Yves Bonnefoy. Pensiero e poesia tra due mondi

La volontà di dedicare spazio alla figura di Yves Bonnefoy (Tours 1923 – Parigi 2016) nasce dall’esigenza di rendere omaggio a uno dei maggiori poeti francesi del Novecento, scomparso di recente, con un percorso di interpretazione, lontano da pretese di esaustività, che vuole essere innanzitutto un invito alla lettura e alla scoperta della sua opera.

O nostra forza e nostra gloria, saprete voi
squarciare la muraglia dei morti?[1]

Da un lato, una produzione poetica che copre mezzo secolo, senza nulla cedere della sua intima coerenza, dall’altro un corpus proteiforme di scritti in prosa fanno di Bonnefoy un intellettuale a tutto tondo, interessato a promuovere l’interazione tra i saperi, con autentico respiro umanista, argomentando in particolare il ruolo delle arti figurative nella costruzione iconografica dell’immaginario poetico, come testimoniano le felici collaborazioni con il fotografo Raoul Ubac e il pittore Joan Mirò e la saggistica di argomento storico-artistico.

Inoltre, Bonnefoy non è esente da preoccupazioni di natura filosofica nel fondare la sua attività di scrittura nei termini di una ricerca sul mondo, nozione opacizzata da secoli di speculazione e culminata, secondo il suo giudizio critico, nell’esperienza surrealista, a cui pure si accostò in gioventù. Essa avrebbe «disertato il luogo, il mondo a cui siamo assegnati, in nome di un altro ordine di realtà»,[2] collocandosi di fatto nel solco della modernità più tipica nella svalutazione delle apparenze sensibili. Tra l’edificio di concetti e relazioni pure di tanta filosofia moderna e contemporanea e la ridda di sogni e pulsioni, in voga nelle arti e nella letteratura d’avanguardia, si ravvisa un inaspettato punto di contatto nella considerazione quasi esclusiva del soggetto, del ripiego verso l’interno del sé. Bonnefoy percorre a ritroso questa storia di un errore, pensando le sue raccolte poetiche come altrettante stazioni di un cammino, che è sforzo, di un viaggio, che è inseguimento di uno sfuggente qualcosa, verso il recupero del senso originario del mondo. A corredo di ciò, una scrittura materica, aspra, a tratti violenta, che non indugia in un facile vitalismo ma metodicamente scarnifica corpi e oggetti, fino a trasformarli in carne, sangue, pietra e fuoco. Si consideri a questo proposito il primo testo della prima raccolta, significativamente intitolata Anti-Platon (1947), che ha tutta la forza di una dichiarazione di intenti:

Si tratta proprio di questo oggetto: testa di cavallo più grande che nella realtà, dove mette radici tutta una città, le sue vie e i suoi bastioni che corrono in mezzo agli occhi, sposano il meandro e l’allungamento del muso. Un uomo ha saputo costruire di legno e di cartone questa città, e illuminarla di sbieco di una luna vera, si tratta proprio di questo oggetto: la testa in cera di una donna che ruota sfrenata sul piatto di un grammofono.

Tutte cose di qui, paese del vimini, del vestito, della pietra, ovvero: paese dell’acqua sui vimini e le pietre, paese dei vestiti macchiati. Questo riso coperto di sangue, ve lo dico, trafficanti d’eterno, volti simmetrici, assenza di sguardo, pesa di più nella testa dell’uomo che le Idee perfette, che non sanno che scolorire sulla sua bocca.[3]

Per quanto Bonnefoy, che aveva condotto studi di filosofia, logica e matematica, conoscesse le attrattive del pensiero astratto, con una lucida scelta di campo opera una rivalsa sulla concettualizzazione, preferendole gli umori della terra, lo scorrere dell’acqua, la solidità della pietra, il contatto dei corpi, senza cadere nell’eccesso opposto di materialismo. Infatti, costante dell’opera di Bonnefoy sarà la tendenza a mitigare tale poetica delle cose presenti, collocandole in una dimensione liminare attraverso una serie di immagini, quali il lampo, l’alba, la soglia, che ricorrono innumerevoli volte, specialmente negli ultimi versi dei componimenti. Valgano questi due esempi:

Yves Bonnefoy, PoèmesVerità

Così fino alla morte, volti riuniti,
gesti maldestri del cuore sul corpo ritrovato,
e sul quale tu muori, assoluta verità,
questo corpo abbandonato alle tue mani indebolite.

L’odore del sangue sarà quel bene che cercavi,
bene frugale che si irraggia su un aranceto
Il sole girerà, con la sua viva agonia
illuminando il luogo dove tutto fu rivelato.[4]

Il paese scoperto

La stella sulla soglia. Il vento,
tenuto nelle mani immobili.
La parola e il vento lottarono a lungo,
E poi d’un colpo fu questo silenzio del vento.

