John Frusciante. Liberazioni e libertà

Chitarrista virtuoso, musicista elettronico, compositore, simbolo silenzioso e nascosto. O ancora: personaggio strano, drogato, alienato, quello che parlava con gli spiriti. Anima compositiva ed essenza creativa di una rock band capace di far innamorare (o infastidire tremendamente: eccentrici ed esagerati com’erano, i Red Hot Chili Peppers hanno sempre diviso e creato estremismi anche tra il pubblico) un paio di generazioni buone, di segnare indelebilmente almeno due decadi di musica mondiale. Titolo necessariamente storpiato di un fortunato libro che ha portato e porta tutt’ora gran parte delle persone che popolano il nostro angolo di mondo a chiamarlo Jack. John Frusciante è tutte queste cose. John Frusciante è molto di più. È meno di quello che l’esercito di adepti gli ha chiesto di essere. È però certo più di quello che egli stesso vuole essere: icona, suo malgrado forse, lo è diventato.

Un personaggio che ha avuto la fortuna di ottenere dal destino una seconda opportunità, proprio quando tutto sembrava irrimediabilmente perso per sempre. Un personaggio che ha anche però avuto la capacità di scegliere il proprio percorso, la propria strada da seguire nella vita come nell’arte. Un uomo che si è costretto in catene spaventose, che ha chissà come trovato la forza di liberarsi e che da lì ha imparato a scegliere la propria libertà. John Frusciante si è liberato. Almeno tre volte.

La sua è una storia che racconta di una discesa all’inferno e ritorno. Una storia, ancora, di liberazione e ritorno. Una storia fatta di scelte che, tra un passaggio e l’altro, hanno portato a qualcosa che potremmo anche forse chiamare redenzione. Presunta (la prima volta) o vera (la seconda e la terza. Almeno per noi) che sia. Poco importa.

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John Frusciante è stato il più noto e più significativo chitarrista dei Red Hot Chili Peppers, il musicista che ha preso il posto del defunto (eroina, ça va sans dire) Hillel Slovak e che è stato protagonista delle stagioni più luminose del gruppo californiano. A proposito dell’ingresso di Frusciante nella band ci sono almeno un paio di punti da sottolineare, due elementi che risulteranno decisivi per il futuro del nostro. Punto primo: a fine anni Ottanta John è “solo” un fenomenale chitarrista da cameretta, un diciottenne disadattato affamato di musica. Ha una conoscenza teorica che gli altri Peppers (o quel che ne resta: dopo la tragedia di Slovak Jack Irons ha optato per una temporanea ritirata dalle scene e Chad Smith non è ancora comparso. Quanto agli altri due, bè, si stava cercando di raccoglierne i cocci. Erano momenti delicati) si sognano. Ciò detto, John Frusciante paga però un debito evidente ed enorme in termini di esperienza: a differenza dei nuovi compagni (che, al di là del limitato consenso commerciale, hanno comunque pubblicato tre album in studio) non ha mai fatto parte di una band di queste dimensioni, non ha mai vissuto veramente una vita da musicista. Punto secondo: per John i Red Hot Chili Peppers non sono solo e soltanto una rock band. Loro sono la sua rock band preferita, nella quale avrebbe preso il posto del suo idolo. Con la sacrale importanza che solo a quell’età si può dara alla cosa, non è certo poco. L’esaltazione del momento e la conseguente pressione devono essersi fatte sentire parecchio sulle spalle ossute del giovane di belle speranze. Aggiungiamo poi che al suo ingresso nel circo è coincisa la crescita esponenziale del successo dei Red Hot Chili Peppers, e possiamo già indovinare il crollo strutturale subìto da Frusciante.

