Kenya West, non solo savana: Whynot Academy

MZUNGU

PARTE I – Whynot Academy

Rifiuti il ricatto di Lufthansa (2€ per gli auricolari) e ti ritrovi con Tom Cruise ammutolito che si scopre omicida nel futuro e muove la bocca come un pesce. Spegni lo schermo. Un 3D della Terra predice gufando l’atterraggio del Boeing pavoneggiante dati altimetrici, così ripieghi nei saggi di DFW in Considera l’aragosta alla fredda luce del tuo neon, chiedendoti quando mai scriverai così. Quando farai d’ironia il vero, dissacrerai i committenti e sminuzzerai come lui i tuoi argomenti in particelle subatomiche.

Il primo piede fuori dal velivolo e già qualcosa non va. La passerella da carico-scarico d’hangar, i controlli blandi. Pale al soffitto mai viste in aeroporto, lampadari d’un galà post-apocalittico. Aria calda. Pesante.

Ma un tassista gentilissimo ti dà dell’akuna matata (il “va-tutto-bene”), un assaggio meno stupidamente disneyano. È la solidarietà. Con metodo a noi ignoto: dilungarsi. Perder tempo con un estraneo. Pole pole. Lentamente.

Ti perdi dal finestrino. Mombasa è all’alba.

Hai una stanza in un cluster d’edifici a catafascio, con panni stesi fuori e voci di vicini. Sei già quasi parte di qualcosa. Ma un cosa che va ancora preso all’amo. Ti irretisce così un omino col cappello militare, dalle parti di Fort Jesus. Ti scorta lui. È una guida. Lo fa precedendoti senza dirti il prezzo. Occhio che l’Old Town è torbida! Così sembra ai turisti in erba, solo divertente entropia in realtà: donne disseminate in bancarelle al grido “kuja!”, l’invito delle sirene. Figuri esagitati al mercato del pesce, un gatto ingolosito. Carretti generosi di cassava fritto. Chapati indiano. In tenuta bianca i musulmani. Decori iconoclasti nel legno di incisori dell’Oman. Colori rossobianchi britannici, biancoblu portoghesi. Il samosa ha la carne. Il mango è strepitoso con paprika sopra. Ghignano a più non posso i bambini sbirciando il mzungu. Mzungu sei tu, mio caro uomo bianco.

Un tuk-tuk ti porterà a Ukunda. Vale un davanzale sull’oceano, vale un red snapper in salsa di cocco, una ronda in canoa alata su un rivo del fiume Kongo. Il nocchiere ha un nome che vuol dire venerdì, l’altro è impronunciabile. È quello che lo assegna al suo clan. Di ritorno monti a piedi sul ferry, in compagnia di suorette fucsia della Chiesa Avventista del Settimo giorno. Scopri che Gesù ama te. Sì, proprio te. Ma devi stare attento (ammonimento), il Kenya è intricato. Lo ripete il passeggero di fianco a te sul bus per la capitale, al vederti scendere da solo alle sei di mattino.

Dormi città. Brillate occhi dei cacciatori notturni e l’insegna di un baretto. Il tuo rifugio. Un sosia di Samuel L. Jackson ammaestra i commensali, offrendo in ordine inverso le tre uniche portate fingendo ampia scelta. Tocca anche a te: caffè solubile, uova all’occhio di bue e mandazi, indigeste frittelle.

Non si capisce dov’è l’ingresso della moschea di Jamia. Guardia premurosa, un altro dei gentilissimi. Ti togli le scarpe con lei e felpi sulla moquette. Vi sedete in biblioteca, fra scaffali d’esegesi coranica e testi sul fiqh. Certo, risponde la guardia, se mi venisse ordinato farei la guerra per il mio Dio.

