Autobiogrammatica e linguaggio incorporato

In Autobiogrammatica, pubblicato per Minimum Fax e candidato al Premio Strega 2024, Tommaso Giartosio si trova alle prese con il proprio lessico famigliare. Negli anni in cui Lessico Famigliare di Natalia Ginzburg spopolava, la sua famiglia aveva deciso di prendere nota delle espressioni usate in casa, che in seguito l’autore approfondisce nei propri quaderni neri. Il libro è aperto dalla Presa di parola. Viene introdotta qui la molteplicità linguistica che è poi ampliata e sistematizzata in Abbecedario. L’io narrante immagina che le parole della sua vita si siano depositate in una soffitta mentale, più precisamente «la soffitta di una torre», attraversata da raggi di luce, con il parquet «come una lastra di ghiaccio»: le parole scivolano e ritornano alla mente o vengono dimenticate. La soffitta metaforica è anche definita orizzontalmente come «anticamera del cervello».

Proprio alla fine del sottocapitolo intitolato L’anticamera del cervello che apre il capitolo Parola, il narratore afferma di compiere dei «carotaggi a campione» e le espressioni, soprattutto quelle della madre, sgorgano in una piena incontenibile e allora cerca di trattenersi: «Sono troppe, devo fermarmi! Sfoltire! Condensare! Ridurre! Ma non riesco a ridurre, si chiamano, si attirano come una catena di calamite…».

Il processo fenomenologico di ritrovamento mnemonico di un’espressione lessicale pregnante che attua Giartosio è esplicato nel capitolo Tutti hanno già scritto questo libro. La strategia è spiegata grazie a Valery di Amy Winehouse, canzone incastonata nella mente dell’io narrante indipendentemente dalla sua volontà di ricordarla. In prima istanza serve uscire da sé e vedersi da fuori, guardare attraverso per vedere le parole («I look across the water»), in seguito costruire un’immagine mentale («in my head I paint a picture») e infine c’è un ritorno («come on over»): «la persistenza carsica delle parole», che secondo l’autore è più consapevole in alcune persone come gli scrittori, i poeti, i distratti, i feticisti, gli enigmisti… ma è in fondo una condizione che riguarda tutti. Tutti possediamo un lessico famigliare e anche un contro-lessico individuale, creato come difesa dal peso delle proprie origini, per cui: «tutti hanno già scritto questo libro».

La parola si oppone allo scorrere del tempo e rappresenta un «ralenti». A questo proposito, l’autore inserisce una brillante constatazione di ascendenza agostiniana: «Sembrerà paradossale scriverlo qui, ma il passato, ormai l’ho capito, non esiste; e il futuro nemmeno. Esiste solo, tra le Marianne del tempo trascorso e l’Himalaya dell’avvenire, il bagnasciuga dell’ora: la voce di quest’onda, la parola che stai leggendo».

«Sticks and stones can break my bones but words can never hurt me», è uno dei motti del padre, che costella, come altre espressioni, tutta la raccolta, creando una serie di refrain martellanti che diventano chiavi interpretative, sia per l’io narrante, sia per il lettore e la lettrice. A volte, infatti, l’io narrante si appella a questi due narratari calviniani[1], invitandoli a pazientare se si dilunga in un’analisi metalinguistica meticolosa e consigliando loro persino di mettersi su il caffè. Il protagonista fin dalle scuole medie ha sempre dato molto peso alle parole: animato da uno slancio crittografico e interpretativo, inventa codici ed entusiasmanti etimologie. L’io narrato corre il rischio di privilegiare la forma rispetto al senso, trascinato da uno slancio estetico e demiurgico. Già nel primo capitolo siamo avvertiti:

Per questo, credo, leggevo: leggevo moltissimo, con una vera passione per la lettura, come quel personaggio di un romanzo russo che leggeva dei libri del cui contenuto non si preoccupava… Non gli piaceva quello che leggeva, ma piuttosto la lettura stessa o meglio il procedimento della lettura, cioè il fatto che con le lettere si componessero sempre delle parole le quali, a volte, lo sa il diavolo quel che significano.

