Verso il mercato della Vucciria

La lotta di Guttuso tra Resistenza e Liberazione

Era la guerra ed era soprattutto la fame. Ogni due mesi si andava a ritirare agli uffici municipali la nuova tessera annonaria e se tutto andava bene non si scopriva che la razione individuale di pane era diminuita ancora. Ma nella primavera del 1942 andava talmente male che i grammi di pane spettanti a ogni cittadino italiano – quel pane nero, durissimo, per cui ci si doveva mettere in fila davanti alle botteghe sin dalle prime luci del mattino, ma pur sempre pane – scesero a 150.

Resistenza, era la parola d’ordine: nella vita come nell’arte. Pensava questo Renato Guttuso, pittore, antifascista, cittadino italiano. Ogni giorno si doveva pur arrangiare a mettere qualcosa sul tavolo rosso del suo studio romano. Qualche volta capitavano delle smorte foglie di cavolo: con un po’ di sale (non troppo, perché era caro) e un po’ di olio (ancora meno, perché era prezioso) era un pranzo accettabile e un soggetto per una nuova natura morta niente male. Qualche volta, invece, succedeva che non c’era proprio niente e allora si faceva bastare solo il canestro di vimini vuoto e un paio di bottiglie, pure loro vuote, come soggetto per dipingere. Le disponeva sopra un lungo drappo rosso squillante, che pendeva fiero dal bordo del tavolo come una bandiera, e accanto a un cranio di ariete, che gli era stato regalato da un combattente comunista della Guerra di Spagna. Il ghigno di quel teschio ricompariva spesso nelle sue tele, simbolo criptico dell’orrore della guerra e dell’oppressione in quegli anni di censura.

Guttuso si era iscritto al Partito Comunista due anni prima, nel 1940, il giorno successivo all’entrata in guerra dell’Italia a fianco della Germania. Il giorno successivo pure alla soppressione da parte della polizia della rivista di Ernesto Treccani Corrente, uno dei principali organi della cultura d’opposizione e promotrice del movimento artistico omonimo. Il gruppo di Corrente, formatosi a Milano attorno al pittore Renato Birolli, attrasse nella sua orbita anche il giovanissimo Guttuso, che condivideva l’obiettivo di opporsi alla retorica classicista di Novecento, il movimento allineato con il regime, per recuperare invece la qualità polemica e la lezione formale delle avanguardie europee. Quando capitò tra le mani di Guttuso una cartolina della Guernica di Picasso, recentemente presentata all’Expo di Parigi, egli riconobbe immediatamente nelle sue forme cubo-espressioniste e nel suo aperto messaggio politico un modello a cui guardare. Sin da allora, dunque, aveva sperato in una possibilità di azione politica attraverso l’arte. All’indomani della soppressione di Corrente, nessuno dei suoi affiliati – e tantomeno lo stesso Guttuso – si perse d’animo e smise di lottare per la diffusione di una cultura libera.

Trasferitosi da Milano a Roma, Guttuso mantenne saldo il suo impegno a testimoniare e contestare la drammatica condizione imposta dalla dittatura e dalla guerra, non solo con grandi opere come la cruda e potente Crocifissione, realizzata tra il 1940 e il 1941, ma anche con opere meno eclatanti eppure ugualmente aggressive come le tante nature morte. «Anche se dipingo una mela, c’è la Sicilia», diceva, e in effetti in quelle composizioni povere e insieme audaci era sintetizzata tutta la sua terra natia così contraddittoria e tormentata, in una lirica sospesa tra stoica sopportazione e feroce denuncia sociale. Nel 1943 Guttuso fu costretto a lasciare la capitale per motivi politici e si recò a Quarto, in casa dell’amico Alberto Della Ragione, già mecenate del movimento di Corrente. Intanto Roma, città aperta, era stata occupata dalle truppe tedesche. Guttuso cominciò a ritrarre le stragi di cui furono vittime i soldati italiani, le rivolte dei civili, le torture e le fucilazioni dei “ragazzi della montagna” che avevano preso le armi per difendere la libertà del Paese. I disegni di questa epopea della Resistenza confluirono in un corpus di serigrafie chiamato Gott mit Uns, ovvero “Dio è con noi”, dalla scritta incisa sulle fibbie d’acciaio dei soldati e delle SS. Migliaia di partigiani, combattenti per la libertà in Italia e in tutta Europa, poterono leggerla pochi istanti prima di essere uccisi. Il libro fu stampato nel 1944 utilizzando gli inchiostri delle tipografie clandestine dove il pittore si era rifugiato.

