Cedere al panico: come liberare il mostro

Le fondamenta rettiliane scuotono la corteccia del sistema nervoso

Napoli, 8 aprile 2018. Qualcuno esplode 10 colpi di pistola in un luogo affollato senza ferire nessuno. La stampa riporta: «Il panico è stato improvviso: qualcuno ha urlato che stavano sparando ed è scoppiata la psicosi terrorismo. In molti si sono catapultati sulla zona pedonale nei locali affollati di persone che cenavano scaraventando in aria tavoli e sedie, altri addirittura hanno scavalcato la ringhiera rifugiandosi sugli scogli. Le notizie erano frammentarie e qualcuno ha finanche parlato di un attentato. Una donna, colta dal panico, si è sentita male ed è stata soccorsa dagli operatori del 118»[1].

Torino, 3 giugno 2017. Caso tristemente famoso: il panico provocato in piazza san Carlo da 8 malintenzionati con un falso allarme («C’è una bomba!») ha provocato 1527 feriti (che si traducono in altrettanti accessi in pronto soccorso) e, addirittura, un decesso.

Ma com’è potuto succedere tutto questo? Le parole chiave sono panico e folla. La colpa più grave del terrorismo è quello di aver portato lo stato d’allerta tipico delle zone di guerra in zone, sulla carta, in uno stato di pace. In un simile contesto, si rende addirittura superflua la presenza di un attentatore.

La paura, beninteso, è fondamentale alla nostra sopravvivenza individuale, ma l’evidenza dimostra che non è salvifica quando ci coglie collettivamente. Ogni nostra funzione ha un preciso senso d’esistere – se così non fosse, quella componente avrebbe subito un’inesorabile recisione da parte dell’evoluzione. Allora, che senso ha il panico?

Per capirlo, dobbiamo riavvolgere il nastro e tentare di capire come funzioni di norma il nostro sistema nervoso. Partiamo dalle basi: il sistema nervoso è costituito da una porzione centrale (SNC) e una periferica (SNP). È SNC tutto ciò che si trova nel cranio e nella colonna vertebrale. Il resto, il periferico (SNP), è disseminato per il nostro organismo e la sua funzione principale è quella di portare in direzione centripeta il flusso di informazioni esterne e viceversa. Il SNP deve far sì che il SNC non sia isolato dal mondo circostante.

Vengono convogliate informazioni esterne e interne al corpo tramite i cinque sensi noti e tramite altri meno scontati, come l’equilibrio o la propriocezione, che permette di risalire alla posizione assunta da ogni parte del corpo anche senza servirsi della vista o dell’equilibrio.
Per capire cosa succede al livello dell’SNC, suggerisco di servirci della stessa analogia che fece un mio professore a lezione: consideriamo il sistema nervoso come un palazzo di tre piani.

1st 2nd and 3rd floor | © Anna Laviosa 2018

1st 2nd and 3rd floor | © Anna Laviosa 2018

Al piano terra collochiamo il cosiddetto cervello rettiliano, che è presente, appunto, anche nei rettili. Siamo raso terra e in effetti abbiamo qui tutte quelle funzioni basilari determinanti per la nostra sopravvivenza: qui ci sono i centri dell’SNC per l’attività cardio-respiratoria. A questa funzione corrispondono specifiche zone anatomiche: il tronco encefalico e il cervelletto, la parte più bassa dell’encefalo.

Al primo piano, invece, troviamo il cervello emotivo; anatomicamente, cioè, vediamo il sistema limbico con l’amigdala e l’ippocampo, ossia le nostre centraline emotive. Questo piano comprende le emozioni primarie: paura, tristezza, rabbia, disgusto, felicità e sorpresa. Ognuna di queste è fondamentale per la nostra crescita e ha un preciso senso evolutivo: pensiamo a quanto ci è stato utile provare disgusto per i ragni. Anche oggi, banalmente, il disgusto del nostro cervello emotivo ci protegge da ciò che sembra intuitivamente pericoloso o che ci ha pugnalato alle spalle l’ultima volta che lo abbiamo fatto entrare (ahimè, mai più rum, per me). A questo piano si trova anche la ricerca di attenzione, il circuito della ricompensa di cui si è parlato nell’articolo di medicina sulla Diminuzione, il divertimento, i centri neuronali e le risposte neuronali alle sostanze che generano dipendenza.