Se dalla prima sezione ci colleghiamo con un salto prolettico alla seconda, vediamo che per il giovane Giartosio l’esigenza estetica ha trovato soddisfazione soprattutto nella lettura di Ezra Pound, a cui si è dedicato in adolescenza per via dei nonni, i quali avevano aderito all’ideologia fascista. È affascinato dalla sua poesia e dalle traduzioni dal cinese, così come dall’incessante ricerca da parte di Pound della bellezza – vocabolo che ritorna più volte. Ma la bellezza possiede un lato oscuro. Inizialmente l’io narrato considerava il legame con il fascismo di Pound un mero accidente storico. In un secondo momento però, la partecipazione ad un convegno gli ha permesso di “unire i puntini” della connivenza col Fascismo che diventa anche una connivenza con il male, incarnato non solo dal Fascismo, ma anche dalla mafia, da «quello che mena» e da «quello che guarda». In una sola delle sue tante sfaccettature, anche l’alfabeto rischia di partecipare alla connivenza, quando diventa un disimpegno formale, significante ma non significato, bellezza slegata dal senso, una «notte» che finisce quando le lettere si uniscono a formare dei nomi, con cui si possono definire cose e persone.

Ma cos’è l’Autobiogrammatica? La definizione del genere ci può essere suggerita dallo stesso Giartosio, che asserisce che quello che poteva fare era «immaginare una vera e propria autobiogrammatica che ambisse a disegnare un atlante del linguaggio di un singolo individuo: cioè del suo modo di sentire e vivere la lingua».  Dunque la lingua è dipinta con una connotazione straordinariamente fisica: il linguaggio è fatto corpo dall’autobiogrammatica. Il personaggio, evocato dall’autore, che esprime questa unione tra fisicità e scrittura è un filosofo cretese, Epimenide, di cui si dice che, durante il sonno, l’anima gli uscisse dal corpo passando attraverso dei punti precisi che alla sua morte hanno lasciato dei segni sulla sua pelle sotto forma di lettere, come tatuaggi. Il filosofo era un indovino particolare che vaticinava sul passato e non sul futuro; secondo Annie Ernaux, citata nell’opera, spetta allo scrittore lo stesso compito di visionarietà retrospettiva. Alla stessa Ernaux dobbiamo peraltro una definizione simile di autobiografia, un’altra parola composta: l’ “autosociobiografia”, della quale l’autobiografia di Giartosio può essere intesa come un sottogenere.

Lo scrittore, analizzando il suo lessico famigliare, offre anche uno spaccato della società italiana degli anni di Piombo. Ha vissuto la sua infanzia a Taranto, la sua adolescenza a Roma, dove si è iscritto al liceo classico e successivamente all’Università La Sapienza. Appartiene alla borghesia aristocratica: il padre era un ufficiale della marina militare, che per poco non sfiorava un coinvolgimento con la loggia P2, mentre la madre era discendente di aristocratici piemontesi e non molto scolarizzata. Al primo è associato il rassicurante «óla», parola funzionale che indica il suo ingresso in casa, alcune frasi fatte come «la vita è un valore di per sé» e «Dio è amore», l’alacre invito ad uscire dalla giovinezza («il faut que jeunesse se passe») e diventare adulti. Vengono individuati due poli attraverso i quali il padre-pianeta si muoveva: il polo sud che suggeriva al figlio di evitare conflitti e il polo nord che invece decretava una superiorità dei fatti sulle parole. Il padre non ha contribuito molto al lessico famigliare, e a lui viene dedicato il capitolo del silenzio, mentre alla madre è intitolato quella della parola.

