da intendersi come una risposta debole, né come una risposta necessariamente pacifista, così come il pacifismo vero e proprio non è appannaggio esclusivo del mondo extramilitare o non-combattente. Quelle di Fridtjof Nansen, Mahatma Gandhi e Nelson Mandela furono, a loro modo, delle guerre che si conclusero con delle conquiste territoriali e con l’affermazione di una realtà e di un progetto socioculturale sui propri rivali. L’eccezionalità di queste esperienze consiste casomai nel fatto che uno scontro nonviolento ha più possibilità di essere giusto rispetto a quelle che potrebbe avere uno scontro tradizionale, perché la violenza può sedurre tutti gli animi, se li coglie nel momento opportuno, ma la nonviolenza seduce solo quelli dei giusti o di coloro che onestamente si provano a esserlo. Non sono sempre miti nemmeno la disobbedienza civile o il non-interventismo. Non erano miti i cittadini danesi che impedivano agli occupanti nazisti di portare avanti le loro stragi indossando in massa, a partire dal re Cristiano X, la stella di Davide e scrivendo Jude indifferentemente su porte e negozi di ebrei e non ebrei, sfumando le distinzioni nell’indistinto. Erano, anzi, guerrieri piuttosto spavaldi. Una logica di genuino disimpegno bellico, come quella statunitense ispirata tra l’altro dagli esiti scandalosi della Commissione Nye dopo la Prima guerra mondiale, è certamente una forma di mitezza, ma questo genere di posizione può anche mutare in un isolazionismo apatico e opportunista. Trovo più sfaccettata, strana e affascinante la mitezza racchiusa nel cuore di una lotta, come quella dimostrata dai semileggendari quarantasette rōnin che vendicarono la morte del daimyō di Akō dopo due anni passati a tramare nell’ombra, fingendosi, agli occhi del loro stesso bersaglio, un innocuo branco di inetti avvinto dalla propria, simulata, mancanza di scopo.

Note

[1] Cfr. Theodor Mommsen, Storia di Roma antica, volume II, tomo 2, p. 661.

[2] Cfr. Cicerone, Sulla cosa pubblica, Libro Primo, 1.

[3] Cfr. Polibio di Megalopoli, Storie, Libro Terzo, 89, 3-4.

[4] Degli originali 142 Ab Urbe condita libri ne sono sopravvissuti soltanto 35, mentre degli altri abbiamo soltanto brevi riassunti, periochæ, scritti da altri letterati nel III-IV secolo d.C., ai quali mi richiamo con riferimento al passaggio 22.9.

[5] Cfr. Giovanni Brizzi, Il guerriero, l’oplita, il legionario. Gli eserciti nel mondo classico, Il Mulino, Milano, 2002, pp. 83-91.

di Ivan Ferrari

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