Il paese scoperto non era che pietra grigia.
Molto lontano, molto in basso giaceva
il lampo di nessun fiume.
Ma le piogge della notte sulla terra sorpresa
hanno risvegliato l’ardore che tu chiami tempo.[5]

Se questi tòpoi segnano la non compiutezza dei frammenti lirici nel loro fluire secondo il ritmo della terra, contestualmente riflettono, in termini di istantaneità o di passaggio graduale, la possibilità di uno svelamento oltre le cose, di un accesso al pays découvert, non sempre consolante ma cruciale e necessario. Tuttavia, il fatto che l’epistemologia non si esaurisca nella materialità non induce Bonnefoy nell’inganno di una rifondazione metafisica, piuttosto lo spinge a riconsiderare l’espressione materiale dell’immateriale intelletto umano, il linguaggio. A proposito della raccolta Nell’insidia della soglia (1975), dichiara in un’intervista:

Se le soglie sono illusioni, “insidie”, anche le insidie possono diventare occasioni per una riflessione più lucida. E quindi, a loro volta, possono diventare soglie attraverso le quali accedere alla verità nel proprio rapporto con se stessi: là dove l’essere nasce dal non avere. Il libro tenta di fare questa esperienza che è anche una mise en question della scrittura, spazio di tutte le insidie; tende verso quelle parole che rinunciano a imporre i loro sogni e che possono anzi, nella dissipazione di questi sogni, consentirci una luce nuova.

La parola, definita “compito fatale”,[6] si fa autenticamente poetica, perchè, come da etimologia, è poietica: ha in sè la virtù demiurgica, creatrice e la esplica nell’atto originario della denominazione, ripetutamente evocata da Bonnefoy come suprema esperienza conoscitiva. Tale posizione lo avvicina per sensibilità alla cultura greca e alla sacralità che essa attribuiva alla parola rivelatrice del mito, ben presente nell’immaginario del poeta. L’Olimpo, Amore e Psiche, ma soprattutto Douve, figura femminile ibrida tra una Menade e un’Artemide cacciatrice, protagonista della raccolta Du mouvement e de l’immobilité de Douve (1953). «Io parlo in te; e ti stringo / nell’atto di conoscere e di nominare».[7] Il bisogno definitorio rispetto a un contenuto essenziale è soddisfatto da un linguaggio scarno e chiaroscurale, che procede per sottrazioni e fa emergere dal negativo del testo ciò che positivamente potrebbe essere, con una tecnica quasi fotografica ben nota a Bonnefoy – proprio al rapporto tra poesia e fotografia dedicò il suo saggio forse più noto.

Lei si china su di lui, mormora:
Vuoi che diamo ancora dei nomi,
perchè sai mai ci rivedremo?
Sì, lui dice, io ti chiamo, esitazione[8]

[…]

[…] E quest’altra, nello specchio? Si avvicina
alla tua, che le va incontro, le loro dita si toccano
quasi, ma nel nulla di questa distanza
s’apre l’abisso tra essere e apparenza.[9]

I due passi, tratti dall’ultimo lavoro di Bonnefoy L’ora presente (2011), edito in Italia nella collana Lo Specchio, esemplificano anche, tra gli altri, una poesia di assenze, negazioni e lontananze, costruita su un tono minore, discreto e solenne a un tempo. Se una scrittura controllata rimane la cifra della sua produzione, le immagini più crude delle prime raccolte lasciano il posto a un’atmosfera pacata, segno della maturità raggiunta e dell’accettazione della fine vicina. La tematica della morte accompagna, in realtà, tutto il percorso dell’autore come ineludibile interlocutrice del suo discorso esistenziale, con una ricorrenza lessicale impressionante e un apparato di immagini riconoscibile, ad assicurare, tra l’altro, notevole solidità all’impianto comunicativo dei testi. Nella poesia di Bonnefoy, che il critico Starobinski definisce «entre deux mondes», tra due mondi, la morte fa insieme da giuntura e da varco tra le due dimensioni, la realtà e il pensiero, in quanto dato naturale e assillo spirituale. Inoltre, la condizione mortale, come caratteristica essenziale del genere umano, da un lato può forse rispondere agli interrogativi definitòri rispetto agli abitanti del mondo, dall’altro costituisce una frontiera estrema della ricerca, oltre la quale non è dato proseguire.

Se la riflessione di Bonnefoy segue gli arcani movimenti della natura nel loro svolgimento – tema, questo, leopardiano – e li decifra con gli strumenti del linguaggio, allo stesso modo è consigliabile che il lettore, per fruire della sua opera e apprezzarne l’organicità, assuma la medesima prospettiva, quella dell’inseguimento dell’essere e del suo nome, molteplice come le cose del mondo. Raccolta dopo raccolta, gli si schiuderà un prezioso saggio di poesia-pensiero, che spicca per la sua purezza nel ginepraio della contemporaneità.

Note

[1] Yves Bonnefoy, Du mouvement et de l’immobilité de Douve, in Id., Poèmes, Gallimard, Parigi 2015, p. 113.

[2] Jean Starobinski, La poésie, entre deux mondes, in Yves Bonnefoy, Poèmes, cit., p. 13.

[3] Yves Bonnefoy, Anti-Platon, in Yves Bonnefoy, Poèmes, cit., p. 33.

[4] Yves Bonnefoy, Du mouvement et de l’immobilité de Douve, in Yves Bonnefoy, Poèmes, cit., p. 105.

[5] Yves Bonnefoy, Hier regnant désert, in Yves Bonnefoy, Poèmes, cit., p. 170.

[6] Yves Bonnefoy, Du mouvement et de l’immobilité de Douve, cit., p. 89.

[7] Ivi, p. 77.

[8] Yves Bonnefoy, Cancellare oltre, in Yves Bonnefoy, L’ora presente, Mondadori, Milano 2013, p. 45.

[9] Ivi, p. 33.

di Elena Battaglia

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