L’ultimo soffio di Clarice Lispector

Una guancia gliel’ha morsicata il cane, ma lei è lì davanti alle telecamere. L’altra parte del viso si era combusta, il classico mozzicone e colpo di sonno. Ma lei fuma lo stesso. Sembrava la Dietrich, dicevano. Gli occhi ancora ancora, De Chirico glieli ha immortalati ormai, ma il muso somiglia a un lupo. Scrive come la Woolf, vociferano. Certo è da quando ha letto Der Steppenwolf di Hesse che non posa la penna. Succederà fra poco. Ma prima un ultimo soffio di vita, senza inchiostro.

Clarice Lispector ritratta da De Chirico

Appare così Clarice Lispector, all’ultima esiziale intervista del ‘77 negli Studios TV Cultura di São Paulo. E poi? Ancora un po’ di pagine incompiute. In Italia però, l’ultimo suo libro postumo esce solo pochi mesi fa. Un soffio di vita, edito da Adelphi grazie alle fatiche traduttive di Roberto Francavilla, più volte in difficoltà, a suo dire, nel capire cosa volesse dirgli Clarice dal buio dei suoi quarant’anni di assenza.

Si tratta forse del libro di un’autrice ermetica, come l’ha descritta João Simões Gaspar? Può darsi, Olga Borelli – amica e assistente – dice che Clarice dubitava persino di se stessa. Però lei si capiva, questo sì. Era solo stanca di sé, arrabbiata con l’io, ma riusciva ancora a rendersi “impersonale” alla bisogna. Ridursi a un “it”, come diceva lei. Mentiva nel non considerarsi professionista, perché non aveva committenti né li voleva. Eppure viveva del suo scrivere. E nel farlo prorompeva persino: «Questo non è un libro perché non è così che si scrive». Un adagio accartocciato alla pipe di Foucault. Una mise en abyme quasi, dacché alberga pur sempre in un libro.

Cos’è allora Un soffio di vita? Non è una narrazione, che lo scrittore brasiliano deve scrivere il meno possibile, diceva Clarice, e certo non le si attagliavano i grandi sertão alla Guimarães Rosa. Non è un romanzo filosofico alla Machado de Assis, perché se lo scritto tocca o non tocca, puntualizza nell’intervista, non dipende dall’intelletto ma dalle emozioni. Non è un poema in prosa, perché nonostante l’ermetismo dei contenuti Clarice rivendica, a differenza della poesia della Meireles, uno stile semplice. Non è nemmeno un dramma romanzato, che a differenza del drammaturgo Lucìo Cardoso – da lei amato e mai avuto poiché omosessuale – mostra una teatralizzazione del pensiero troppo introversa per condensarsi entro un preciso genere letterario.

Insomma, dal tutto e contrario di tutto forse ne viene un cumulo di menzogne. Innocenti, però. Frutto di una premeditata scrittura distratta, come lei stessa confessa. Un impromptu jazz. La lettura di Un soffio di vita prende quindi sempre in contropiede. Ti fa pensare all’autobiografia esistenziale di una Else Lasker-Schüler, ma con un destino rovesciato: anziché dalla diaspora alla terra promessa, dagli Sthetl dell’Europa Orientale alla nuova regione pernambucana. Una dromomania alla Annie Kopchowsky, altra ebra ucraina come Clarice, prima donna a compiere il giro del mondo in bicicletta. Clarice è una sballottolata della storia portata in braccio a due anni per fuggire da un pogrom, che i piedi sulla terra natale non ce li ha mai fisicamente poggiati.

Niente elemento terreo, dunque, ne igneo (visto lo scherzo della sigaretta). Clarice è tutta aria e soffi, acqua e sbuffi. Un’Acqua viva, verrebbe da dire a chi ne ha letto qualcosa. Poi si scopre non solo che in brasiliano significa “medusa”, ma che quello strano mostriciattolo sulla copertina Adelphi non è nemmeno una medusa, bensì un Glaucus, per essere precisi. Bello finché si vuole – come “lindo” d’altronde, che in brasiliano significa “bello” – ma più somigliante a un’acqua fossile, cristallizzata.

E dire che Clarice da piccola i libri li sceglieva solo per i titoli, non per i nomi degli autori. Dal suo stesso prese le distanze, che i fiori (lis) nel petto (pector) proprio non se li sentiva. Se è vero, quindi, che per questo suo ultimo romanzo aveva in mente ben tredici titoli, chissà se fra di essi compariva anche Un soffio di morte. “Moriresti se non potessi più scrivere?”, le chiese l’intervistatore disseppellendo il vecchio experimentum crucis rilkiano dello scrittore autentico. “So solo che quando non scrivo sono morta”, abbozza lei. “Per ora sono morta, vedremo se rinasco. Per adesso vi parlo dalla tomba”.

Quando incontra Mineirinho, il criminale ucciso ingiustamente con 13 pallottole che alla tredicesima lei aveva sentito di potersi reincarnare in lui, o quando incontra Angela, l’alter-ego defunto con cui Clarice si confronta in questo romanzo, ecco che nasce un dialogo impossibile, un “dialogo sopra un dialogo”, come quello in cui Borges suggeriva a Macedonio Fernandez di togliersi entrambi la vita per potersi incontrare da epoche distanti.

Scrittura come atto di rinascita, quindi, poiché atto di morte. Soffio di ossigeno e anidride carbonica. Non più menzogna. Da quando nasce Clarice, come disse Hélène Cixous, la letteratura sudamericana segna un a.C. e un d.C., un antes e un depois Clarice. Sacrificio e resurrezione.

di Federico Filippo Fagotto

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