Corde vocali

«Ho un tumore alle corde vocali», disse lei cercando affannosamente di aggiungere una risata distensiva che rimase strotazza in gola.

Per distaccamento emotivo quella notizia venne percepita da lui come varianti ipotetiche ed onomatopeiche. Nella sua testa la variazione si avvicinava a note. Umore (pessimo di entrambe le parti, per motivi forse differenti, forse), calore (del sangue che premeva nelle tempie e colorava le orecchie o che da esse colava), timore (di aver detto, di aver capito, di aver frainteso), ed infine rumore (a spazzar via tutto il precedente).

«Vado a correre», rispose.

«Vado a riposare», ribatté lei.

Si addormentò fugace e sognò una lucciola che componeva la sua danza a intermittenza in una gelida notte d’inverno, l’ambiente immobile, pietrificato o dipinto.

Le sembrò la cosa più naturale del mondo.

Il sole, caldo ma non troppo, iniziava la lenta discesa verso altro emisfero in contratalare al passo veloce di lui. L’avvolgente calore non era l’unico aspetto di compagnia. Gli spicchi luminosi interrotti brevemente da stecche ortopediche lo seguivano e più la corsa era sostenuta più il gioco di flash a intermittenza dava i suoi frutti.

Linee di colori accesi, anzi schede, moduli, archivi di luce o scanner d’ufficio, lo sezionavano e lo catalogavano come radiografie, lo tagliavano nel corpo e gli entravano nella corteccia cerebrale stimolando circonvoluzioni inoperose di materia grigia. Fotoni e sinapsi si spegnevano e si accendevano cristallizzandosi nelle gocce di sudore (arcobaleni in scala 1:10.000), lo accecavano per interminabili frazioni di secondo, come accendini accesi di fronte a occhi di cieco.

Nell’attimo prima dell’intuizione vitale, gli arbusti a lato della strada finirono e si trovò davanti un campo di fango, unione di terra sabbiosa e piogge dei giorni che furono, il tutto cementifiacto dalle ultime giornate torride: crateri e craterini, dune e dossi e terra secca cosprasa di insenature come rughe che invadono il viso di vecchi ospiti dell’ospizio, marrone chiaro, un colore chiaro indefinito; paesaggio lunare privo di sbarco umano.

All’orizzonte montagne innevate, solo il bianco, solo bianco, solo un colore unito e niente più; impossibile scrutare altro da così lontano, quello che a occhio umano sembra un paesaggio completamente selvaggio è in realtà un deturpato impianto sciitstico con migliaia di persone che si muovono in circo acquatico Tornato dall’attività fisica si concesse una doccia calda per eliminare milioni di iridi formate su tutto il corpo senza accorgersi di nulla, di averle create, di averle distrutte.

Furtivo uscì dal bagno per non farsi sentire da lei che dormiva nella stanza accanto, timoroso di venir chiamato a una compagnia che proprio non era il momento.

Lui, volendo riposare, trovò rifugio nel divano in salotto, accoccolandosi come in cuccia di animale, in posizione fetale cercando il sonno, l’agognato riposo che non venne così spontaneo. Fu una durissima lotta di nervi: ogni qualvolta la fase REM sembrava prendere il sopravvento, piccoli ma decisi strattoni elettrici lo svegliavano di soprassalto. Dopo pochi, oggettivi giri di lancetta, percepiti come interminabili ore soggettive, prese sonno e nel sonno vive.

In un divano riposa il defunto nonno lì anocra vivo con un gesso alla gamba destra.

Un gesso aperto sul davanti, la classica doccia, è aperto anche il piede del vecchio. Il collo non c’è, è stato asportato e si vede solo il sangue rattrappito, un odore di marcio acre e nauseabondo che brucia le narici.

Ilustrazione di Rocca Malfanti aka Kina

Ilustrazione di Kina

Si svegliarono nel medesimo istante con due stati d’animo paralleli, come quando, a lezione di gerometia delle scuole medie, una stanchissima maestra (che insegna da 40 anni e ha perduto la volontà da 38 e recita a momeoria lezioni sempre uguali e sempre più noiose e pensa di avere sempre ragione e anche gli studenti pensano di aver sempre ragione e anche i genitori e anche il bidello e perfino il preside) ti spiega che due rette parallele si guarderanno sempre senza toccarsi mai.

Mentre lei dormiva e beatamente riprendeva le forze svegliandosi riposata e di buon umore, lui litigava con Morfeo perdendo palesemente per KOT e si rianimava di malavoglia più stanco di prima, lì fuori, fuori di casa, fuori in paese fuori per la nazione e oltre, una classica bufera di neve estiva aveva fatto il suo corso.

Iniziando un fiocco alla volta, con parsimonia, solo come natura può fare, lavoro certosino senza mai dubitare, proseguendo poi con vento, freddo e con sempre maggior climax cristallizzò tutto intorno come se il mondo fosse all’interno di una palla di vetro; tutto fermo immobile bianco.

Un foglio di carta pronto per esser disegnato, una tela vergine pronta a esser deflorata con colori e squarci come nel mondo primitivo e sottosopra della classe delle medie quando un maestro di educazione artistica, austero con barba lunga e sigaretta sempre in mente, quando non era effettivamente nelle sue fauci smaniose, faceva unificare di nero con pennelli e colore una tavolazza, e dopo che questa era asciutta nella lezione successiva era pronta a prendere vita grazie ai bianchetti che delineavano dalla mano degli alunni alberi, orizzonte marino e barche a vela.

La Festa

Tetti che si vedono dai terrazzi dei vicini. Innevati, entrambi, i tetti e i terrazzi scivolosi, comignoli che sbuffano e pretendono aria, cani impazziti che orinano disegnando dei Klee color giallo acceso e cacano arte plastica, piano piano la tinta unita viene a scemare e il complesso diventa più complesso; macchine segnano curve e i cerchioni sporchi inquinano di marrone il velo stradale, orme di piedi di sesso e numeri disomogenei, ghiaccio e poi ghiaccio rotto e ciuffi d’erba più o meno lunga che combatte fiera per riappropriarsi delle circostanze, timidissimi pupazzi di neve con nasi di carota rigoromasente bio, attività sportive e ludiche decisamente inusuali.

Un dipinto vivo.

Visto dall’alto di un campanile.

Come si è formata così la neve si scoglie e tutto torna.

Il Disagio

Tante bestemmie e tantissime imprecazioni che non stiamo qui a enunciare.

Genti che accendono le macchine ricoperte di binaco granuloso come docletti al cocco e si affrettano affannosamente ad arrivare alla propria vettura come fosse il morbido centro al cioccolato.

Incidenti stradali a ripetizione, treni fermi, disagi, disastri e rirtadi nonché una serie di ritardati che affollano i supermarket facendo scorte per i prossimi dieciundici giorni.

Voli soppressi, negozi chiusi, gente che non fa altro che lamentarsi guardando ossessivamente siti meteo al cellulare.

Un manicomio vivo.

Un encomio a chi è rimasto calmo, che la neve si scioglie e tutto torna.

Non tutto come prima, forse meglio, comunque diverso come le due cicogne bianche che volteggiano qui dinnanzi sul canale, acqua limpidissima e neve sciolta danno l’impressione che sia tutto più pulito, tutto più puro, che si possa donare qualche cosa di diverso, che si possa iniziare con una pagina bianca davanti a noi, un nuovo inizio, differente da scrivere assieme.

«Sei sveglio?»

«Sì.»

«Vieni qui.»

«No.»

«Stiamo un po’ insieme.»

«…»

«Dai, vieni che stiamo un po’ insieme.»

di Mattia Ricci