Arriviamo ora al secondo e ultimo piano, dove soggiorna il cervello cognitivo. È la corteccia, il cervello che tutti conosciamo. Qui risiedono i pensieri, le competenze cognitive, la capacità di produrre pensiero, riflettere sulle azioni, prevedere le conseguenze di ciò che facciamo o potremmo fare. Indubbiamente il più sofisticato, è grazie a questo piano che abbiamo la capacità di riflettere sul nostro operato, orientando le nostre azioni verso ciò che fa bene e rinunciando a ciò che fa male.

Ora che abbiamo toccato le basi del funzionamento della mente, proviamo a tornare a parlare delle notizie di cronaca che legano il panico della folla a feriti o morti. Normalmente, la sofisticata corteccia tiene a bada i piani inferiori. Si fa condizionare anche pesantemente, ma l’ultima parola ce l’ha sempre lei. In questi casi, la situazione si sovverte. Ora che scrivo, il presidente emerito Napolitano è ricoverato per un malore, pare grave. Glisso sui dettagli di cosa ho letto, ma ho fatto in tempo a vedere sui social media diversi commenti di una bassezza mefistofelica all’indirizzo del politico, evidentemente inviso a molti.

Perché? Perché una persona dovrebbe accedere al proprio account social, leggere di un malore di una persona che, oltretutto, non conosce personalmente, e sprecare un po’ del proprio tempo limitato per augurargli le piaghe d’Egitto? Molti di questi amici di Belzebù sono detti “leoni da tastiera”: sono feroci sputasentenze solo nel web, ma basta parlarci dal vivo per scoprirli agnellini («Non lo pensavo veramente, l’ho scritto così, chiedo scusa»). Analizziamo cosa succede nel palazzo della mente: queste persone hanno lasciato che prevalesse il piano emotivo (rabbia, invidia) su quello cognitivo. Anche ora che chiedono scusa, in realtà, sono governati da un altro sentimento: la vergogna. Non tutti sono in grado di riconoscere i propri impulsi man mano che li provano, ma tutti siamo soggetti all’effetto delle emozioni.

Il panico è espressione del cervello rettiliano, del piano terra. È la risposta alle situazioni di estrema emergenza e ha un esito binario: lotta o fuga. Un esempio: qualche tempo fa è stato il mio compleanno. La mia famiglia mi ha preparato una torta e un regalo. Per sorprendermi, mi hanno svegliata a mezzanotte per farmi gli auguri, portandomi la torta con qualche candela accesa sopra e cantando insieme la canzone di rito. Io, del tutto addormentata, mi sono svegliata all’improvviso, nel panico, gridando «al fuoco!» alla vista delle candele e tentando di fuggire dal letto in una scena degna di Mr Bean – diventando così lo zimbello di casa. Non avevo a quel punto una lucidità sufficiente perché il cervello cognitivo imbrigliasse i piani inferiori, quindi ho risposto con il sistema di base, che ha tentato di salvarmi da un pericolo inesistente.

Il piano terra è estremamente influente perché in un istante porta l’organismo dove vuole, al di là della nostra capacità di ragionare. Nel milanese è raro che il panico abbia una qualche utilità, che quindi liberiamo spesso per sbaglio. Se però nasciamo nella parte dolente del globo, il panico può fare la differenza tra vita e morte. Non parlo solo di chi si trova in zone di guerra, ma anche di chi vive in zone sismiche o con un partner violento (circostanza frequente anche nel milanese, questa). Se c’è un reale bisogno non c’è nulla che i piani alti debbano fare e anche solo interpellarli diventa una perdita di tempo. Conoscere le dinamiche della folla può essere utile in diversi campi per la prevenzione di tragedie che non sono dovute veramente agli attentatori, ma alla mancata attenzione nei confronti di nostre risposte francamente prevedibili. Inutile a dirsi: anche in questo, il vero nemico siamo noi stessi.

Note

[1] Fabio Postiglione, “Napoli, spari sul Lungomare: panico tra la folla della domenica sera”, in Corriere del Mezzogiorno, 9 aprile 2018.

di Yasanthi Ilayperuma

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