John Frusciante

John Frusciante

Con Frusciante in formazione, i Red Hot Chili Peppers spiccano il volo. Prima realizzando nel 1989 Mother’s Milk, album che per primo allarga veramente gli orizzonti scrivendo il nome del gruppo su manifesti via via più importanti (dopo i primi timidi tentativi seguiti a The Uplift Mofo Party Plan). Poi, soprattutto, con Blood Sugar Sex Magik, unanimemente riconosciuto come capolavoro e apice massimo della produzione del gruppo. Un lavoro completo sotto tutti i punti di vista, con il quale i Red Hot trovano anche quelle hit che li consacrano nelle classifiche di tutto il mondo. In quelle registrazioni Frusciante si dimostra semplicemente perfetto: non solo si è affermato in modo prorompente come fenomeno della sei corde, ma ha anche saputo lasciare un’impronta tangibile e riconoscibile sul suono della band. Un suono capace di conquistare tutti. Nel giro di un triennio John Frusciante è passato dall’anonimato alla conquista di folle oceaniche, catapultato in un modo che osanna il suo nome e che sembra volergli offrire tutto ciò che possa desiderare servendoglielo proprio lì, a portata di mano. Un qualcosa in grado però anche di disorientare. O peggio.

E infatti John si spezza.

Fin da subito infatti, Frusciante mostra un particolare apprezzamento per il tipo di vita che il suo lavoro sembra richiedere, per i vantaggi, per le porte aperte che la sua nuova reputazione gli regala e, soprattutto, per sostanze stupefacenti di vario genere (band che vai…). In particolare, poi, finisce velocemente con l’immergersi proprio nella stessa spirale dell’eroina, stabilendo in fretta una sinistra continuità con il suo predecessore. A tutto ciò si aggiunge in breve tempo il senso di crescente disagio causato dall’improvvisa ed enorme notorietà che lo ha travolto con la band, una band diventata ormai troppo grande e troppo diversa da quella che aveva amato dalla transenna. Il risultato è un tracollo repentino ed inevitabile, una manifesta incapacità di gestire impegni e contatti umani. Persino suonare sembra non avere più senso come prima. John comincia a perdere contatto con la realtà degli altri, preferendo sempre più immergersi nella propria. Quella fatta di dosi sempre più corpose.

Per cercare di liberarsi da quella che gli appare una situazione sempre meno sostenibile fa l’unica cosa che pensa di poter fare. Scappa, rinunciando a ciò che aveva ottenuto e voltando le spalle i compagni. Nel momento in cui abbandona tour e band, John Frusciante abbandona idealmente anche quei pochi vincoli che lo legavano ad una sorta di normalità sociale. Certo, sempre che di normalità si possa parlare per un ragazzo che di mestiere fa il chitarrista che una sera sì e una no si trova a dover suonare davanti a decine di migliaia di persone, che vive al 100% la quotidianità stereotipata della rockstar; un ragazzo travolto una improvvisa notorietà e una pressione difficilmente immaginabili, e alle prese con una dipendenza che si fa giorno dopo giorno più pressante.

Frusciante lascia il Giappone, prende il primo aereo e torna nella sua amata e pericolosissima Los Angeles. Qui, semplicemente, scompare. Taglia ogni rapporto con il mondo esterno per immergersi completamente nel proprio bisogno. Ci rimarrà per quasi sei anni.

La discesa nei meandri della dipendenza totale è inesorabile: a nulla valgono tragedie come quella dell’amico River Phoenix (che lo vedono, tra l’altro, impotente spettatore) o il senso di deja  che ognuno avverte assistendo fermo al suo isolamento. Frusciante viene abbandonato a sé stesso, o meglio: viene lasciato abbandonarsi. La scena musicale sembra averlo dimenticato tanto velocemente quanto frettolosamente lo aveva accolto come fenomeno; i vecchi compagni dei Red Hot Chili Peppers non si fanno in quattro per rincorrerlo: sono frenati da un lato dal senso di tradimento per l’abbandono arrivato proprio quando finalmente sembravano avercela fatta, dall’altro dalla paura del ritorno di un incubo già vissuto con Hillel. Solo Flea mantiene timidi e saltuari contatti con il vecchio partner: per il resto Frusciante è circondato da spacciatori e altri che con lui condividono quello che appare un destino segnato.

Della realtà si ha una percezione propria, e questo vale per chiunque. Figuriamoci, poi, quando si vede il proprio mondo stravolgersi così tanto nel giro di così poco tempo. Ostacoli invisibili possono sembrarci catene, oppressioni insostenibili; veleni reali, che ci uccidono (neanche troppo) lentamente possono apparire non solo inevitabili, ma addirittura salvifici.