Chiami un Uber. Boda boda son quelli su due ruote. Molti ricusano la chiamata, quando vedono Mathare nella destinazione. Al nostro non importa, fa il punto croce tra strada e marciapiede. Macchine in colonna invidiose. Scricchiola il telaio su buche e dossi, soffiano le ruote sul fango schivando oggetti animati. Sbaglia una rotonda e la ripercorre contromano, un bastone gli sventola davanti. Who are you? Ti chiede il poliziotto, speso il prologo in swahili col driver. AK-47 sulle spalle.

I work for a magazine, I’ll be visiting Whynot Academy Project in Mathare slum. Sorriso acidulo. Il bastone si alza.

Lasciato poi il mezzo, ti scorta il primo che passa. Tutti sanno dov’è. Hai una certa premura di non restar solo. Dominic? Chiedi a un signore tonico e pigmeo che ti viene incontro. Karibu! Karibu sana. Benvenuto!

Finalmente ci sei. Pronto all’impatto? Segui i suoi passi per non cascare fra pietre sconnesse. E non pucciare i piedi nel liquame. Fra rami di lamiera si apre un chiostro inindovinabile. L’oasi dei berberi formato campo da basket, un lato di rete fra lati di ligneo casolare con tanto di portico a navata. Primo piano a ringhiera come buttasse sul foro d’un circo romano. L’unica bestia è una palla sgonfia. I bambini sono in classe.

Porticine che ricordano stalle, decorate di cannule intrecciate, aprono stanzine alla Gulliver. Banchetti. Sedioline. Ometti in miniatura, tutti scuri. Gli occhietti bianchi rifrangono in penombra. Good Morning, Teacher! Tu esclami: Jambo! Qualcosa la sai anche tu. I bimbi in coro: Poà! (Non smetterai di notarlo, i kenyoti son pieni di scrupoli e ringraziamenti. Educazione inglese?) Le frasi all’unisono ti suonano un po’ forzate, ma son radiosi per davvero.

Whynot Academy è una scuola nella bidonville, costruita da chi c’è nato e cresciuto e non l’aveva. Peggio che rapinare una banca è fondarne una. Meglio che andare a scuola è crearne una.

Giuralo, è sbalorditivo. Intorno c’è la pura decomposizione. Scorre a fianco quello che Dominic ridacchiando chiama il “green Coca-Cola river” (reflue acque nere). Volano in cima bei falchi attratti dalla circostante monnezza, ma lì c’è il microcosmo in senso etimologico. C’è l’impronta del qualcosa, che vuole esserci.

T’eri perso sospeso sulla filastrocca per ricordare l’alfabeto. I nomi degli animali sono inglesi, ma la lettera iniziale viene letta com’è pronunciata. Tutti bambini bilingue. Trilingue addirittura, quelli col dialetto del clan. Hanno il collo di camicia sul cardigan verde spinacio. Sboccia un nodo di cravatta. Calze allo stinco. Dalle lavagne si staccano dei pezzi.

Il passo di Dominic che ricorda una danza precede altre stanze. Un dormitorio incompleto. Una dispensa da campo con la cuciniera che impasta l’ugali. Un ufficio senza corrente. Poi, un ufficio vero con dentro assistenti. Immancabile il felpa-sportiva-con-occhialino-rotondo. Sembra l’entourage di Mandela. 

Si presentano uno ad uno. Orgogliosamente.

Dominic ha la pelle lucida. D’atro ebano. Sopracciglia ossute fanno visiera a piccoli saldi occhi arrossati. È basso, agile, in dispetto all’età non verdeggiante. Parla poco. Illustra con piccole didascalie verbali, le immagini bastino a sé stesse. In effetti è così.

Whynot Academy dà infatti visibilmente lo stacco netto senza ghetto. È il vascello di Peter Pan che non scappa via. Sta lì fra le croci di sentieri impensabili e scioccanti, come un organo che metabolizza il fiele. Il Purgatorio dei bambini di Mathare.

Twende! Incita Dominic. Si va a fare un giro.