La madre era una babele di lingue (dialetto piemontese, proverbi inglesi), un’amante della gente in quanto «alta bassa magra grassa», una peculiare fusione di «sgiài» e «penùn» (espressioni piemontesi che sono traducibili con “ribrezzo” e “pena”), cioè di meritocrazia, compassione e ottimismo. Era anche una narratrice di storie del suo passato, ricco di personaggi dai connotati più bizzarri: «Quello che mentre gli amici erano alla Scala si avvicinava alle loro carrozze e ubriacava i cavalli con lo champagne; e trapezisti e deltaplanisti e yogi, e diversi gay velati e poi talvolta svelati, e un nugolo di relazioni extraconiugali […]». La madre è collocata all’origine della lingua-madre e la sua morte secondo l’autore corrisponde alla morte dell’ultimo vero parlante della sua lingua famigliare, che causa l’estinzione della lingua. La sua decadenza fisica è dipinta con delicatezza, il suo corpo diventa «un plateau», «si è disteso come certi fiori senza gambo che si rilasciano sulle loro foglie, i petali già staccati ma ancora tutti in posizione. Conserva l’apparenza della forza […]».

Al lessico della famiglia è opposto un contro-lessico personale, che si sonda con il capitolo Voce e continua con Alfabeti I, Alfabeti II e Alfabeti III. Il contro-linguaggio è composto principalmente di nomi esotici di animali e di letture in lingua inglese, lingua in cui è immerso sin dall’infanzia e che diventerà la lingua dell’amore. È costituito in misura consistente anche dalle crittografie a cui si dedica già a partire dalle scuole medie e dagli autori che scopre in adolescenza.

L’io narrante osserva l’io narrato come un «oceanografo» osserva un «astronomo», il primo in balia dei pesci abissali del difficile recupero memoriale, mentre il secondo proiettato verso stelle luminose e chiare. Viene utilizzato il verbo «dis/pensare», che significa «disperdere i pensieri impensati, dispensarli spensieratamente alla propria incoscienza, al vento, a un io futuro». Si tratta di pensiero prima del pensiero, che non ha ancora la coscienza dell’età adulta, o un pensiero frutto di una rielaborazione posteriore, di una distanza, quella della narrazione.

Gli animali fluttuano nella soffitta mentale del protagonista e creano un linguaggio alternativo che si lega a quello del silenzio, dell’amore, della sessualità e della violenza. Sono stati alleati del bambino che non solo si è riconosciuto ma anche incarnato in essi: era un «bambino totemico», il cui animale totem era il topo, «spiritello» domestico, affabile, oscuro e ironico al contempo. Lo spazio e il tempo degli animali sono differenti da quelli degli umani. L’io narrato ha sperimentato una dimensione di silenzio fascinoso nell’incontro con il cane canuto di via del Canneto a Roma. Sempre da piccolo, immaginava combattimenti tra animali che confondevano il lato violento con quello erotico: reinterpreta ad esempio l’accoppiamento di due giaguari come la lotta tra un giaguaro e una pantera.

Nell’autobiografia le contraddizioni e le ansie dell’adolescenza sono affrontate sagacemente e vengono esemplificate da una poesia di Edward Lear che narra della tragica esplosione della famiglia Discobbolos ad opera del padre. Il turbamento di quell’età è espresso anche dalla bici che ha bisecato in due il corpo del giovane Tommaso Giartosio, episodio di violenza ma anche simbolo di una divisione mentale, un altalenarsi di due concetti antitetici che prendono forza dalla loro contrapposizione, l’antiperistasi. Alcune antiperistasi sono: la lingua greca, che sente allo stesso tempo lontana e vicina, intima; la paura e il desiderio; i due amici Elio e Filippo, il primo un militante mistico e il secondo ironico e profondo, partecipe dei suoi linguaggi segreti e del suo gusto per il nonsenso.