John Frusciante è emblema di questo scontro di visioni. Si, ma qual è quella vera, quella giusta? Un ragazzo solo, abbandonato e preda di una feroce dipendenza da eroina. Oppure, un musicista liberatosi dal mostro del successo, da un mainstream e un’esposizione che non ha mai voluto o chiesto e che gli è piovuto addosso, scendendo fino ad intaccare i valori artistici per lui sacri. Un drogato sull’orlo del baratro o un uomo giunto, più o meno consapevolmente, a rinunciare a compromessi inaccettabili.

Fermiamoci un attimo: l’ultima cosa che queste righe vogliono rappresentare è certamente un’apologia dello stupefacente. La storia e la realtà hanno mostrato troppe volte a suon di tragedie (ad ogni latitudine e livello sociale) come quella della fuga attraverso un buco, un bicchiere o chissà che altro sia una ricerca anzitutto inconcludente, prima ancora che “giusta” o “sbagliata”. Non si vuole qui affrontare un discorso tanto ampio quanto delicato come quello della tossicodipendenza: il rischio di cadute in banalità e moralismi sterili è troppo ampio. L’unica cosa che si vorrebbe provare a suggerire (in questo discorso e sì, anche in generale) è un po’ di cautela nel giudizio. Per quanto paradossale questo possa apparire, una parte di quel Frusciante eclissato sembra infatti aver raggiunto una certa serenità. Forse (anzi, sicuramente) non lucida. Ma, appunto, libera da vincoli e catene ormai divenute non più sostenibili. Quello che vaga, quello che brucia la propria villa sulle Hollywood Hills e finisce per rintanarsi in qualche sperduta camera di hotel è, almeno nelle prime fasi, un Frusciante la cui libertà creativa sembra essere senza freni. Una libertà creativa estremamente oscura e difficilmente comunicabile, per usare un eufemismo. Tra un buco e l’altro John convoglia le emozioni della caduta nella pittura e nella musica. E sono emozioni fortissime, pure, non mediate da linguaggi convenzionali. Emozioni tremende, viste da fuori: sono testimonianze del dramma di un uomo che sta distruggendo il proprio corpo e alterando la propria mente allontanandosi e rifiutando tutto e tutti. Ma questi sono anche segnali di una libertà assoluta, di un affrancamento da qualunque tipo di schema artistico. “Per sei anni mi sono scavato dentro. Sono riuscito a fare quello che volevo, cioè starmene senza fare niente, senza obblighi per niente e per nessuno”.

Con il trascorrere del tempo John Frusciante è sempre più alienato, sempre più difficilmente rintracciabile e avvicinabile: poche sono le testimonianze in grado di aiutarci a ricostruire di quello che sta accadendo al giovane, e i pochi elementi che emergono sono raggelanti. Per farsi un’idea di cosa si stia parlando è sufficiente dare un’occhiata alle rarissime interviste del periodo[1], o a Stuff[2], documentario girato dall’amico Johnny Depp che mostra le condizioni di vita del chitarrista. È il 1994, siamo solo all’inizio del tunnel ma sembra trascorso un secolo dal periodo d’oro di BSSM. È proprio in questo periodo che John fa il proprio esordio da solista pubblicando Niandra LaDes and Usually Just a T-Shirt, il frutto di rudimentali registrazioni casalinghe di materiale iniziato a scrivere già durante la crisi con i Red Hot Chili Peppers. Si tratta di un lavoro impulsivo, estremamente emotivo ed ispirato, all’interno del quale Frusciante convoglia l’enorme quantità di sensazioni e bisogni da cui si sente avvolto. Si tratta di emozioni forti, alterate e difficilmente accessibili: dopo un primo, timido tentativo, l’idea di pubblicizzare il disco e iniziare un tour viene rapidamente accantonata con imbarazzo. Frusciante si definisce ormai orgogliosamente junkie, le sue condizioni fisiche e mentali non potrebbero infatti dare la minima garanzia sulla possibilità che un impegno tale possa essere sostenuto. Il linguaggio espressivo dell’ex Pepper, poi, è francamente oscuro per il pubblico discografico. Niandra è un insieme di pezzi sperimentali, a volte solo abbozzati, più o meno consapevolmente difficilmente ascoltabili. La seconda metà dell’album è composta da Untitled numerati, quasi anche la necessità di distinguere le tracce da titoli veri e propri fosse stata superata strada facendo. Sono settanta minuti strazianti, di fronte ai quali è impossibile restare indifferenti. Sia li si guardi come un disperato grido di aiuto, sia li legga come l’espressione di una raggiunta e completa libertà espressiva. Di nuovo due modi opposti di vedere la cosa, di nuovo: si scelga.