Pollame rovista rifiuti. Auto-inseguimenti fra i cani e le loro code. Jenga di mattoncini neri degli charcoal sellers. Scacchi verdi e rossi fra bancarelle pittate dai due trust della telefonia africana – Safari.com e Airtel – . Scritte a mano su qualunque cosa, va forte il sinolo “Hotel&Butchery”. Caschi di minibanane. Cornucopie di fritti. Donne con macchine da cucito. Maschi taglialegna. Ondulati d’Eternit come pezzi di Lego. Li usano per far pareti. Tetti. Ponti. Porte. Scivoli. Specchi. Tanto l’aria la rovinano già i fumi di plastica.

Fecondità di rivoli green-Cola a disegnare i percorsi. L’Acheronte della baraccopoli.

Coches!” esclamano quasi tutti allo sfilare di Dominic. Calcano la pronuncia sull’-es finale.

Chiedi numi. Avesse avuto i mezzi sarebbe in serie A. Risponde. Mica lega kenyana… Europa! Per questo aiuta i ragazzi, solo lo sport li può cavar di lì. Un po’ c’ha ragione. Insomma, è l’allenatore della slum. Rifila un cinque a una persona su tre, che se anche le avesse tutte reclutate per lo spettacolino meriterebbe stupore.

Si è diretti al campo. Proprio di fianco ai casotti della polizia. Non sembra regolamentare, ma Dominic giura di sì. Terra battuta. Il loro Roland Garros, con buche e bottiglie vuote sulle linee.

Ti siedi accanto a lui sugli spalti di metallo affollati. Spicchi come un pinguino nel deserto, mzungu. Dominic se la tira che sta col mzungu. Tu ti vergogni.

I ragazzi corrono come impala. Zero mielina. Puntano la porta e non tirano mai, vogliono entrarci dentro con la palla sul piede. 3-0 al primo tempo. L’arbitro è l’unico ciccione. Vedrai che rimontano, profetizza il coches. 3-1. 3-2. Tutti i goal nella stessa porta, quella dal lato opposto. Appena si segna tutti gridano: Iko!, “Ma quanti goal fa questo Iko?”, non ti mordi la lingua in tempo. Dominic si scuote dal ridere. Iko sta per “proprio così!”, iko sana!

La remuntada s’arresta con l’unica rete dal tuo lato. 4-2. Neanche si emette il terzo fischio che tutti irrompono in campo come fuor di trincea i soldati guidati da Kirk Douglas in quel piano sequenza spaziale.

Il tramonto dice si torna. È una regola non scritta. Al buio cose brutte, come uscissero gli zombi o quei sorrisi sputassero fuori i Mr. Hide. Rincasando si passa un pontile di ferro intasato di umani. È una colletta, per le vittime di ieri. Le proteste nei quartieri poveri per inflazione e rincaro vita vengono prese in seria considerazione dal governo. Anziché le bastonate di routine, pallottole. Tre morti. Dominic indica il punto dove son caduti. Un ragazzino mostra le fasce all’addome. Preso di striscio.

E allora perché – chiusa parentesi al ponte – si respira allegria? Perché qui la gioia è il tempo di Agostino, che se nessuno te lo chiede la sai, la vedi, ma non riesci a renderne conto? Capisci che sono i bambini, ovunque sparsi come la malerba. Con tutto di bene, però. Nel male della bulimia demografica, il buono dello spirito infantile su cui scalpita il moto browniano di questo Paese.

Ci proverà anche Dominic a far la concione.

T’inviterà a casa, in palazzi incompiuti cui hanno eretto la sola cassa toracica. E ci pagano pure l’affitto. Infilerai infradito rosa per entrarci dentro. Nell’una di due stanze, moglie e nuora (indistinguibili) incastrano un tavolino basso fra due divani per far sedere tutti. Metà del poco spazio lo mangia la tv. D’altronde la finestra albertiana dovrebbe spalancare su lontani mondi, non fosse che il faccione del presidente Ruto sullo schermo li tappa. In quel cantuccio stanno anche i due figli. La piccola è celestiale. Ti fa venir voglia di averne quattro uguali e fregartene dell’antinatalismo. Il figlio più grandicello ha perso da poco lo smalto del cucciolo. È l’antilope che corricchia poi inciampa. Ovviamente del calcio non vuole saperne.

