Di fotografie, pozzi e diritto

Sono seduto con le gambe accavallate che leggo il mio libro. Percepisco il fluire e me-nel-fluire, sono seduto e mi percepisco seduto, leggo tra le righe che «lo Stato non crea diritto, lo Stato crea leggi, e Stato e leggi stanno sotto il diritto» (Kaufmann, Die Gleichheit vor dem Gesetz) e avverto la scia che quest’idea lascia dietro a sé mentre si inabissa nei meandri della mia mente cercando connessioni con altre idee.

Poi mi scatto una fotografia. La guardo. Vedo un giovane uomo seduto con le gambe accavallate che legge il suo libro. Non lo riconosco, né lo credo reale. Come potresti riconoscere un flutto, se lo togli dal fiume? Il flutto è tale in quanto è nel fiume, è esso stesso fiume, la sua cifra identitaria appartiene al fluire, tanto che nemmeno potrebbe essere concepito un flutto senza il fiume.

Così è l’uomo in fotografia. Un non-esistente, un punto fermo dove c’è solo movimento, un falso. Un simulacro senza più nulla di vivo e vitale, imitazione di una imitazione, direbbe Platone (benché con un minimo di funzione pedagogica). La ben rotonda verità (Parmenide), il vivificante è altro.

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È stato detto: date da bere agli assetati. Il gesto di attingere acqua da un pozzo è foriero di suggestioni interessanti. L’attingere è salvifico sia per chi attinge sia per colui per il quale si attinge. È responsabilità perché non si attinge mai solo per sé stessi. Nemmeno Schopenhauer, che nei suoi Tà èis heautòn, un po’ alla moda dell’imperatore filosofo, derubricava la sua vita personale a mero presupposto della sua elaborazione intellettuale, era davvero convinto di beneficare soltanto sé stesso, riconoscendo infatti la funzione di lascito per i secoli a venire della sua opera.

Attingere, sì, ma bisogna aver fede che vi sia acqua al fondo del pozzo. Occorre tentare, pre-vedere, occorre calare la brocca con le mani intorno alla fune e gli occhi dilatati a dismisura nel tentativo di scorgere quello che si sa che non si potrà vedere, ciononostante gli occhi restano dilatati e si dilatano ancora e ancora (non a caso simbolo della filosofia è la nottola di Minerva, con i suoi occhi grandi e lampeggianti). …che essere singolare è l’uomo! «Molte potenze sono tremende ma nessuna lo è più dell’uomo» (Antigone, traduzione di Cacciari).

Un grande Maestro, Francesco Carnelutti, scrivendo di arte e diritto a bordo di una nave in rotta per l’America del Sud, ha osservato che il contadino, quando guarda i muratori che stanno togliendo l’armatura dell’arco dopo averlo compiuto, si meraviglia perché non vede ciò che tiene il luogo del sostegno esteriore e crede, nella sua ignoranza, che non esista nulla, se gli uomini non lo possono vedere (spesso lavoratori della terra e del diritto sono così simili!).

Non si vede, eppure qualcosa c’è che tiene in piedi l’arco. Qualcosa c’è sul fondo del pozzo.

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Quanto è lieto e sempre nuovamente proficuo rileggere lo scritto di Tullio Ascarelli sulle figure di Antigone e Porzia! La prima attinge davvero l’acqua vivificante del pozzo, la seconda non è che un’ombra della verità, un’astuta professionista tecnica che, nell’inventare (in senso etimologico) una soluzione salutare per l’uno, provoca la rovina (in fondo, mi si perdoni ma lo ritengo, non così meritata) dell’altro. Ma Antigone no! La sua figura plastica, espressione imperitura dello spirito greco, al quale sempre guardiamo per sfuggire alla confusione dei nostri tempi (Virginia Woolf), non cerca scappatoie, sotterfugi; ad una Ismene titubante, che la invita a più miti consigli, risponde sprezzante, con una forza che solo la lingua greca possiede e che tradotta è tradita, che si fermerà soltanto quando avrà esaurito tutte le forze. E intanto continua a tirar su la brocca dal pozzo: mentre la legge, legittima, si badi, di Creonte si stringe attorno a sé, lei continua, attinge, non per il bene dell’uno e il male dell’altro, ma per la salvezza di tutti, perché per tutti il comando di Dike è stato posto e nessun uomo lo può sovvertire.

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Una fotografia pretende di fissare ciò che per sua natura è in eterno cambiamento. Similmente un atto del legislatore pretende di conchiudere il fatto concreto nella fattispecie astratta. Ma il giovane uomo ritratto nella fotografia e il fatto storico sussunto nella fattispecie legale sono flutti, non concepibili senza il perenne fluire del fiume che è l’incessante mutevolezza dell’uomo-con-sé-stesso e dell’uomo-con-l’uomo. Il solo fatto che sia possibile scattare una fotografia e che il diritto positivo si fondi sulla norma scritta non significa necessariamente che nella fotografia sia possibile scorgere ancora qualcosa dell’uomo o che la regula iuris cristallizzata nella disposizione normativa conservi ancora qualcosa della sua umanità (che è carattere incontroverso del fenomeno giuridico). È davvero liberatorio ricordare (Grossi, Prima lezione di diritto) che lo Stato non è sempre esistito, il diritto non è sempre stato prerogativa mortificante di un unico e totalizzante legislatore.

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Ma ora ho già riposto il mio libro, è giorno fatto e il mio pozzo mi aspetta; spero ci sia acqua sul fondo; mentre dilato gli occhi fissi nel buio mi sembra di scorgere, similmente a un Govinda ma in giacca e cravatta, «molti volti, una lunga fila, un fiume di volti, centinaia, migliaia di volti, che vengono e passano, tutti, eppure sembrano esser lì tutti insieme, e tutti si mutano e si rinnovano continuamente».

di Andrea Marostica

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