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I sei anni di eclissi di John Frusciante potrebbero essere, nel loro mistero, velocemente ridotti alla semplice distruzione psico-fisica autoindotta di un uomo ormai perduto. Questa, però, finirebbe per essere una visione per forza di cose superficiale. Ciò detto, limitare viceversa a estasi creativa un periodo simile sarebbe certamente una distorsione rosea della realtà. Dopotutto stiamo pur sempre parlando del momento più buio dell’esistenza di Frusciante, un periodo durante il quale la vita del musicista era appesa ad un filo via via più sottile e del quale John stesso ha poi finito col vergognarsi tremendamente. L’annientamento con il quale ha flirtato almeno otto volte (tante, pare, le overdose) ha smantellato in fretta non solo gran parte del patrimonio accumulato, ma anche quella sensazione di libertà artistica e non riconquistata dopo la dipartita. In pochi anni le catene oscure fatte di pressioni e fama mondiale hanno lasciato il posto a vincoli molto più tangibili e opprimenti. Sono i vincoli di una dipendenza radicata e inestirpabile, che lo costringe ad una lotta senza apparente speranza. Inevitabilmente l’eroina altera la sua mente fino ad offuscarne anche la vena creativa. Smile from the Streets You Hold, pubblicato nel 1997 conferma il tracollo di un musicista il cui passato artistico appare remoto e certo non più recuperabile. Per stessa ammissione di Frusciante, l’album, che apre una finestra al mondo esterno sulle condizioni disperate del giovane, è stato realizzato “senza orgoglio alcuno” e al solo scopo di racimolare qualche soldo da potersi iniettare. John Frusciante si trova nel punto più basso. Sempre più solo, sempre più divorato e abbandonato anche dall’unica cosa che lo aveva sempre spinto. La musica.

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Quella che sembrava essere una storia dal finale inevitabilmente già scritto subisce invece una svolta drastica e inattesa. A volte anche le frasi ad effetto riescono ad essere le più adatte, e una come la notte è più oscura prima dell’alba sembra proprio perfetta per il nostro. Dal baratro più profondo, da una quotidianità ormai fatta solo di crack, eroina e cocaina in quantità non sostenibili, John riemerge. Improvvisamente. Sembra che il suo lento scivolare verso la morte sia stato interrotto dalla “volontà degli spiriti” che albergavano la sua mente offuscata e che l’avrebbero convinto che no, non era ancora il momento, che c’era ancora tanta musica da regalare. Altri meno romanticamente sostengono che siano stati l’imbarazzo e la vergogna provati di fronte alla propria descrizione, alla lettura di quello che persino a lui era sembrato un anticipato necrologio. Il giornalista Robert Wilonsky lo aveva infatti faticosamente rintracciato e ne aveva disegnato un ritratto semplicemente raggelante[3]. Nonostante il sincero “non mi importa vivere o morire” con cui veniva chiusa l’intervista, è bello pensare che il piccolo spiraglio aperto al mondo esterno sulle condizioni del fu chitarrista abbiano sconvolto non solo le persone un tempo a lui vicine, ma anche lui stesso. John trova la forza di concedersi un ultimatum: un anno pulito, quasi per vedere l’effetto che fa. Decide di farsi ricoverare in un centro riabilitativo e di cercare di rimettere insieme i brandelli dei vecchi rapporti. Si ripresenta da Flea, vecchio compagno al quale aveva finito col voltare le spalle. Flea risponde. Lo stesso faranno poco dopo anche Kiedis e Smith, su insistenza dello stesso bassista che, lungimirante, vede nel ritorno di Frusciante l’unica possibilità di far tornare a carburare il motore dei Red Hot Chili Peppers, inceppatosi senza il suo talento.