L’amore per la scrittura di cui narra Giartosio è in prima istanza fisico perché scorre dalle penne a inchiostro che il padre gli regalava con silente complicità e attraversa le righe della carta come in un «pentagramma». Si manifesta come libertà espressiva contrapposta alla costrizione calligrafica, come disegno, creatività grafica e lettering. Grazie a un’opera di Rudyard Kipling il protagonista si è interrogato sull’origine delle lettere, un’origine figurativa che risale ai fenici. Grazie a Pound ha indagato il rapporto tra le parole e le cose negli ideogrammi cinesi. Prima di tutto voleva classificare le lettere e nel farlo cercava di trovarne una possibile incarnazione attraverso i disegni e anche attraverso gli animali – viene evocata la classificazione borgesiana degli animali in ordine alfabetico. Un altro elemento emblematico della materialità della lingua è il nome proprio, che l’autore si diverte a crittografare con svariati alfabeti e per cui sono possibili diversi nomignoli e soprannomi, come quelli conferitigli dalla madre e dai suoi amici. E così, l’autografo è il sigillo dell’autobiogrammatica, che cambia nel corso della crescita di Tommaso.

La corporalità del linguaggio è infine quella dello spazio dell’eros. I genitori, che apparivano al ragazzo come l’unità «papaemmamma», sono caratterizzati dall’«omertà» sulla tematica sessuale: il padre, con la facezia che lo contraddistingue, definiva ogm l’organo genitale maschile e la madre mostrava un certo disagio e ignoranza sul sesso, non conosceva la parola “pompino” ma immaginava che fosse qualcosa di «molto intimo». Il protagonista nel momento in cui si apre il romanzo ha una relazione omosessuale, ma in adolescenza non è riuscito a parlare del suo orientamento con l’amico Filippo che invece aveva fatto coming out; l’unico momento in cui è accennato un contatto tra i due è attraverso le poesie provocatorie di Filippo e tramite uno scambio in apparenza insensato ma che l’autore reinterpreta come un invito da parte di Filippo ad un’avventura. L’eros tocca anche i temi del male bonding e del bdsm.

Il libro si apre e si chiude all’insegna del piacere linguistico e di un’ambiguità ironica non troppo innocua, ma affascinante, che lascia intuire la complessità delle “moltitudini” umane. Salvatore Lima, sindaco di Palermo e parlamentare democristiano corrotto, era stato assassinato da Cosa Nostra e l’io narrato, che pure riconosceva la gravità del circolo vizioso interno alla mafia, si è divertito a punzecchiare gli amici asserendo che il politico forse parlava troppo e perciò gli dicevano «Salvo, lima!». E così, da un calembour spiacevole, i concetti di salvare e limare sono assunti dall’autore come base di un discorso ampio che abbraccia l’atto di continua ridefinizione di un testo, e suggerisce una comprensione dell’intera esistenza come mutevole e dinamica.

L’epilogo dell’Autobiogrammatica è anch’esso non esente da un godimento linguistico, quello dell’enigma dei responsi dell’I Ching, 64 moniti sibillini e doppi, sempre all’insegna di quel dualismo dal quale l’uomo difficilmente può esimersi. L’autore ha rinunciato a studiare le lingue per concentrarsi sulla propria lingua, ha rinunciato all’alfabeto per il nome, ha rinunciato alla purezza del cinese intravista da Pound per l’impurità. Tuttavia, anche «i potenziali amanti» – cioè «ciò a cui rinunciamo» – ci servono ancora. A proposito di Salvatore Lima già nel primo capitolo si afferma:

E resto a fissare questo nome spaccato come un’arancia. Questa doppia bisettrice, questa croce in cui gli opposti possono convertirsi l’uno nell’altro come le linee mutevoli dell’I Ching. Contiene due cose che dovrebbero stare ben separate: purezza e corruzione. Mi seduce, mi spaventa, mi ipnotizza.

Non aggiungerei altro. Spetta ad ogni lettore unire, secondo il proprio vissuto linguistico, le costellazioni del lessico che interroga se stesso.

di Laura Garavaglia

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[1] Cfr.  Italo Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore, Einaudi, Torino, 1979

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