Alla guerra di Liberazione Guttuso partecipò in prima persona. Rientrò clandestinamente a Roma e ricoprì il ruolo di ufficiale di collegamento tra il comando romano delle Brigate Garibaldi e il fronte della Marsica.

Renato Guttuso dipinge i peperoni nel suo studio | Fotogrammi dal documentario di Rai Educational 1975

Renato Guttuso dipinge i peperoni nel suo studio | Fotogrammi dal documentario di Rai Educational 1975

Tra le file dei partigiani la fame era ancora più dura. Non una pastasciutta, che era diventata ormai una delizia quasi aristocratica, ma almeno una semplice panzanella con pane raffermo e pomodori maturi o una cipollata, prima si rimediavano in cucina. Ma ora, sulle montagne, era già tanto racimolare una fetta di polenta, un pugno di riso scotto o mezzo uovo, altrimenti ci si doveva accontentare di mirtilli o castagne dei boschi. Come scrisse Calvino nel romanzo Il sentiero dei nidi di ragno, «i sogni dei partigiani sono rari e corti, sogni nati dalle notti di fame, legati alla storia del cibo sempre poco e da dividere in tanti: sogni di pezzi di pane morsicati e poi chiusi in un cassetto. I cani randagi devono fare sogni simili, d’ossa rosicchiate e nascoste sottoterra». Bisognava solo stringere i denti e la cinghia. L’arte di Guttuso fu in quella dura stagione come una spugna che raccoglieva tutto il sangue, la speranza, il dolore, il coraggio dei compagni. Finalmente fu il 25 aprile. La gioia della Liberazione e la rinascita del dopoguerra risuonavano come non mai, a ritmo di boogie-woogie, in una sua tela del 1953. In primo piano la potente carica vitale dei giovani spensierati che ballavano su quelle note arrivate dall’America, ritratta con uno stile divenuto più realista, metteva in ombra il freddo astrattismo di un quadro di Mondrian della serie Boogie-Woogie che compariva a mo’ di citazione ironica sullo sfondo.

Non era quello il tipo di arte che interessava a Guttuso, il cui spirito combattivo nell’immediato dopoguerra non poteva credere di aver già smesso di lottare e si era subito riarmato da un lato tra le file del Pci e dall’altro su un nuovo fronte, stavolta solo artistico: il Fronte nuovo delle arti. Il movimento raccoglieva la lezione avanguardista, in particolare cubista e fauve, apprendendone la disciplina e la coscienza formale, senza però cedere alle astrazioni, non dimenticando mai la realtà sociale e l’uomo.

Negli anni del boom economico le sue nature morte ritornavano così a colorarsi e profumarsi della bella frutta del suo Mezzogiorno, che tanto era mancata con il collasso del mercato durante la guerra. Angurie succulente, dolcissimi fichi d’India, peperoncini scarlatti esplodevano con una carica dirompente nei suoi dipinti, per culminare infine nel 1974 nel grande trionfo dell’abbondanza della Vucciria. Qui Guttuso rappresentò con un linguaggio crudo e sanguigno e con un pennello deciso il famoso, turbolento e chiassoso mercato nel cuore di Palermo. Seguendo la donna con il vestito chiaro che ci dà le spalle ci sembra di poterci intrufolare nel quadro, venendo travolti da una zaffata di odori inebrianti, accecati dai tanti colori delle verdure e delle carni che si affastellano sui banchi, contendendosi lo spazio, e storditi dal vociare accanito dei clienti e dalle cantilene quasi arabeggianti dei banditori che offrono le alici a mille lire qua, i meloni a trecento lire là. Sgomitiamo, facendoci largo, adocchiando le grosse melanzane, i pomodori e i gambi di sedano sulla nostra destra e progettando già in mente una caponata notiamo le olive poco più avanti; poi però veniamo distratti dal pesce spada esposto alla nostra sinistra, la ricotta che sta un po’ più avanti ci confonde le idee e infine i peperoni che scorgiamo in fondo ci fanno completamente dimenticare se eravamo qui per comprare i frutti di mare per il couscous o se ci serviva la carne per il ragù per preparare gli anelletti al forno. O erano invece gli arancini? Chissà, non importa più. Ci piace esserci persi qui.

di Ilaria Iannuzzi

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