Con la fatica, il dolore e le enormi difficoltà che una disintossicazione da una dipendenza tanto forte inevitabilmente richiede, John Frusciante si libera.

E questa volta la liberazione è lucida. Una libertà fragile dell’equilibrio precario di chi arranca per riconquistare ciò che pensava aver perduto e, insieme, forte dell’esperienza di chi può goderne appieno dopo aver sostato troppo a lungo sul fondo. I cocci dell’uomo e del musicista vengono prima raccolti e quindi faticosamente ricomposti. È un lavoro tanto interiore quanto esteriore: il corpo è martoriato dagli anni di eccessi, i segni restano e resteranno evidenti sulla pelle, su quel che resta dei denti e in fondo agli occhi, soprattutto. Poco alla volta e con l’aiuto e la protezione di chi lo ha ritrovato, Frusciante riprende possesso del proprio estro, riuscendo ad incanalare la forza creativa in qualcosa di più grande e positivo. Californication segna la rinascita, tanto sua quanto dei Red Hot Chili Peppers: è il lavoro di un gruppo maturo, coeso e forte di esperienze che hanno indelebilmente segnato tutti i suoi componenti. I pezzi del puzzle si incastrano alla perfezione, e l’album diventa immediatamente un classico: il successo è travolgente, sotto ogni punto di vista. La più grande conquista, per John va però al di là di ogni gratificazione commerciale: a differenza di quanto avvenuto solo pochi anni prima, infatti, Frusciante sembra aver trovato un perfetto equilibrio tra la propria personalità, la propria creatività e lo status di rockstar che lo show business è tornato veloce a cucirgli addosso. I Red Hot sono in cima al mondo, ma questo non scalfisce la serenità del loro chitarrista. Non più.

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La dimensione in cui si trova sembra essere perfetta: Frusciante è tornato, e sembra essere intenzionato a recuperare il tempo perduto. Lo fa eliminando ogni freno alla propria creatività, che mette al servizio della band e che, soprattutto, lascia correre da sola. Una corsa su una strada parallela a quella del gruppo, e che comincia nel 2001 con To Record Only Water For Ten Days, album che segna un nuovo inizio di carriera e che mette alle spalle i due tentativi precedenti. La musica del nuovo Frusciante nasce qui. Seguiranno, nel giro di otto anni, una quantità impressionante di album (significativo un 2004 con i suoi sei dischi in sei mesi) e collaborazioni (su tutti Josh Klinghoffer e Omar Rodriguez-Lopez), il tutto affiancato dalla continua attività live dei Peppers. La produzione solista è tanto ampia quanto variegata: grezza, alle volte, impulsiva. Album minimalisti e quasi casalinghi si affiancano ad altri finemente prodotti e arrangiati; lavori da songwriter chitarra-e-voce (Curtainssi alternano ad altri che si avvicinano a sonorità più hard (Inside Of Emptiness), psichedelici o elettronici (A Sphere in the Heart of Silence). Il tutto senza quasi soluzione di continuità, se non il solco tracciato da un tocco riconoscibile, inconfondibile e una costante ricerca di nuove forme. La musica di John Frusciante è per chi la ascolta fonte sempre fresca di scoperte, di letture: vuoi per il volume del materiale a disposizione, vuoi perché cambia ogni volta, vuoi anche per un solo aspetto affettivo di chi lo ascolta, perché no. Forse. Sta di fatto che sembra di non conoscerlo mai davvero.