Si diceva, proprio allora il discorso di Dominic sulle chiacchiere finali. Nota dolente. Un sol calante. Tema: Lgbt+, la sovrastruttura ha la meglio sull’individuo. Al nostro eroe qui non spicca un pensiero indipendente. Glissi. Nell’amigdala non ci metti le mani.

Si va a letto. La moglie, regina dei gentilissimi, appresta la zanzariera sul materasso a terra. Il tuo giaciglio. Ed è qui, nel primo sopore, che ti senti sgridare da DFW. Lui non faceva spallucce sulle tendenze guerrafondaie e nazionaliste di McCain, pur dovendo recensirlo. L’ammetteva nel farne un ritratto splendente. Non taceva la sofferenza del crostaceo scrivendo la marchetta per la sagra dell’aragosta. Ti veniva fame, ma la compativi. E se tu quindi, pavido, sottaci quel che pensi ti fai snob e paternalista. Capito? Eccolo il mzungu. Lo Straniero. Ma ricorda che mzungu in swahili sta per “viandante”, “viaggiatore”. Perché sei venuto fin qui? Falli sti due passi in avanti. Al coches piacciono i ragazzi in corsa.

Di mattino, a colazione, sfrutti la feritoia d’un silenzio per agire. Inviti sobriamente Dominic a riconsiderare la nozione di omosessualità. Non è una scelta. È un impulso uguale al nostro, diretto altrove.

Lui rimugina un po’, poi annuisce. Non perché sia d’accordo, ma perché ha sfiorato con la lingua un sapore ignoto. Un glutammato ideologico. Gli fa onore averlo deglutito.

Ringrazi per l’ospitalità. Fai lodi sincere al progetto Whynot Academy e ti fai dare gli estremi per le donazioni (*in calce a questo articolo). Questa scuola ne ha bisogno, più forse di altre, essendo stata fondata da un ex ragazzo di strada. Farcela non significa fare i soldi e prender l’ascensore. Significa star lì e costruire un gradino per tutti.

Epilogo: lasci Mathare chiamando un altro Uber. Arriva un ragazzo su una 150 Boxer che ti carica su. All’arrivo ti chiede il triplo della cifra. Protesti, poi scopri che non era lui il tuo Uber. Scambio di persona. Vorresti contrattare ma hai paura che quello si incazzi. Come vede che tentenni invece, cosa fa? Per poco non si mette a piangere.

Il mzungu continua il suo viaggio…

Karibu Afrika Kenya – Whynot Academy, Mabatini Mashimoni Village, Mathare (Nairobi, Kenya) – PO BOX 10157-00200 +254(O)7211477386 – karibuafrika.kenya@gmail.com www.karibuafrika.org

*For donations:

A/C name: Karibu Afrika Kenya

A/C number: 0941118437

Bank: ABSA BANK KENYA PLC.

Branch: Queensway House

Swift Code: barckenx

Currency: KES.

di Federico Filippo Fagotto

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Autore

  • Federico Filippo si risveglia dal sonno dogmatico nella bella facoltà di Filosofia in Statale e si riaddormenta con gli studi a Venezia. Tornato a Milano, dopo il gong della laurea in Scienze Filosofiche, inizia collaborazioni con la cattedra di Estetica e nel frattempo, in fuga dall’accademismo, ha la fortuna di radunare un gruppo di ragazzi pieni di stoffa e fondare la rivista di arte e cultura La Tigre di Carta, cui segue l’Associazione culturale La Taiga che gestisce il teatro e circolo culturale Corte dei Miracoli. Fra editoria ed eventi, gioca col violoncello il bridge e lo yoga. Tutto ciò non fa bene alla salute... meglio scrivere!