Ibn Dāniyāl e i cataloghi delle ombre

Liste gargantuesche di un oculista del Cairo

Per quanto ne sappiamo, i Greci potrebbero essere stati i primi a intuire le potenzialità dell’uso del catalogo in una commedia. Di quel procedimento, dico, che consisteva in un normale atto di elencazione, finché il teatro comico non apprese a trasformarlo in una reiterazione ossessiva di parole e concetti volta a suscitare il riso del pubblico.

Pensiamo a un passaggio dell’Iliade, quello famoso del catalogo delle navi, e proviamo a immaginare cosa sarebbe successo se, invece che per duecento versi, Omero l’avesse protratto per altri quattro libri, giungendo a includervi non solo i nomi dei comandanti degli Achei, ma anche quelli di tutta la teoria di varia umanità che i comandanti si tiravano dietro in guerra: capitani, arcieri, soldati semplici, cuochi, puttane. «E poi veniva Eurimaco, e poi Nireo, e poi Ctesippo, quello che aveva il panificio a Cinisello. E al loro seguito Frine, e poi Glauce, e poi Timandra, quella che a letto faceva dei [lacuna] che non ve li sto a raccontare». Davvero avremmo continuato a prenderlo sul serio?

La letteratura è piena di cataloghi comici, di liste che confondono il lettore proseguendo per pagine e pagine senz’altro scopo che quello di strappargli una risata. Il catalogo dei divertimenti con cui si sollazzava il gigante Gargantua, nel capolavoro di Rabelais a lui dedicato, può esserne un esempio perfetto: duecentoquindici giochi. Una lista che non fa ridere per quel che contiene, ma proprio per la beffa che gioca al lettore costringendolo a far correre gli occhi sulla sua sostanziale vuotezza.

Ora, se i burleschi elenchi della letteratura occidentale sono ben noti almeno a una certa fetta di pubblico, pochi sanno che anche in Oriente la pratica del catalogo comico ebbe i suoi estimatori, tra i quali uno in particolare, Shams al-Dīn Muhammad ibn Dāniyāl ibn Yūsuf al-Khuzā’ī al-Mawsilī, occupa sicuramente ai nostri occhi il trono dell’eminenza.

Il suo nome era già un catalogo. Com’era costume presso gli Arabi, forniva al lettore il suo pedigree salutandolo come “sole della religione” (Shams al-Dīn) e ricordando, a scanso di equivoci, che suo padre si chiamava Daniele. A queste scarne informazioni possiamo aggiungerne altre: era egiziano e viveva al Cairo, dove esercitava con buon successo l’attività di oculista. L’arco della sua vita si stese tra la seconda metà del XIII secolo e l’inizio del XIV, periodo durante il quale fu riverito non solo per le sue conoscenze in campo medico, ma anche e soprattutto per la sua arte di poeta: di lui ci è giunto un nutrito canzoniere, testimone del suo gusto per la satira e l’arguta oscenità. E tuttavia la fama di Muhammad, figlio di Daniele, riposa su un altro e più importante aspetto della sua produzione: quello che oggi lo rende, ai nostri occhi, l’unico autore teatrale del mondo medievale islamico di cui ci sia rimasto qualcosa oltre al nome.

Sul finire del secolo, stimolato dalle preghiere di un amico, Ibn Dāniyāl mise mano a tre testi drammatici per un teatro delle ombre. Era una scelta a suo modo coraggiosa, perché il teatro delle ombre, se da una parte era l’unica forma d’arte scenica che avesse riscosso un qualche successo tra i musulmani, era costretto dall’altra a subire dai benpensanti dell’epoca una continua stigmatizzazione: gli spettacoli comici dei teatri delle ombre, di cui oggi nulla ci è rimasto, erano nella gerarchia delle arti ciò che gli intoccabili rappresentavano per il sistema castale indiano. Le scarse fonti in nostro possesso lasciano trapelare diversi indizi sulla loro inconsistenza, rabberciata in malo modo intorno a una debole ossatura fatta di oscenità e battute che forse, a detta dei moralisti, solo in qualche bettola sarebbero state salutate in modo acconcio da scrosci di risate al barbera.

Ibn Dāniyāl, tuttavia, scelse un approccio diverso. Giocando abilmente con le convenzioni del genere, l’oculista del Cairo seppe costruire qualcosa di spiazzante: tre opere in cui la peggior volgarità da trivio si sposava alla poesia, all’originalità e a una finezza d’espressione che per secoli nessuno avrebbe potuto fare a meno di ammirare.

Per chi, oggigiorno, fonda sul luogo comune le proprie conoscenze sull’Islam, la lettura delle commedie di Ibn Dāniyāl è l’equivalente letterario di un cazzotto sul naso. Le tre opere – Il fantasma della fantasia, Strambo e Mirando, L’ammalato d’amore e l’orfanello – trovano la loro ambientazione rispettivamente nei bassifondi del Cairo, in mezzo a una confraternita di ciarlatani, in un bordello per gay. Il nostro poeta, vero giocoliere della lingua, si muove tra i vicoli della bassa suburra con grazia inaspettata, sciorinando filze di versi che da decenni gettano i traduttori in una cupa disperazione a causa dei doppi – e talvolta tripli! – sensi racchiusi in ogni battuta.