Il culmine della fase artistica che ha abbracciato la decade successiva la riabilitazione è fissato da The Empyrean, concept album del 2009 che segna non solo il punto probabilmente più alto, ma anche la fine di un certo modo di pensare e comporre musica. Si tratta dell’ultimo lavoro realizzato in modo tradizionale: John si trova infatti alla vigilia di una nuova liberazione, un cambiamento che lo porterà addirittura a separarsi dalla chitarra, lui che della chitarra era diventato una superstar[4]. In certi momenti The Empyrean strizza l’occhio ai grandi del passato, ma come un saluto, un congedo a quanto si è amato tanto. È il 2009, si è detto: un anno chiave per John Frusciante, un anno che segna una ulteriore svolta per la sua vita e per la carriera. John compie un’ulteriore passo avanti, slegandosi da vincoli che avevano finito per limitare la sua crescita e la sua ricerca, concludendo un percorso giunto ormai al punto d’arrivo. Due sono i momenti significativi.

Il primo è segnato dalla nuova fuoriuscita dai Red Hot Chili Peppers: una decisione, la sua, che nulla ha a che vedere con la fuga di ormai quasi vent’anni prima. Questa volta la decisione è serena e benedetta anche dai compagni. Semplicemente, in Frusciante le necessità di una dimensione da performer e di un obiettivo commerciale sono pian piano venuta meno. Non più però in modo violento e critico, ma consapevole. Non più con l’astio che lo aveva portato, giovane, a schifare mercato, pubblico e tutto ciò che ne conseguiva, ma con la serenità di chi non rinnega ciò che ha raggiunto e che però ora guarda avanti. John ha bisogno di imparare. Ancora e sempre.

Il secondo, estremo atto è rappresentato, come detto, dalla scelta di posare la chitarra per dedicarsi completamente ed esclusivamente alla composizione di musica elettronica. Questa è una passione nata in Frusciante già anni prima, e che già era stata integrata nelle sue produzioni. Ora però lo stacco è netto: l’EP Letur-Lefr sembra una vera e propria dichiarazione di intenti, un manifesto messo lì ad indicare la strada che John ha intenzione di intraprendere. I successivi PBX Funicular Intaglio ZoneEnclosure e l’album-pseudonimo Trickfinger confermano la metamorfosi di Frusciante, trasformatosi definitivamente in questi ultimi anni in un musicista acid house.

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Come preventivabile, la scelta di John Frusciante di voltare completamente pagina lasciandosi alle spalle l’immagine e le sonorità che lo hanno reso ciò che è diventato ha lasciato fan e critica disorientati, prima ancora che scettici. Non particolarmente sorpresi, probabilmente: dopotutto stiamo parlando di un personaggio che prevedibile non è mai stato. Certo è però che in tanti hanno rimpianto e rimpiangono i bei tempi andati, magari rifiutando anche solo di provare ad avvicinarsi ad un mondo sonoro che non appartiene loro, che è troppo distante dalle loro abitudini d’ascolto.

Si potrebbe quindi forse parlare di una sorta di tradimento, addirittura? No, in realtà. Frusciante stesso lo ha spiegato molto chiaramente rispondendo a chi gli chiedeva conto di una sua dichiarazione male interpretata. “Non ho più un pubblico”, aveva sostenuto. Con questo l’intenzione non era certo disinteressarsi di chi lo ha sempre continuato a prendere come punto di riferimento, mancare di rispetto ai propri fan o addirittura negarne l’esistenza e l’importanza ricoperta in tre decenni di carriera. Anzi. Semplicemente, Frusciante ha eliminato la componente audience durante la composizione: realizzare musica senza presupporre l’esistenza di un ascoltatore tipo che possa in qualche modo ingabbiare la propria creatività diviene uno stimolo irrinunciabile. Quella “mancanza di pubblico” è piuttosto, quindi, una dichiarazione ultima di libertà assoluta. Una libertà conquistata, inseguita e infine raggiunta. Una libertà che lo spinge e creare ancora e ancora. E che quindi dovrebbe essere benedetta da chi di quella creatività si nutre.

Ultimo e naturale approdo di questo percorso che ha portato Frusciante al totale disinteresse per fini che non siano esclusivamente artistici è la decisione di affrancarsi una volta per tutte dalla necessità commerciale, arrivando al punto di distribuire gratuitamente la propria musica. Musica nata da un processo creativo che, non presupponendo il raggiungimento di un compratore finale, non contempla di conseguenza la vendita del proprio frutto. Certo, l’aver venduto milioni e milioni di dischi durante propria precedente carriera deve avere aiutato non poco il nostro a prendere una simile decisione, per carità. Facile essere nobili quando non si hanno certi problemi. Verissimo. In tutto ciò, però, una presa di posizione del genere e una coerenza tanto durevole non sono cose che si trovano tutti i giorni, specialmente in chi per anni ha avuto un ruolo simile all’interno del panorama musicale. Si ammiri o meno la cosa, naturalmente: non c’è giusto o sbagliato. Non c’è brutto o bello. Alla fine è tutto, solo, musica. Che siano le chitarre dei Red Hot Chili Peppers, che sia l’estremismo di Niandra, o il bisogno puro e della ricerca continua tradotto in acid house.

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John Frusciante ha vissuto più vite, da solo si legato e liberato continuamente. La sua inattesa, insperata e inspiegabile salvezza gli ha permesso di tornare. La sua salvezza a noi ha regalato la piena espressione di un artista straordinario. Che può piacere o meno. Che si può provare a conoscere o (più facilmente) no. Che ha scelto in modo lucido, sereno e non polemico di rinunciare alla ricerca di un consenso (peraltro già ottenuto e non più rinnegato) in virtù della ricerca. Per sé stesso. Era meglio quando suonava la chitarra? Chi lo sa, ma infondo a che importa. Si ascoltino quei dischi. Li si amino, magari. Ma non gli si chieda di fermarsi, né di tornare indietro. Da quando è ripartito non l’ha mai fatto.

Quella del musicista giovane, ricco, che ha raggiunto un successo enorme e ci si è perso dentro è una storia sentita e risentita mille volte. Un film già visto, in mille versioni diventate cinicamente tutte subito cult. Quelle degli artisti diventati magliette, poster o aforismi sfoggiati da “fan” che paradossalmente magari nemmeno hanno mai ascoltato qualcosa di loro. Forse perché nemmeno hanno avuto la pazienza di farlo. Perché è certo più facile e veloce consumare e indossare un’immagine: soffermarsi sulla creazione, capirla e farla propria davvero è un po’ più lungo.

Cosa sarebbe successo se il corpo di John Frusciante avesse ceduto come, in fondo, doveva fare in un momento qualsiasi tra il 1992 e il 1997? Non staremmo magari parlando di un altro discepolo di Hendrix da mettere lì, accanto a Stevie Ray? Oppure, sfruttando la concomitanza temporale, l’avremmo forse inscatolato insieme al diamante Jeff Buckley? Saremmo circondati da liceali con t-shirt col faccione di Niandra Lades? Chi lo sa. Forse. O forse no. Probabilmente solo Blood Sugar Sex Magik avrebbe ricevuto la cortesia dell’aggiornamento delle recensioni. Niandra LaDes and Usually Just a T-Shirt e Smile from the Streets You Hold, loro no: sono “troppo” per una simile operazione, seppur postuma. Ma il volto, quello del personaggio, sarebbe benissimo potuto trasformarsi in simbolo: la figura era troppo maledettamente perfetta, la storia già scritta.

E invece no: Frusciante si è liberato dalla catena con la quale egli stesso si era legato. Ha cambiato un finale che pareva già scritto, che siamo pur sempre ad Hollywood in fondo. È tornato a fare ciò che faceva prima, per farlo con tutt’altra prospettiva e, come se non bastasse, per farlo meglio. E meno male.

Note

[1]  Esempio veloce, semplice da trovare: VPRO 1994. Buona visione.

[2] Idem con patate.

[3] Denti marci, cicatrici e quant’altro, prego: R. Wilonsky, “Blood on the Tracks“, Phoenix New Times, 12 dicembre 1996.

[4] Per chi ancora crede in questo genere di classifiche: Rolling Stone lo ha collocato al diciottesimo posto tra i chitarristi di ogni epoca, la BBC lo ha insignito del titolo di migliore degli ultimi trent’anni.

di Jacopo Lorenzon

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