La lettura di Ibn Dāniyāl rappresenta una vera sfida per il lettore occidentale, sprovvisto com’è di modelli di riferimento a lui più familiari cui accostarlo: invano si cercherebbero, nelle tre commedie d’ombre, appigli per paragonarle al teatro greco o a quello europeo medievale. La loro trama è vaga o proprio inesistente, e si dipana lungo una serqua di (o)scene col mezzo di un’alternanza tra lunghi, a tratti esasperanti monologhi in versi e brevi dialoghi in prosa. I riferimenti al sesso e alla scatologia risultano onnipresenti, in misura tale che, se venissero tagliati, quel che rimarrebbe delle tre opere potrebbe comodamente entrare nella parte restante di questo articolo. Nel testo fioccano citazioni coraniche e oscure strizzatine d’occhio alla società del Cairo medievale che però, a distanza di sette secoli, finiscono ormai per ammiccare a una platea di morti.

Gargantua e Pantagruel. Illustrazione di Gustave Doré (1854)

Date queste premesse potrebbe stupire il fatto che invece, tra i meccanismi del comico comuni a Oriente e Occidente, l’uso dell’elenco rientri nella cerchia dei più apprezzati. Per quanto riguarda il suo utilizzo nel teatro greco, Aristofane ce ne ha lasciati splendidi esempi nelle sue ultime commedie: quelli a botta e risposta tra Cremilo e il servo Carione nel Pluto, e quello, nelle Donne in assemblea, ottenuto accorpando i nomi di una ventina di pietanze in un’unica parola che detiene l’imbattuto record di lunghezza nella lingua greca antica. Sono elenchi dotati di una comicità immediata e giocosa, che però impallidiscono se confrontati con la loro controparte araba.

La prima opera della trilogia, Il fantasma della fantasia, a un’attenta analisi risulta essere quasi un elenco di elenchi. Se ne contano a bizzeffe: quello salmodiato dal personaggio del titolo, un saltimbanco gobbo, in lode di ogni cosa “storta” esistente al mondo; quello delle cariche accumulate dal protagonista della commedia, il principe Coito, nel corso della sua folgorante carriera alla corte del sultano; quello dei vizi che hanno accompagnato, e continuano ad accompagnare, il corso della marcia vita del nobiluomo; quello dei suoi cavalli.

Lunghissimo, quanto irresistibilmente comico, è il catalogo squadernato da Ruggito di Miseria, il panegirista ruffiano, per salvarsi dall’accusa di aver satireggiato il principe in una sua ode: scandito da un’alternanza di prosa e versi, costituisce a mio parere il capolavoro di Ibn Dāniyāl. Elencando al principe, nella speranza di ottenerne il perdono, quelli che si presentano come famosi esempi di generosità tratti dalle grandi storie del passato, il panegirista seguita invece a insultarlo, rimpiazzando i protagonisti dei suoi aneddoti con esseri di dubbia moralità dai nomi eloquenti: la regina Bagascia, il saggio Leccamerda col suo compagno Me-Ne-Sbatto, il nobile Buffone (figlio di Ogni-Buco-Della-Vergine) e Scàvamela, l’inviolata suorina.

Anche nella terza opera, L’ammalato d’amore e l’orfanello, un elenco salta subito all’occhio, tanto per la sua lunghezza quanto per la categoria di articoli cui è dedicato: le perversioni sessuali. Perversioni che vediamo sfilare sulla scena, nel gran finale della commedia, presentate dai loro più esperti cultori: un pedofilo, un voyeur, un sadico, un onanista («l’uomo che ha messo incinta la propria mano»), un insaziabile ermafrodito che ci regala, a mo’ di biglietto da visita, forse il punto più basso mai toccato dalla volgarità medievale. Il tutto guarnito da deliziose quartine poetiche in bilico tra genio e squilibrio:

L’uomo versa la dote, la sua bella
Prende per moglie e al godimento arriva;
Io ho sposato una mano verginella:
La dote che le devo è la saliva.

E ancor di più si potrebbe dire, a questo proposito, sulla seconda commedia, un pasticcio privo di trama che fa assurgere l’elenco al rango di struttura drammaturgica. Chiamati a gran voce dai protagonisti, Strambo il vagabondo e Mirando il predicatore, entrano in scena matti, zingari, ladri, prestigiatori, acrobati, in una grottesca processione da corte dei miracoli che non lascia spazio alcuno a ulteriori sviluppi nell’intreccio.

Ibn Dāniyāl, a ben guardare, fu egli stesso un catalogo vivente: poeta di corte, medico, oculista, erudito, commediografo, verseggiatore satirico. Anche un po’ trafficone, a dire il vero, bisogna credere che lo fosse: impossibile credere che qualcuno potesse riuscire ad acquisire una conoscenza tanto approfondita dei bassifondi del Cairo senza sporcarsi i sandali del loro fango e del loro sudore. Può quindi attagliarsi perfettamente anche a lui, se pronunciata con il rispetto dovuto a un genio, la chiosa finale di un altro catalogo, quello cantato da Strambo nel vantare i propri meriti di girovago:

[…] Giurista enciclopedico, pieno d’ogni sapienza,
Per tutti irrevocabile era una mia sentenza;
Esperto di retorica, truffavo gl’imbecilli
E ricchi nobiluomini con gabole e cavilli.
[…] Divenni un oftalmologo nemico della vista,
Mi feci poi filosofo, mi feci poi sofista,
[…] Mi feci anche teologo, e con gli accenti alteri
Delle mie lunghe prediche stupivo i cimiteri.
Senza decenza e stolido, ho sempre fatto il pazzo,
Né poi di tutto questo m’è mai fregato un cazzo.

di Federico Flamineo Franchin

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